Un po’ tutti siamo convinti che la scrittura sia bella perché ci rende liberi. Ci si mette davanti allo schermo del computer e si pestano allegramente i tasti, e finalmente possiamo scrivere quello che ci pare! Non è meraviglioso?
Non saprei.
Di sicuro un autore deve sempre ricordare che le sue parole appartengono al dizionario, e che la libertà di cui volentieri ci si fregia, non conduce esattamente dove dovremmo andare.
La libertà nella scrittura produce forse più danni che pregi. Se chi legge è un po’ esperto di Web, sa che esistono contenuti (persino “di valore”, o almeno definiti in questo modo) dove la libertà che si è preso l’autore (esordiente) ha prodotto dei mostri. Ma questo non impedisce a costoro di pavoneggiarsi, e di avere successo. A volte, non è un successo da poco, ma rafforzato da pubblicazioni e premi e recensioni.
Non crederai davvero che il talento o il merito abbiano qualche valore da queste parti, vero? Devi essere fedele alla parola non perché così finirai in classifica (non accade quasi mai); ma perché se agissi in maniera differente non saresti tu, ma uno dei tanti.
Nessuno parla del giogo che la scrittura impone a chi d’un tratto, decide di scrivere. Sì, è bello, bellissimo; quando si scrive gli uccelli cinguettano, il cielo nuvoloso si rasserena e le balene danzano in mare.
Non è libertà quello che la scrittura impone, bensì disciplina. È quella cosa che definisce la posta in gioco. Se ho scarse ambizioni, la mia scrittura sarà dozzinale, banale, quindi potenzialmente di grande successo.
Viceversa quando inizio ad alzare l’asticella della qualità inizierò a tagliar via da me tutto quello che mi distrae o mi disturba.
È una specie di sfida: se vuoi scalare una montagna, non puoi fare quello che vuoi. E se lo fai, preparati a dire addio all’integrità delle tue ossa: come sa chi pratica l’alpinismo, la montagna non perdona. Anche se fai le cose per bene, spesso si prende tutto, anche la vita; figuriamoci quando le cose le esegui alla carlona.
Con la scrittura non è molto diverso. Puoi fare quello che vuoi, e magari riuscire a ottenere quello che desideri: il successo. Bene. Ma se scegli di parlare di bellezza, di arte, allora inizierai a capire (non subito magari) che la compagnia di un buon vocabolario è preziosa. È lui che insegna a comprendere come le parole non siano tutte uguali. Hanno una storia, a volte luminosa, altre volte triste. Occorre comprendere alla svelta che hanno un peso, un valore.
Soprattutto di questi tempi, dove tutti scrivono (lasciamo perdere come), uno degli aspetti che attira l’attenzione, oppure la spegne all’istante, è l’uso della lingua. Che deve essere preciso, altrimenti è meglio comprare qualche ebook e leggere tanto.
Bada a questo: in tanti pensano ancora che sul Web è sufficiente scrivere, e i lettori arriveranno a frotte. È possibile si capisce, e molto dipende da cosa scrivi. Se il tuo target (come dicono i guru), sono le capre, greggi di dimensioni mai viste beleranno sui tuoi post. Ormai il successo non si nega a nessuno.
Rifletti però su questo aspetto. Non devi, nell’epoca della Rete, raggiungere la quantità, bensì coloro che apprezzano la cura per un post scritto senza fretta. Che non disprezzano affatto il silenzio. Che riconoscono a una prima occhiata che le parole scelte non sono state buttate lì tanto per occupare spazio. Ma hanno uno scopo, e un compito.
Lo so; convinco pochi. Almeno ho convinto me stesso.





