Dalle carte, sequestrate dal giudice, "emerge in modo chiaro il potenziale di ricattabilità del quale Calvi intendeva avvalersi" contro lo Ior e contro il Vaticano "stando in un posto più sicuro di quanto fosse l' Italia in quel momento e quindi la grande rilevanza della documentazione in suo possesso". Il 20 gennaio del 1982, il banchiere scrive a un misterioso "Caro Onorevole". Ricorda che "molte delle cause che hanno determinato la tragica fine dell' impero Sindona sono le stesse che oggi potrebbero provocare il mio crollo".
In un' altra lettera, priva di destinatario e data, ma firmata, il banchiere si scaglia contro "Marcinkus, Mennini e tutti i dirigenti dello Ior... (che) hanno abbandonato me e il gruppo che rappresento...". Calvi minaccia: "Ora che sono stato abbandonato e tradito dai miei più sicuri alleati non posso non ricordare le opere che ho svolto di concerto con i rappresentanti di S.Pietro. Mi prodigai in America Latina in ogni senso arrivando perfino ad occuparmi di forniture di navi militari e di altro materiale bellico". Chiede: "...che mi siano restituiti i 1000 milioni di dollari che, per espressa volontà del Vaticano, ho devoluto in favore di Solidarnosc; che mi siano restituite le somme che ho impegnato per organizzare centri finanziari e di potere politico in 5 Paesi dell' America del Sud, somme che ammontano a oltre 175 milioni di dollari; che mi sia riconosciuto in termini economici ancora da quantificare l' efficace opera da me svolta in favore di molti Paesi dell' Est e dell' America latina".
Infine, l' ultima drammatica lettera al Papa del 5 giugno 1982, pochi giorni prima della fuga e della morte. Almerighi non ha dubbi che quella missiva fu "scritta da Calvi con la stessa macchina per scrivere usata per redigere gli altri documenti rinvenuti nella borsa" anche se "non esiste la prova in atti che il Pontefice l' abbia ricevuta o potuto leggerla". Calvi lancia un' implorazione pesante come un ricatto: "...altro non mi rimane che sperare in una Sua sollecita chiamata che mi consenta di mettere a Sua disposizione importanti documenti in mio possesso e di spiegarLe a viva voce tutto quanto è accaduto e sta accadendo, certamente a Sua insaputa...".
E' di questo potere di ricatto che, con la Valextra, si impossessa Flavio Carboni. Il "faccendiere sardo" gioca le sue carte senza scrupoli, con una determinazione che soltanto il Calvi disperato degli ultimi giorni seppe trovare.
Come Calvi, Carboni scrive al Papa ("sicuramente dopo il 1984"). Con gli stessi argomenti di Calvi. Anzi, sbandierando con l' ultima lettera del banchiere, le sue stesse minacce. "Santità, la mia impresa non è stata facile. Essendomi trovato al fianco del presidente del Banco Ambrosiano nell'ultimo periodo della sua vita sfortunata, mi ero reso conto di quali dissesti immani era minacciata la Chiesa. Del resto, anche lo stesso Calvi, in una lettera indirizzata a Lei, pochi giorni prima di morire, così si esprimeva...".
"Il contenuto di questa lettera di Calvi e di molte altre non fu divulgato grazie a un provvidenziale intervento che impedì la sua caduta nelle mani di chi era pronto ad utilizzarla per colpire maggiormente la Chiesa - prosegue Carboni - E' stato un miracolo che ciò non sia accaduto considerando quanti e quali interessi ruotano intorno a quei tragici fatti; ed è stato un miracolo riuscire a raccogliere la documentazione più importante, non soltanto quella più direttamente legata al caso Ior-Ambrosiano, e impedire così non solamente il prosieguo di una virulenta campagna diffamatoria condotta in tutto il mondo contro le istituzioni cattoliche, ma anche la possibilità che essa degenerasse, suffragata da materiale estremamente delicato e pericoloso...".
Anche se non c'è "in atti" la prova per poter ritenere che questa lettera sia mai giunta al Pontefice, il giudice istruttore non ha dubbi che sono stati questi gli argomenti che convinsero Hnilica a cedere e a versare a Carboni, "direttamente o indirettamente oltre tre miliardi".
Campagna diffamatoria "Si indicano le somme di denaro minimali - avverte Almerighi - al di sotto delle quali non è possibile scendere sulla base della documentazione bancaria acquisita agli atti. Se si dovesse tener conto del carteggio epistolare e del resto della documentazione si arriverebbe ad una cifra di gran lunga superiore". Il vescovo cecoslovacco non agiva in solitudine, la sua iniziativa era "avallata" anche se non si ritenne di impegnare direttamente lo Ior "per non implicare il nome del Vaticano".
Scrive e conclude Almerighi: "Che padre Hnilica non fosse solo nell' operazione intrapresa è un fatto non solo suggerito da logiche di elementare profilo e da una serie di risultanze istruttorie, ma dallo stesso vescovo esplicitamente riconosciuto: ' eminenti personalità ecclesiastiche raccomandarono al sottoscritto di ricevere ed ascoltare Flavio Carboni perché avrebbe potuto essere utile alla causa ecclesiale' ".