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Intervista a Chiara Gallese, autrice di "Tokyo Night" (ilmiolibro.it, 2010)

Creato il 12 aprile 2011 da Braviautori

Chiara Gallese, classe 1982, si laurea in Lingue Orientali nel 2006. Consegue successivamente una seconda laurea in Giurisprudenza: attualmente si occupa di diritto commerciale giapponese, d'insegnamento e di disegno in stile manga. Ha una bimba, Aurora, di otto anni, ed è al suo esordio come scrittrice, col romanzo "Tokyo Night" (Ilmiolibro.it 2010).
Chiara, inevitabilmente la prima domanda riguarda la situazione critica che sta vivendo il Giappone all’indomani del sisma terrificante di poche settimane fa. Il tuo libro è dedicato a un amico che vive là. Avrai certamente notizie di prima mano e non filtrate dai giornali sulla situazione che sta attraversando il Paese in questo momento. Quali testimonianze ci puoi riportare?
Ho molti amici che vivono in Giappone, tra cui appunto l’uomo a cui ho dedicato il libro. In un primo momento la vita quotidiana dei giapponesi che erano a Tokyo è continuata normalmente, perché la centrale era molto lontana. I giornali locali tendevano a sminuire sia il numero delle vittime sia i reali pericoli. Dopo qualche giorno, anche per colpa degli allarmismi esagerati della stampa occidentale, gli stranieri si sono spostati a Osaka e Kyoto, lasciando il loro lavoro momentaneamente. In seguito ancora i “gaijin” sono stati sollecitati a lasciare il Paese su consiglio delle loro ambasciate, visto l’imminente pericolo nucleare. Adesso, pur non essendo migliorata la situazione, molti sono tornati alla loro vita quotidiana a Tokyo, noncuranti delle perdite radioattive. Il pensiero generale è questo: “E io che ci posso fare? Ormai la mia vita è qui”. Ti lascio solo immaginare il mio livello di preoccupazione quotidiano!
Quale/i periodo/i hai trascorso in Giappone, e come ti sei avvicinata alla cultura di questo Paese? Che cosa ha mosso la tua curiosità e ti ha dato la spinta per approfondire la conoscenza di una realtà tanto lontana da noi sia in termini di distanza geografica che di mentalità?
Quando avevo tredici anni ho iniziato a guardare in TV i cartoni animati giapponesi dell’epoca, come “Cara dolce Kyoko”, “Ranma ½”, “Sailor Moon” e “Arale”. Soprattutto il primo, che descriveva molto da vicino la realtà quotidiana di questo Paese, mi ha incuriosita al punto di voler approfondire anche altri aspetti di questa cultura: ho iniziato a leggere Yoshimoto Banana, Muratami Haruki, Oe Kenzaburo e Kawabata Yasunari, rimanendo sempre più rapita da tutto ciò che riguardava l’Asia. Nello stesso periodo ho iniziato anche a disegnare in stile manga e ho conosciuto alcune ragazze giapponesi che vivevano qui.
Dall’esperienza di amici e amiche che si sono recati là per una vacanza, o per lavoro, la sensazione è che i giapponesi siano proprio diversi e particolari nel loro modo di considerare il mondo e la vita. Il parere che mi hanno riportato le persone che ho conosciuto è che sia un popolo piuttosto difficile da “capire” e che a volte un occidentale, anche dopo aver vissuto là per anni, non riesca ancora a comprenderli a fondo. La tua esperienza in questo senso qual è stata?
La mia esperienza è stata molto diversa da quella di altri amici e conoscenti: appena arrivata a Tokyo, mi sono sentita subito a mio agio, sia dal punto di vista “logistico” che da quello interpersonale. Era la prima volta che sostenevo una vera conversazione in giapponese dal vivo, non mi ero mai trovata nella situazione di dover usare questa lingua per comunicare davvero, per necessità reale. Eppure mi è venuto tutto spontaneo: in nessun altro luogo al mondo mi sono sentita così “a casa”, così a mio agio, completa e capita. E’ stato stranissimo… sarà perché in generale non sopporto gli italiani e il loro vuoto interiore. Invece altre persone, pur avendo passato cinque anni della loro vita a dedicarsi a questa lingua e cultura, sono scappati dopo poche settimane, mentre altre ancora hanno giurato che non vi avrebbero più messo piede. Questo perché bisogna avere un certo carattere per vivere in un paese straniero, soprattutto se lontano e diverso da quello d’origine, e ciò vale per qualunque luogo al mondo. Un “occidentale” fa fatica a capire la mentalità di un popolo che non è stato influenzato per millenni dal cristianesimo, perché tutta la scala dei valori è ribaltata, l’etichetta è spesso opposta, i segnali non verbali sono difficili da cogliere e spesso fraintendibili. Alcuni esempi: i rutti e i risucchi a tavola; i sorrisi d’imbarazzo; l’uso della parola “no”; il rigido rispetto per gli schemi; il senso del dovere; i rapporti sociali; la morale sessuale. Non si può ragionare secondo il nostro punto di vista, altrimenti si rischia di diventare pazzi. L’apertura mentale è d’obbligo se si vuole comprendere un popolo asiatico, che sia Cina, Corea, India o Giappone. Se si abbandonano tutti i preconcetti, questa cultura non diventa difficile da capire.
Che cosa ti affascina di più dello spirito di questa nazione e della sua gente? In cosa li senti vicini alla tua visione della vita e in cosa invece vivi più distacco e differenza di atteggiamenti?
Gli aspetti che mi affascinano di più sono: la sensibilità e il rispetto verso gli altri; il concetto di fragilità e brevità della vita; l’efficienza; la solidarietà del gruppo nei confronti dei singoli. Invece non mi sento vicina alla loro diffidenza verso l’estraneo, al maschilismo, alla rigidità mentale e inflessibilità alle regole e alla poca chiarezza nei rapporti sociali.
La precisione, il rigore e il senso del dovere e della responsabilità di questo popolo sono leggendari. Ministri che si scusano in tv davanti a tutta la nazione perché, nell’arco di un intero anno solare, sommando tutti i ritardi accumulati da tutti gli Shinkansen in partenza e in arrivo da tutte le stazioni, si è arrivati all’”inammissibile” ammontare di trenta secondi… Altri politici che si dimettono perché, pur ignari della cosa, nell’arco di un lustro hanno ricevuto donazioni private da cittadini per cifre pari a pochissime migliaia di euro… Il Giappone a noi italiani sembra un altro pianeta, dove tutto funziona a meraviglia, e il mondo è come dovrebbe essere. Ma qual è il lato oscuro del pianeta Giappone? Questo paese ha il più alto tasso mondiale di suicidi fra gli adolescenti e persino in età infantile…
Sono tutti esempi di episodi che mi fanno ammirare il Giappone, soprattutto a causa dell’evidente contrasto con gli avvenimenti pubblici italiani: senza entrare nel merito delle scelte politiche, in Giappone i rappresentanti delle istituzioni, e in generale chiunque assuma una carica direttiva, si sente molto responsabile verso la propria comunità, tanto che si arriva alle dimissioni per cause estremamente più trascurabili della prostituzione minorile, della corruzione dei giudici, delle implicazioni mafiose. In Giappone non si sarebbe nemmeno arrivati a tal punto. Ve lo immaginate il premier giapponese che bestemmia o fa le corna nelle foto ufficiali? Anche in questo la loro mentalità è differente.
L’altro lato della medaglia è il fatto che l’individuo rimane come intrappolato nel gruppo e nelle sue dinamiche, senza potersene distaccare. C’è un detto che dice: “L’uccello che sta in testa allo stormo è quello a cui sparano per primo”, stando a significare che non bisogna distinguersi dagli altri.
Il sistema scolastico è chiamato “infernale” perché la mobilità sociale dipende solo dalla riuscita negli studi, e cioè dall’iscrizione alle scuole migliori, in una catena che inizia dall’asilo: per questo i genitori spingono i propri figli a eccellere negli esami, spendendo molti soldi in lezioni private e doposcuola, come se la loro vita dipendesse dal voto ottenuto. Il risultato è che la pressione spinge al suicidio, per la paura di non farcela o per la vergogna del fallimento; ma il suicidio ha un ruolo sociale diverso dal nostro: tradizionalmente è usato per lavare l’onta da se stessi e dalla propria famiglia, per risollevare il proprio onore, non è il gesto estremo di una persona depressa come qui da noi.
La repressione in cui vivono spinge poi alcuni giapponesi alla pazzia e a sfogare la frustrazione con gesti eclatanti: stragi con il gas nella metro, sparatorie sulla folla, omicidi seriali di bambini, stupri e rapimenti… ma raramente i giornali ne parlano.
Ultima pecca del Giappone è la diffusa omertà che si riscontra praticamente in ogni aspetto della vita pubblica: se qualcosa non va, si preferisce ignorarla e non parlarne.
Passiamo a parlare del romanzo, per cui voglio farti tutti i miei complimenti. Di fianco al frontespizio si legge il titolo originale dell’opera “TOKYO NO YORU”. Questo significa che hai redatto anche una versione in lingua originale del tuo testo?
No, ma voglio farlo tradurre in varie lingue e ho usato il titolo giapponese come riferimento principale, anche perché avrei voluto avere il tempo per scriverlo direttamente in quella lingua. La prima traduzione sarà di certo francese, visto che il romanzo è dedicato a un francese che non sa l’italiano!
Keiko passa dall’amore per un primo fidanzato, Daisuke, giapponese come lei, all’incontro con Masayuki, giapponese dentro ma occidentale nell’aspetto, che in un certo senso rappresenta il suo alter ego (se volete capire perché leggete il libro, Chiara ha avuto intuizioni eccezionali nel tratteggiare i personaggi di “Tokyo Night”) fino all’arrendersi ai sentimenti provati per Michele, il fidanzato italiano. Qual è il significato profondo di questa serie di incontri che fai vivere alla tua protagonista? Come lettrice, la mia interpretazione del percorso di Keiko è stata quella di un cammino teso all’accettazione profonda di sé e della propria indole da gaijin, estroversa, solare, esuberante e talvolta molto poco “nipponica”…
Keiko è giapponese di nascita e di formazione, infatti la sua famiglia è molto tradizionale, ma, non senza un certo rammarico, si accorge che la sua vera natura si discosta tremendamente da quella nipponica, al punto che viene spesso chiamata “gaijin”, con una punta di disprezzo. Keiko stessa è razzista verso gli stranieri, forse per compensare quello che lei vede come un tradimento nei confronti del suo paese, cioè il suo carattere e la sua mentalità “occidentale” Con Masayuki si rende conto, forse, di non essere in grado di gestire il conflitto interno tra le sue due nature, perché lacerante e snervante: lui per primo non riesce a vivere la sua condizione con serenità e non è capace di accettarsi. Alla fine (non del libro, ma della storia) arriva Michele, a cui Keiko sceglie di arrendersi incondizionatamente, perché troppo stanca di tentare di combattere contro se stessa.
Molti aspetti del romanzo sono autobiografici: anche se la storia è inventata, alcuni personaggi sono modellati su persone realmente esistenti, soprattutto Masayuki, che nella realtà è un ragazzo francese d’origine coreana che vive a Tokyo, e Miriana, che è una delle mie migliori amiche (questi sono i personaggi a cui sono più affezionata). Keiko è l’opposto di me, ma la sua inquietudine è la mia: anch’io mi sento a casa solo a Tokyo, e solo lì, in un paese straniero e lontanissimo, mi sembra che la mia vita abbia davvero un senso.
Uno dei tratti più poetici e toccanti - e anche fondanti - del tuo libro è come hai delineato il rapporto tra Keiko e sua madre. Quanto ti cambia, come Autore, l’esperienza della maternità, Chiara? E come riesci a conciliare l’impegno della scrittura con le responsabilità del tuo ruolo di genitore?
Dal momento che io ho un rapporto molto conflittuale con mia madre, chi mi conosce mi ha detto: “Si vede come vai d’accordo con tua mamma, hai fatto morire la madre della protagonista nelle prime pagine del romanzo!”
Da un lato, non avrei saputo come tratteggiare un rapporto madre-figlia sereno e amorevole, se non appunto da una considerevole distanza (vita-morte); dall’altro, volevo condensare in quel duetto tutte le mie emozioni di madre. La maternità ti cambia in tutti gli aspetti della vita e non solo nella scrittura: non dico che diventare genitori sia indispensabile, ma penso che se non si hanno figli non si possa comprendere una grandissima parte della vita e in particolare non si riesca ad avvicinarsi realmente ai propri genitori. In ogni caso non è certo l’impegno della scrittura quello difficile da conciliare con il ruolo di genitore, quanto piuttosto quello lavorativo e studentesco: all’università non ci sono agevolazioni per gli studenti che hanno figli, se non ridicole opzioni part-time che non fanno altro che svantaggiarti; al lavoro o non ti assumono o ti boicottano e ti impediscono di fare carriera, senza parlare degli incentivi statali inesistenti per la maternità.
L’aspetto della maternità che più mi riguarda da vicino, nel mio libro, è l’aborto, perché ho cercato di descrivere cosa sarebbe potuto succedere se avessi fatto una scelta diversa. Ricordo ancora come se fosse ieri, a distanza di nove anni, il terrore di dover fare una cosa simile contro la propria volontà.
Non solo scrittura, si potrebbe dire a proposito delle tue attitudini artistiche. Il libro è corredato da illustrazioni in stile Manga raffinate e accuratissime. Ci parli di questa tua passione?
Ho un sito internet in cui condivido i miei disegni: http://www.akikorossella.deviantart.com
Uso le matite, i pennarelli copic e i pennini a inchiostro di china, ispirandomi a mangaka come Tanemura Arina e le CLAMP.
Chiara, se un giorno il destino ti mettesse davanti a una scelta simile a quella di Keiko? Lasciare il tuo paese e vivere dall’altra parte del mondo, magari proprio in Giappone? Cosa faresti?
Se ho scritto questo romanzo è proprio perché ho dovuto fare quella scelta, rinunciando ai miei sogni per condurre una vita diversa in Italia. Con questo libro ho cercato di esorcizzare il rammarico e i rimpianti che mi sono lasciata alle spalle. “Mi rendo conto che poche persone al mondo hanno avuto il privilegio di poter scegliere come vivere la propria vita, e ancora meno hanno avuto la possibilità di trovarsi a decidere tra due opzioni ugualmente allettanti. Non è da tutti avere davanti a sé non una, ma ben due vite. Io sono stata una dei pochi fortunati. Ho potuto valutare i pro e i contro di ognuna delle due situazioni e alla fine ho fatto la mia scelta. Forse non ho avuto molto tempo, se si considera l'intero arco della vita, ma ho comunque avuto una possibilità, cosa che molte persone non avranno mai. (…) Invece ho deciso di continuare per la mia strada. Non ha alcuna importanza per quali ragioni ho agito: ciò che è stato è stato, non si può cambiare, non si può riavvolgere la pellicola del tempo. Neppure ora so che cosa ne sarà di me. Non ho nessuna garanzia di vivere una vita felice. Potrei vivere invidiata da tutti, o magari morire giovane. Posso solo andare avanti. È tutto quello che ho.”
Braviautori saluta Chiara Gallese: ti ringraziamo infinitamente per la disponibilità e la gentilezza dimostrate, a presto Chiara e i migliori auguri per il tuo romanzo e la tua attività nel campo della scrittura!

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