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Il prodigio. Racconto onirico (IV)

Da Bruno Corino @CorinoBruno

Il prodigio. Racconto onirico (IV)Escher
Bizzarre rivelazioni… Il professor Tullio non solo ci accolse con grande cortesia, ma ascoltò anche il mio racconto con estremo interesse. Più volte aveva annuito con la testa man mano che raccontavo gli episodi così com’erano accaduti, ripetendo ogni tanto soltanto: «Interessante…. molto interessante….». Mentre parlavo ogni tanto il mio sguardo si soffermava sulla sua figura e sull’ambiente entro cui viveva. Il suo aspetto mi aveva fatto venire in mente un ritratto di Charles Dickens. Ci aveva fatto accomodare nel suo studio. Il professore se ne stava seduto su una poltroncina di cuoio e ogni tanto si lisciava il suo lungo pizzetto bianco. Alla fine del mio racconto, commentò: «Non so come sia successo, ma il suo stato febbrile ha prodotto un ponte tra due realtà lontane nel tempo e nello spazio…». «Cioè lei crede che non siano soltanto allucinazioni?». «Veda», mi disse il professore lisciandosi il pizzetto, «se lei in questo momento si trova qui a parlare con me, a meno che non voglia prendermi in giro…», stavo per interromperlo, ma con un gesto della mano mi feci capire che voleva continuare il filo del suo discorso, «ma ritengo che non siate il tipo, cioè intendevo dire che non si tratta di stabilire se le sue percezioni siano state delle allucinazioni o qualcosa di reale. Senza dubbio sono delle percezioni extrasensoriali! Come lei stesso ha detto è entrato in contatto con un’altra realtà. Ora si tratta di capire se lei è venuto da me per avere lumi sul meccanismo di queste percezioni oppure se vuole capire cosa significano questi messaggi».
«Sarei interessato ad entrambi gli aspetti!». «Vedete», disse il professore schiarendosi la voce, «io nel paese sono considerato un mezzo pazzo, un mezzo stregone e un mezzo rimbambito. A seconda con chi parlate, generalmente le opinioni che corrono sul mio conto si dividono tra queste mezze verità. Vi dico questo perché capite che c’è tutto il mio interesse a credere a ciò che m’avete raccontato…». «Per quale ragione?». Domandò mio fratello che sino a quel momento non aveva aperto bocca. «È semplice! Da anni e anni m’occupo di scienze occulte. Il mio interesse in realtà è nato da quando frequentavo il liceo. Ho fatto la mia tesi di laurea su Giambattista Della Porta, poi mi sono sempre più occupato di stregoneria, di sciamanesimo, di spiritismo. Mi sorprendono questi fenomeni paranormali, ma me ne sono sempre occupato come studioso, cioè non crediate che sono il tipo che si mette a fare sedute spiritiche, o a predire il futuro con un pendolino! Eppure per il fatto che leggessi e studiassi questi libri mi sono fatto in paese la fama che voi conoscete. In realtà, a me non è mai capitata un’esperienza come la sua, però storie analoghe ne ho lette tante. Ci sono anche tanti scrittori che hanno trattato temi del genere. Pensate al nostro Fogazzaro, a Henri James, a Edgar Allan Poe, o a Emily Brontë, per citare soltanto qualche nome. In un modo o nell’altro sono presenze che fanno parte della nostra esistenza…».
Il professore aveva ripreso a parlare del suo rapporto con i nativi, lamentandosi del modo in cui veniva trattato. Io cominciavo a distrarmi, a non seguire più il filo dei suoi ragionamenti. Avevo l’impressione che il professore, colto dall’ansia e dall’urgenza di parlare di cose che magari più nessuno aveva voglia di ascoltare, divagasse, o inseguisse il flusso dei pensieri dietro i suoi occhiali opachi. La stanza, nella quale ci aveva ricevuti, era immersa nella penombra: aveva acceso il lume posto sullo scrittoio rotondo su cui erano poggiati il famoso Picatrix e un altro libro dal titolo Viaggio nella notte di S. Giovanni. La poltrona su cui sedeva il nostro mentore era accostata di lato allo scrittoio, per cui i suoi capelli bianchi brillavano d’una luce azzurrina. «Cosa voleva dire, professore, quando parlava di un ponte gettato tra due realtà?». Domandai bruscamente, interrompendo il flusso dei suoi discorsi.
Come se si fosse destato da un lungo torpore, schiarendosi di nuovo la voce, cominciò a spiegare: «Quando noi viviamo all’interno dei fenomeni naturali, i nostri sensi formano una sorta di corazza che serve a preservarci dai pericoli. La coscienza deve continuamente essere vigile per impedire di lasciarsi sorprendere dai rischi che incombono sulla nostra esistenza. Ciò ci rende come impermeabili a tutte quelle realtà che non rientrano nell’ordine delle cose naturali. Esistono però momenti della vita in cui queste difese vengono abbassate. Ora vi risparmio i motivi di questo abbassamento per non annoiarvi, e vi dico soltanto che è in questi momenti che la nostra coscienza diventa permeabile a flussi extranaturali. I sogni, per fare un esempio, s’avverano nel momento in cui il corpo e i sensi sono rilassati. Le immagini oniriche sono così nitide che anche al risveglio, come aveva notato Schopenhauer nel libro su’ La visione degli Spiriti, facciamo fatica a renderci conto che facevano parte di un sogno. Oltre al sogno, esistono altri momenti in cui le nostre difese s’abbassano: lo stato febbrile, che ha vissuto lei, è uno di questo; ma poi ci sono altri che vengono provocati artificialmente, ma di questi, se vi fa piacere, parleremo più tardi…».
«D’accordo, professore, ciò che ci sta dicendo suona come buon senso; non capisco cos’ha a che fare con ciò che le ho raccontato!». «Lei, signor Giordano, è un tipo piuttosto impaziente!». «Ha ragione il professore, gli devi dare il tempo di spiegarsi!». S’intromise mio fratello. «Non è una questione di impazienza», obiettai, «è che non riesco ad afferrare il nodo del problema. Voglio dire non credo che uno stato febbrile ci metta in comunicazione con un’altra realtà. Vorrei capire se ciò che mi è finora capitato sia soltanto il frutto delle mie allucinazioni. In ogni caso», continui impedendo all’altro la possibilità di interrompermi, «in ogni caso, la prima sera che arrivammo in paese, quando vidi quell’ombra di donna dietro i vetri, ancora non avevo febbre. Allora mi domando: quell’ombra era una persona reale o un preludio delle mie allucinazioni?».
«Lei è davvero impaziente! Ma come, dico io, le capitano queste cose così straordinarie e vuole in poche parole capirle? Allora, anzitutto pensiamo a come si è materializzato il ponte. Per un attimo però dobbiamo abbandonare il buon senso!». Il professore fissò a lungo il lume, come se s’aspettasse da quella luce fioca il segnale capace di squarciare il velo misterioso e di vedere oltre. Notai mio fratello, seduto sull’altra sponda del divano, fissare anch’egli quel lume, e scorsi un fremito di paura sulla sua faccia contratta. Si vedeva ch’era combattuto tra il restare o l’andarsene.
«Io credo», ripigliò a dire il professor Tullio tutto serio e concentrato, interrompendo quella tensione invisibile che si era creata tra noi, «io credo che quell’apparizione sia la stessa donna che l’ha baciato la notte scorsa. Non è lei che è entrato in contatto con “loro”», disse calcando bene questo pronome, «ma sono “loro” che sono riusciti ad entrare in contatto con lei!».
«”Loro”?», domandai con stupore: « “Loro” chi?». «La donna e il suo amante. Credo che l’amante conoscesse le arti magiche e che ora voglia rivivere la sua esperienza mediante la sua persona! Sono loro che sono riusciti a creare un ponte!». «Mi scusi, professore, ma adesso entriamo nel campo delle congetture o delle fantasie. Poniamo il caso per un istante che lei abbia ragione: in primo luogo dobbiamo credere che la magia sia davvero efficace, ma viviamo nel XXI secolo, professore, e queste credenze hanno fatto ormai il loro tempo. In secondo luogo, lei mi sta dicendo che questi misteriosi personaggi mi stanno usando per i loro fini!».
«Naturalmente lei è libero di credere o di non credere, ma la “persona”, se così vogliamo definirla per quieto vivere, che sta comunicando con lei avrà avuto dei poteri straordinari». «Ma allora», intervenne mio fratello sbiancandosi in volto, «potrebbe addirittura trattarsi del demonio!». «Lo escludo, anzi dai pochi segni in nostro possesso direi ch’era un uomo di chiesa; forse un inquisitore…». «Un inquisitore?». Ripeté mio fratello: «Ti ricordi che quando siamo usciti dalla serata di zio Giovanni ho definito il tuo comportamento nei suoi confronti proprio in questi termini?». «Sì», confermai, «in effetti, quella sera nei confronti del povero vecchio mi sono sentito una sorta di inquisitore. Ma…», dissi rivolgendomi di nuovo al professore, «come avrà fatto costui ad entrare in contatto con me, a creare questa sorta di ponte? Non credo che abbia usato una formula magica!». «Capisco che la cosa si presta all’ironia. “Lui” in realtà le sta facendo rivivere frammenti della sua esperienza. È come se il suo spirito fosse rimasto prigioniero da qualche parte. Ed ha bisogno di liberarlo. Ora se lui fosse un uomo di chiesa, come si può ipotizzare, l’amore provato sarà stato vissuto come uno stato peccaminoso, e chissà le loro anime saranno rimaste incatenate in qualche luogo. Ora lui sta usando tutta la potenza delle sue arti per potersi sciogliere da questo nodo…». A me questa ipotesi non convinceva. «Ma se così fosse potrebbe trascinarlo con sé!». Disse mio fratello. «Non credo che questa sia la sua o la loro intenzione, vogliono tornare al punto in cui possono redimersi ed espiare le loro colpe o porre rimedio a qualcosa…». «Perché hanno scelto me? Dove sono vissuti costoro? In che epoca, in che luogo?». «Per avere queste risposte bisogna aspettare. Sul perché hanno scelto proprio lei una risposta potrebbe esserci: lei mi ha detto che si diletta a scrivere racconti, quindi è in grado di dar vita a dei personaggi immaginari. Ebbene, hanno scelto lei perché hanno bisogno di comunicare la loro storia, di farla conoscere al mondo. Magari, vedrà che alla fine di questa avventura lei ci scriverà un racconto! È una storia seppellita dai secoli, di cui non è rimasta tracce, nessun nome, nessun luogo, nessun documento; loro, fino a questo istante, è come se non fossero mai esistiti, e così la passione che li ha travolti è come se fosse sfumata nel tempo, vanificata; e forse davanti a questa evidenza non s’arrendono, vogliono vivere, vivere e vivere ancora, e in eterno, ma ciò che soprattutto vogliono far vivere è il loro amore, quell’amore che della loro esistenza sarà stato tutto l’emblema e il segno del loro destino; non vogliono rivivere ogni istante della loro trascorsa vita, ma soltanto l’istante della loro passione che li avrà condotti alla morte o all’oblio!».
Terminate quest’ultime e profetiche parole, il professore s’accasciò sulla poltrona. Aveva la fronte imperlata di sudore. «Vedo che si è affaticato molto, ma prima di lasciarla vorrei porle un’ultima questione: ora che la febbre mi è passata, come faranno a mettersi in contatto con me?». «Se lei non ha paura, posso fornirle una sostanza…». S’alzò e si diresse verso un mobiletto dal cui cassetto tirò fuori un sacchetto di lino: «È un estratto di Amanita Muscaria, i cui principi agiscono sul sistema nervoso; è una sostanza leggermente tossica, ma se viene usata con cautela non provoca nessun danno e nessuna dipendenza. Provoca soltanto delle visioni. Queste piante venivano un tempo usate dagli sciamani per compiere i loro viaggi tra gli spiriti. All’inizio ne faccia un uso molto prudente, poiché un forte shock può causare addirittura uno stato di coma. È sufficiente masticare un pizzico di queste essenze essiccate per avere degli effetti».
Il prodigio. Racconto onirico (IV)
Inutile aggiungere che quando uscimmo da quella casa eravamo scossi e alquanto scettici. Avevo messo in tasca il sacchetto, ma ancora non ero convinto del suo uso. Forse le voci che circolavano sul conto del vecchio professore non erano del tutto infondate. Pensavo al recente passato e a quanto m’era accaduto, e continuavo a ripetere a me stesso: è se ci fosse qualcosa di vero in questa versione? Non è facile modificare, quando si è ormai maturi, le proprie opinioni intorno a degli argomenti. Io non ho mai creduto né agli spettri né agli spiriti, né mi sono mai fatto persuaso che le anime rimangano come incatenate da qualche parte. Camminavamo l’uno a fianco all’altro, in silenzio, sentivamo soltanto il rumore dei passi e delle suole strusciare e sfregare lungo il sentiero imbrecciato. Il cielo era illuminato dalla luce azzurra della luna. Camminavamo con prudenza per evitare di scivolare sulla breccia. Le ombre come giganti della sera s’allungavano, si stendevano per poi perdersi nel fitto della vegetazione. «Bisogna fare un po’ di spesa per questa sera. A casa non abbiamo niente da mangiare». Disse d’un tratto mio fratello. Annuii. Avevo la sensazione che qualcosa mi sfuggisse, come se quel vecchio affabulatore ci avesse nascosto qualche elemento importante. Dopo aver girato una curva, apparvero le prime luci del paese.
«Bisogna far presto, altrimenti i negozi chiudono». Disse di nuovo mio fratello mentre salivamo in macchina. Poi, mentre avviava il motore, mi domandò serio: «Ma tu non avrai davvero intenzione di usare quella sostanza?». «Tu credi che potrebbe essere nociva?». Lui fece di sì con capo, e partimmo. «Io penso che il professore abbia omesso qualche particolare importante…». Dissi come se stessi riflettendo ad alta voce. «Ad esempio?». «Nulla di preciso, ma appena abbiamo lasciato la sua casa ho avuto questa sensazione; ti guardi dietro come se ti fossi dimenticato di chiedere qualcosa di importante, ma non sai cosa. A me la storiella delle anime che si mettono in contatto perché mi diletto a scrivere qualche raccontino ogni tanto non mi ha per nulla persuaso. Quanta gente c’è al mondo che scrive! Ma a pensarci bene non mi ha convinto neanche la sua interpretazione». «Però non credo che sia stata una visita inutile. Certo, lui me sembra un tipo particolare… Che dici? Prendiamo un po’ di carne per stasera?». Capivo che mio fratello voleva eludere la questione. Credo che, come ho già detto, impressionabile com’era, a lui tutta questa faccenda, visioni, allucinazioni, contatti, non facesse molto piacere. Ormai mi vedeva del tutto rimesso, per cui la storia poteva anche terminare a quel punto. Non aveva quell’ansia curiosa che spinge a cercare in posti sconosciuti e a scoprire misteri irrisolti. Per lui tanto valeva fermarsi lì, e continuare la nostra permanenza al paese in tutta tranquillità e poi ripartire. A me, invece, questa storia cominciava ad assillarmi. Si trattava di andare oltre le Colonne d’Ercole e vedere cosa c’è al di là del mondo fenomenico.
Ad un certo punto, come se avesse seguito il filo dei miei pensieri, disse: «Tu hai intenzione di non fermarti e sei pure tentato di prendere quella sostanza». «Non so, finché non ci vedo chiaro questa cosa non la tocco. Ora che mi sento completamente ristabilito, voglio proprio vedere cosa questa notte accadrà!». Quando arrivammo sulla soglia di casa, gli domandai: «A te questa storia non piace?». «Preferisco restare aggrappato alle mie poche certezze!». Quando finimmo di cenare, dopo aver dato una rassettata in cucina, ci sedemmo intorno al caminetto acceso. A quell’ora di notte, prima di andare a dormire, capivo ch’era meglio evitare di fare certi discorsi. Perciò parlammo di questioni familiari, senza fare nessun accenno alla giornata trascorsa. Fumata l’ultima sigaretta della notte, quando ormai un certo torpore cominciava ad assalirci, decidemmo che fosse tempo di andare a dormire.


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