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Il signor rossi contro lo spettro della poverta’

Creato il 11 settembre 2012 da Conflittiestrategie

Al Professore Emerito di diritto commerciale della Bocconi, Guido Rossi, ormai giunto all’età di 81 anni, si addice sicuramente un atteggiamento “filantropico” che pare accentuarsi col passare del tempo. Nel suo ultimo articolo sul Sole 24 ore (09.09.2012) Rossi – dopo aver considerato in maniera particolarmente ottimistica gli ultimi avvenimenti nel mercato finanziario e monetario europeo – arriva a porsi il problema dell’impoverimento dei ceti medio-bassi – lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati – in Europa e particolarmente in Italia. Il professore afferma che la

<<decisione della Banca centrale europea di approvare il piano di acquisto di titoli di Stato dei Paesi dell’Eurozona sul mercato secondario, subordinandolo a precise condizioni di rigore e al resto delle modalità ben note>>

avrebbe, se non proprio “sconfitto”, come adombrato nel titolo dell’articolo, (Sconfitta la speculazione ora il nemico è la povertà) almeno inferto un colpo “mortale” ai tentativi delle forze speculative intenzionate a destabilizzare l’eurozona. A questo punto, secondo Rossi, rimane, soprattutto, da affrontare in maniera decisa il “Leviatano tecnico-burocratico” – ovvero quegli apparati politico-istituzionali che esercitano i poteri decisionali all’interno della Ue – che, nell’attuale “stato di eccezione” minaccia tracolli e baratri sottovalutando completamente gli effetti nefasti di una giustizia sociale sempre più assente con la conseguenza di occuparsi poco o nulla della “nuova peste” incombente, la quale avrebbe due sinonimi fra loro collegati: disoccupazione e povertà. Gli ultimi dati dell’Ocse e della Commissione europea appaiono, infatti, piuttosto preoccupanti: sono state stimate in 116 milioni le persone nei Paesi dell’Unione a rischio povertà.
Non solo. Vi sono, inoltre, 7,8 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni che non hanno impiego e che non stanno studiando. Le percentuali in Grecia, Spagna e Italia sono le più alte di tutta l’area dell’Euro. E il professore aggiunge

<<Le prospettive sono agghiaccianti, tanto che nel discorso di apertura [della conferenza "Jobs 4 Europe", tenutasi il 6 e 7 settembre scorsi. N.d.r.] Angel Gurrìa, il segretario generale dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo, si è riferito ai giovani dichiarandoli una «lost generation». Alla disoccupazione e alla povertà così estese in Europa i governi offrono sacrifici e privazioni>>.

Si può rincarare la dose riportando le conclusioni del “rapporto Coop 2012″, che evidenzia come in Italia i redditi siano i più bassi d’Europa, e per il suo presidente non vi sono dubbi che «per il consumatore italiano è l’anno peggiore dal dopoguerra». Nonostante l’Italia sia l’unico paese in cui diminuiscono i risparmi, i consumi segnano un calo rispetto al picco della crisi economica del 2009, con un’ulteriore previsione al ribasso. Guido Rossi potrebbe essere accusato di tendenze “socialiste” (anche se ormai si tratta di una parola di cui non si capisce più quale significato potrebbe avere) quando ribadisce, infine, la necessità di promuovere politiche di giustizia sociale:

<< Queste devono garantire, pur non trascurando l’esaltato, ma spesso nell’applicazione ingiusto criterio della meritocrazia, non tanto il mito degli uguali, ma i diritti fondamentali garantiti da tutte le Costituzioni a una vita dignitosa, alla salute, al lavoro e alla cultura>>.
L’articolo viene concluso da una citazione del filosofo americano Michael J. Sandel tratta dal suo ultimo libro (
What Money Can’t Buy: The Moral Limits of Markets – 2012): «La democrazia non esige uguaglianza perfetta, ma richiede che i cittadini condividano una vita comune. Ciò che importa è che la gente di diversi background e posizioni sociali si incontrino e si confrontino l’un l’altro nella vita di tutti i giorni. È così che sopportiamo le reciproche differenze e arriviamo ad occuparci del bene comune» Ma la cosiddetta “economia sociale di mercato”, a cui fa riferimento il professor Rossi, è rivendicata da “quasi tutti”, tanto che risultano forse più apprezzabili per la loro franchezza gli irriducibili seguaci di Hayek, M. Friedman e Rothbard; se internet non mente lo stesso Mario Monti su “la Repubblica” del 05.07.2012 avrebbe detto (riferendosi alla Merkel): “Angela e io lavoriamo molto bene insieme, perché tutti e due crediamo in una cosa che si chiama economia sociale di mercato”. E’ d’altra parte lo stesso Guido Rossi che in alcuni passi di un suo libro (1) pone i presupposti per una critica di questa nozione:

<<Non esiste una filosofia dell’economia:l’economia per sua natura si fonda sul mercato e sul denaro. Parlare del rapporto tra etica ed economia oggi è inutile, se non si ricorre al medium del diritto. L’etica e l’economia tra loro hanno davvero poco da spartire. Lo sosteneva già Lionel Robbins nel 1932: ” Non è possibile associare economia e etica perché la prima riguarda fatti che devono essere verificati, e la seconda valutazioni e obblighi”>>.

I seguaci di Bruno Leoni e della scuola austriaca a questo punto obietteranno che la visione “filosofica” del diritto di G. Rossi non funziona perché il problema di fondo sarebbe la confusione tra due categorie di norme, completamente diverse: nomos (le regole di diritto, rule of law), volte ad assicurare il funzionamento dei rapporti tra “uomini liberi”, e taxis, prescrizioni, orders, strumenti di controllo “sociale”, strumenti di controllo coercitivo della libertà personale. Nomos non sarebbe uno “strumento di controllo sociale” (strumento politico della maggioranza) ma una regola di funzionamento della libera azione di milioni di individui liberi, non “controllata” dal potere politico. Taxis, le prescrizioni, sono atto impositivo di una maggioranza che ha il potere politico. Nomos, dunque, è l’insieme di principi di diritto consolidati nel corso di secoli di esperienza giuridica e custoditi dai giudici, in continua elaborazione ed evoluzione. Il “legislatore” “politico” può intervenire per “applicare” il nomos a nuove situazioni, più velocemente di quanto farebbe l’elaborazione giurisprudenziale; può indirizzare lo sviluppo del nomos, ma se lo stravolge, non fa che sostituire nomos con taxis, prescrizioni, che impediscono il funzionamento del nomos e del fenomeno economico reso possibile dal rispetto del nomos: << Impedito il funzionamento del nomos in un settore dell’economia, esso impoverisce come un albero a cui siano recise le radici>>. Certo, questa enfasi sul ruolo del diritto nella “costituzione” dei rapporti sociali, soprattutto politici ed economici, appare effettivamente poco convincente ma la codificazione giuridica è pur sempre il coagulo di rapporti di forza tra gruppi dominanti in una formazione sociale particolare (non in quella globale perché il diritto internazionale, nell’attuale fase, è “stato messo da parte”) e quindi comporta una valenza “reale-razionale” che le filosofie comunitariste e del “bene comune” non possono vantare. Per quanto riguarda, poi, la ricomparsa di una nuova “questione sociale”, ben situata nel XXI secolo, ci sembra che se ne possa e se ne debba parlare, beninteso solo dopo aver liberato il campo dalle nostalgie relative a “concetti” – o meglio“idola” “baconiani” – come Classe, soggetto rivoluzionario, comunismo (inteso come superamento della “preistoria della società”), ecc.

  1. Perché filosofia – Maggio 2008

Mauro T. 09.09.2012


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