Il piglio “piripicchio” e “piripacchio” fra le pagine di “Dudici”

Creato il 11 luglio 2011 da Retroguardia

Flora Restivo, Dudici (Dodici), Edizioni del Calatino, Catania 2011, pp. 143, € 10,00

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di Antonino Contiliano

Leggere i 12 racconti in lingua siciliana di Flora Restivo, e tradotti dalla stessa in lingua italiana, è stato un vano tentativo di cercarvi la scrittura del cambio di stagione, ovvero il prodotto del marketing editoriale aduso a compiacere il cliente delle “sveltine” o del non perdere tempo (un manuale di istruzioni univoche o pronto uso per non affaticare la gelatina del cervello già bruciato).

Un cliente che ormai, da tempo educato ad essere passivo e indifferente consumatore di devitalizzate storielle short, compera i libri al supermercato come un ragù già pronto (a buon mercato); un apparato digerente che non ha bisogno dunque, come si diceva una volta, dello strumento testa, ma di un colon non irritabile.

Così leggere “Dudici (Dodici) di Flora Restivo, Edizioni del Calatino, Catania 2011, pp. 143, € 10,00, è stato anche un godimento di  “gusto” e un fluire con lo stesso intelletto umoristico che li connota. L’attenta nota introduttiva di Marco Scalabrino (che ne segue anche il dettato linguistico nella cura del “gramma” siciliano), che trova altri compagni paralleli nella famiglia della letteratura in lingua siciliana, costituisce un altro canale per seguire la tensione scritturale dell’autrice trapanese.

Vagabondando tra le righe di questo Dudici (Dodici) salta fuori così, come “il diavolo a molla” di Bergson, il rubinetto delle pizzicate ironiche e autoironiche, il “comico” sonoro delle parole (“Piripicchio Piripacchio”, p.80, Accia e amuri- Sedano e amore) e quello che investe il personaggio Nzula “nciuriata Mustazzola”. Mustazzola “ ’n quantu niura e sdisiccata, nun stava un minutu cu li manu ’n manu… (Da notti chi spariu la luna, p.25); Nzula, che “non stava un attimo con le mani in mano”), era soprannominata “Mostacciolo” in quanto “scura e rinsecchita” (La notte in cui sparì la luna, p. 33).

Ma l’autrice siciliana, insieme “traduttrice” dei suoi stessi racconti in lingua siciliana, nella differenza del bilico satirico, è anche capace, pur se in indiretta (crediamo) auto-rappresentazione, di autoironia, mentre il riso, autoriflessivo e spiazzante, mette contemporaneamente alla berlina l’incauto “seduttore” di “Sedano e Amore”.

Garanzia di godibilità non presuntuosa (anticipo di una identità scritturale che sfrutta con opportuna parsimonia espressioni correnti l’habitus conversazionale popolare come “…la faccenda…neanche per l’anticamera del cervello”, p.79), la Restivo, puntando sull’autoironia, scrive (rassicurando l’ipotetico lettore): “ Occorre, comunque, in primo luogo premettere che sono sempre distratta, con la testa che tende ad andare per conto suo. Un po’ svagata, anche se non mi garba troppo ammetterlo, ci sono nata, ma di certo il passare degli anni non aiuta…Chi mi vede osserva una donna che della gioventù conserva appena il sentore. Certamente mi piace ancora vestire con eleganza, mi trucco, insaporisco quest’insalata vizza, come meglio so fare, ma la musica cambia poco” (p. 79, Accia e amuri (Sedano e Amore).

Non manca il raccontare in cui il “comico” convive con il “tragico” di Storia di Maria Soprannominata “L’orba” ( Professione…Puttana).

C’è in questi racconti un’intellettualità della distanza e del “riso” che, con Leopardi, ci può far dire: “chi sa ridere è libero e padrone anche degli altri, come chi sa anche morire”; è ciò è anche la forza incisiva e “impersonale” che si può riscontrare anche nelle poesie della stessa Flora. La Restivo ha al suo attivo anche delle pubblicazioni poetiche.

Icasticità e densità di immagini concettuali (“tra-dotte” dalla lingua siciliana a quella italiana) sono “esemplari”; e sono belle per il loro portato (anche nella finzione della trasfigurazione) di cose che dovrebbe essere pensate e, forse, non dette ad alta voce (il rischio, ma che va affrontato, è isolamento e emarginazione), ma è bene che siano scritte.

La scrittura è una memoria, e la memoria va conservata: è la sorgente del prestigiatore conoscenza, poesia, letteratura e scienza; ma sono anche i segni che l’esistenza ti lascia e che noi lasciamo in eredità agli altri…e non solo come testimonianza del nostro passaggio.

E poi certi coaguli – Nzula “Mustazzola, “L’orba”, “Spaccacirina”, “Piripicchio Piripacchio”, etc. –, quali condensati che sopperiscono a stantie descrizioni analitiche, sono di un colore argomentativo molto appropriato e, direi, di una viva piega espressivo-debordante e ‘straniante’.

Non ultimo l’ossimoro – “Non durò moltissimo, ma non finì mai” (Lettera, p. 88) – che (incastonato ne la “littra”) affascina come un procedimento allegorizzante. In fondo, si sa, ironia e allegoria vanno a braccetto: quello che è, non è; quello che non è, è.

Littra (Lettera) è poi, un racconto e, crediamo di non essere molto lontani dall’azzeccare l’accostamento, la “contaminazione”, narrativamente espansa, del verso di Sandro Penna “Io vivere vorrei addormentato, entro il dolce rumore della vita”, che, poetico paradosso, si staglia quale lucida contraddizione diversamente inaggirabile.

Qui il contagio produttivo, oltre la corporeità vitale (e non becero-emozionale, come vuole il “paspartout” odierno della salsa mediatica), vigente l’acuta follia dell’ossimoro, trova però una specularità che ha la forma distesa del racconto come una diastole letterario-argomentativa che fa da contrappeso all’immagine della “contrazione” (propria alla poesia) del verso di Sandro Penna. E per una volta il silenzio e la morte sono complici d’onore in simbiosi narrativo-poetica.

Ma lo sono stati anche, seppure con maggiore distanza riflessiva, nel racconto della bellissima Elena (Da notti chi spariu la luna (La notte in cui sparì la luna), che ha deciso di ammazzare il carnefice (il padre) dei suoi sogni e delle sue fantasie, allorquando la nuvola e la luna le hanno offerto il “pozzo” come una tomba sicura e il tonfo di una pietra come segno di un rito rassicurante.

Come il “diavolo a molla” del riso di Bergson, in questi racconti siciliani di Flora Restivo, il piglio della risibilità (sotteso o aperto) è sempre in agguato. E qui, secondo noi, anche il loro spirito accattivante.

E di questa identità critica e vitale, crediamo, oggi, ha bisogno più che mai la povertà di questo nostro tempo bêtise; un’identità che destina anche l’“anonimo” di Littra (Lettera) a leggerla dopo il congedo definitivo, del “personaggio”, dalla “CASA DI RIPOSO VECCHI FELICI”. Un congedo che lo vede testamento sotto il cuscino della morte, e come una “legenda” di cui il tempo cura le pieghe.

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