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Il regista degli estremi: Terrence Malick – Parte 1

Creato il 13 maggio 2013 da Drkino

Con l’arrivo del suo nuovo To The Wonder, ecco un articolo per aiutare i nuovi cinefili (ma anche quelli di vecchia data) a comprendere e ad accettare un pilastro del cinema moderno.

J15MALIKNel ’73, con Badlands, nasceva uno dei registi più importanti del cinema contemporaneo, caratterizzato dalla singolare abilità di spaccare nettamente in due pubblico, critica e dizionari. C’è chi ancora oggi lo denigra, non riuscendo a venir cullato dalle sue splendide immagini e dalla grazia filosofica di un mondo in costante flusso; ma tant’è che la storia l’ha fatta. E in occasione dell’uscita a giugno del suo nuovo To the Wonder, per non restare spiazzati di fronte alla nuova opera e per apprendere meglio una linea poetica che non si ferma di certo alle (meravigliose) apparenze, si fa sentire (e anche forte) la premura di tirare un po’ le somme della filmografia di uno dei più granitici cineasti esistenti: Terrence Malick.
Al principio Malick era un operaio ai pozzi di petrolio; in seguito passa per la cattedra di filosofia al MIT, per il giornalismo, l’ornitologia e la sceneggiatura occasionale. Ma è dietro la macchina da presa che il texano riesce ad esprimere realmente sé stesso per la prima volta, tramite quel cortometraggio corrispondente al nome di Lanton Mills. Siamo nel ’69 ed il corto, di stampo comico e della durata di 17 minuti, narra delle vicende di due cowboys intenzionati a rapinare una banca. Il fato vuole che l’opera diventi in seguito un cimelio introvabile, recuperabile solamente presso l’AFI da pochi fortunati.

E’ però quattro anni dopo, in seguito alla rottura del contratto con la Paramount Pictures (firmato da poco), che Terrence (per gli amici Terry) inizierà il suo vero percorso di nascita e crescita artistica. Con l’arrivo di La rabbia giovane (Badlands) il maestro texano svela fin da subito tutte le carte. La storia racconta di una giovane coppia allo sbando, rifiutata e vomitata da una società che non riesce ad imporre le sue controverse e ipocrite leggi: la gioventù è (bruciata) completamente spaesata, si avvinghia alle possibilità di avventura e cambiamento con tutte le forze, per positive o negative che appaiano. Il percorso tragico, qui forse all’apice della filmografia del regista, risponde comunque a tutto il contesto di auto-referenzialità che si creerà col tempo Malick: c’è la splendida fotografia, ci sono le musiche estremamente evocative, una poetica voce fuori campo sussurra all’orecchio dello spettatore,… tutto è appena sbocciato, ma è già carico di una potenza lirica irrefrenabile. Impossibile non innamorarsi dei due protagonisti, messi allo sbaraglio e disorientati da un mondo che non li guida (la via della natura è crudele). Neanche lo sguardo volutamente apatico della telecamera riesce a distanziare un amore sconfinato nelle terre desolate, dove non esiste legge e dove i giovani sono liberi e gli adulti incatenati. Gioiello imprescindibile del cinema moderno, senza il quale quest’ultimo, oggi, non sarebbe lo stesso.

Cinque anni dopo riapproda nelle sale la carica visionaria malickiana, ma qualcosa va storto. I giorni del cielo (Days of Heaven) narra di un ragazzo (Richard Gere) che uccide accidentalmente un uomo. Insieme alla fidanzata ed alla sorella deciderà di fuggire in campagna per tentare di lasciarsi il passato alle spalle. Visivamente più forte che mai, il film pecca nella scrittura debole, a tratti eccessivamente didascalica e a tratti troppo dispersiva; il voyeur oggettivo (già presente in Badlands) rimane tale, ma l’empatia nei confronti dei personaggi è praticamente nulla. Tutto questo fa scivolare il film nel disinteressamento dello spettatore; non c’è emozione che non appartenga all’estasi visiva. Le musiche morriconiane, come se non bastasse, non si elevano agli standard a cui il compositore italiano ci ha abituato, buttando all’aria, insieme agli altri difetti elencati, gli anni di sviluppo con la Paramount (tornata più fiduciosa dopo il successo del primo lungometraggio del regista). Ma la cosa più grave è sicuramente l’assenza della visione panteistica delle cose che si era già potuta sbirciare nella sua opera prima. Sì, il film è ambientato in un contesto agreste ed idilliaco. Sì, lo scorcio su animali e tramonti si mostra qua e là. Ma ciò non basta. Lo sguardo sulla natura è futile, sprecato, stantio. Sia chiaro, I giorni del cielo è un’opera bellissima e sbarluccicante, ma proprio come un diamante, si offre alla vista senza conservare vero valore.

Dr. Lecter

Badlands1973

Badlands1973

Badlands1973

Badlands1973

I giorni del cielo - 1978

I giorni del cielo – 1978

I giorni del cielo - 1978
I giorni del cielo – 1978

 


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