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Incontro con Alex Gibney

Creato il 15 aprile 2013 da Oggialcinemanet @oggialcinema

Alex-Gibney

Incontro con Alex Gibney: “Contro ogni dogma, racconto i crimini perpetrati dalla Chiesa contro vittime innocenti”.

Dopo essere stato presentato a Toronto e aver scioccato spettatori di quindici diverse città italiane in cui è stato proiettato, Mea Maxima Culpa: silenzio nella casa di Dio, validissimo documentario sui preti pedofili del newyorchese Alex Gibney viene distribuito da Feltrinelli Real Cinema a partire dal 17 aprile. Un racconto lucido e puntuale – e, naturalmente, laico senza mai essere blasfemo- che non fa sconti a nessuno (tanto meno ai pontefici) e che, dati e testimoni alla mano, intende far luce sui numerosi casi di abusi perpetrati dalla Chiesa dal 1972 ad oggi. Quarant’anni di intrighi, orrori, verità messe a tacere, alte cariche del Vaticano complici, una scrivania – quella dell’allora cardinale Ratzinger- divenuta sede di quella che nel film viene definita “la congiura del silenzio”. Un film coraggioso, per sapere, per capire, per non essere complici di un silenzio colpevole che dura da troppo tempo e rischia di non rendere giustizia alle vittime di abusi. Incontriamo a Roma il regista, all’indomani dell’elezione di Papa Francesco.

Il sottotitolo del suo film è “Silenzio nella casa di Dio”. Ce lo spiega?
Dunque, a Los Angeles e Milwaukee sono stati aperti gli archivi delle diocesi, dal Vaticano invece tutto tace: è il silenzio della casa di Dio che dev’essere violato per lasciare spazio alla verità. Le cifre delle vittime sono importanti perchè impressionanti, ma quello che conta ed è al centro del mio film è il volto umano: l’umanità di quelli che chiamo “i miei eroi”, cioè quelli che hanno sofferto e poi lottato per tutta la vita affinché la loro voce venisse ascoltata. Sono le vittime degli abusi sessuali da parte di preti di tutto il mondo, che oggi desiderano solo che si metta fine alla sordità della Chiesa, al silenzio appunto. E io volevo raccontare anche il dolore dei loro volti, negli sforzi che fanno per raccontare in prima persona la loro terribile esperienza.

Che tipo di reazioni ha ricevuto da parte della Chiesa o delle comunità ecclesiastiche?
A Toronto, poi in Irlanda e in Australia il film ha suscitato reazioni varie e interessanti. Ad esempio, negli Stati Uniti c’è la Lega Cattolica, un’associazione attiva e militante, che si è dimostrata decisamente ostile nei miei confronti: ho ricevuto valanghe di messaggi cattivissimi del tipo “Andrai all’inferno, anche se non ho ancora visto tuo film”. Tanti cattolici invece hanno visto il film e apprezzato soprattutto la mia scelta precisa di separare la fede dai crimini: questo film non è un attacco alla fede, ma ai crimini che sono stati commessi.

Nel suo film ci sono diversi testimoni, come li ha convinti a parlare?
Ci sono persone che non hanno avuto ancora il coraggio di uscire allo scoperto, e altri, come quelli che vedete nel film, che con fatica e dolore hanno iniziato a raccontare, a denunciare, a lottare per il rispetto della loro dignità e verità. Erano già convinti, io ho solo dato loro possibilità di testimoniare. La mia intenzione era proprio quella di iniziare da una storia che sembrava circoscritta, quella dell’irlandese Padre Walsh, e mostrare il ripetersi di una specie di schema che si allarga fino agli ultimi gradini del Vaticano.
Ecco, nel film fa espliciti riferimenti anche alle responsabilità concrete di Ratzinger.
Era il capo della Congregazione della dottrina della fede: sulla sua scrivania, e solo su quella, arrivavano tutti i casi di abusi su minori a partire dal 2001. Ad oggi è l’uomo più informato al mondo su tali scottanti questioni, quindi ha avuto la responsabilità pratica di non aver parlato, di non aver richiesto risarcimento o giustizia per le vittime, di non aver mai portato alla luce le responsabilità della Chiesa. Le sue dimissioni forse rappresentano l’atto più potente del suo pontificato: ha dimostrato e riconosciuto di non essere in grado di affrontare questioni di fuoco che riguardano la Chiesa, compreso lo scandalo della pedofilia, e ammesso di essere un uomo. Come tale incapace di svolgere questo compito.

Neanche Papa Wojtila esce “indenne” dal suo film.
C’è un grande affetto per Wojtila in tutto il mondo, e questo ha finito per far dare per scontato che fosse impossibile che uno come lui avesse partecipato alla congiura del silenzio e alla copertura. Per questo ho inserito nel film anche il caso scioccante di Marcial Maciel Degollado. Detto questo, sarebbe troppo semplice addebitare tutte le responsabilità a un solo papa: quello della pedofilia è un problema grave che riguarda la chiesa cattolica come istituzione.

C’è speranza che le cose cambino?
Molta speranza è riposta nel nuovo Papa e, intanto, noto un grosso impegno da parte dell’opinione pubblica soprattutto in America e in Irlanda: prima c’erano solo congiura del silenzio e omertà, ultimamente invece penne e persone hanno iniziato a prendere seriamente posizione, si è iniziato a denunciare e far sentire la propria voce sempre di più. Come dicevo, in alcune diocesi sono stati finalmente aperti archivi segreti: non bisogna solo aspettare che la Chiesa segui i suoi tempi. Ricordiamoci che la società civile può prendere l’iniziativa e raggiungere grossi risultati.

di Claudia Catalli

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