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Intervista a Nicola Samorì

Creato il 21 febbraio 2012 da Theartship

Sandra Dalmonte. Partiamo da un’affermazione di Giorgio De Chirico: l’artista, dice, non deve essere Originale, ma
Originario, porre cioè a base della propria opera, chi è, da dove viene, la sua storia. Ecco, riflettendo su questo ti chiedo, qual è l’origine per Nicola Samorì?

Condivido le parole di De Chirico anche perché non mi è mai riuscito d’essere originale; meglio cercare un’origine allora. Nel caso mio sono convinto che tutto abbia avuto inizio la prima volta che ho visto scuoiare un coniglio in campagna. I riti naturali e crudeli intorno al corpo sono segni originari che ripeto in forma di simbolo.

Molti artisti riversano la preparazione accademica acquisita nelle opere prodotte, altri agiscono in reazione a questa. Quanto e come i tuoi studi hanno influenzato il tuo percorso artistico individuale?

È inevitabile restituire la propria formazione, anche quando si cerca di abbatterla. È come la religione. Io ho avuto la fortuna di non ricevere un insegnamento accademico tradizionale (nessuno avrebbe saputo insegnarmi il buon disegno dal vivo secondo la prassi ottocentesca) e sono rimasto impermeabile all’accademia del contemporaneo perché l’ho trovata poco convincente.

 
Quanta premeditazione, in termini di bozzetti, ricerche sul soggetto, studi preparatori, appunti e quanto inconscio invece è presente nel tuo lavoro?

Custodisco tutti i pensieri migliori e le intuizioni formali in piccoli quaderni che sono depositi d’idee. Ma i dipinti e le sculture non hanno molto a che fare con questa abitudine e sono per lo più test di resistenza su un’immagine preesistente dove l’inconscio scardina una replica fedele.

 

Dürer, Bacon, Caravaggio, ognuno muoveva da un’ossessione. Chi si avvicina ai tuoi lavori non può che chiederti: con quale stato d’animo crei la tua opera?

Il senso della vanità. Conto i giorni che passano sulle forme che vado facendo.

Il ritratto è sicuramente il genere artistico più sottilmente inquietante, la sua magia attraversa i secoli. Cosa ti attrae della ritrattistica. Quale periodo ti ha più influenzato?

Ho rimosso sistematicamente lo scambio inquietante che s’instaura con la buona ritrattistica. Non m’interessa la restituzione dell’individuo ma solo il rovescio della faccia, ciò che accade dietro la pittura e che accomuna terribilmente ogni soggetto (reale o ritratto). Nel mio lavoro di appropriazione prediligo i ritratti fiamminghi o puristi, dove il pennello cerca di farsi dimenticare.

 

Nella tua ricerca tra corpo e spazio abbracci sia la tecnica pittorica che quella scultorea, come combini queste due anime, e più genericamente quale apporto trai da esse?

Sono pratiche che si contaminano. Anche se passo più ore a dipingere forse è la scultura ad avere la meglio e lo si capisce proprio guardando la mia pittura che fa di tutto per abbandonare il suo sonno bidimensionale.

Come artista hai la possibilità di comunicare a un vasto pubblico: ti senti di avere delle responsabilità verso la società?

Il popolo dell’arte non è abbastanza vasto da definire un’azione concreta sulla società ed è arduo scoprire qualcuno più lontano di me da una forma di responsabilità sociale. Non m’interessano le relazioni fra gli uomini, la politica e le identità razziali. Il problema sostanziale è l’abito di carne e la nostra mortalità. Lavorare con le ore contate. Se si racconta bene quest’origine (per me) inaccettabile c’è forse la possibilità di intaccare l’uomo agendo sulla sua consapevolezza.

Passiamo a quelli che Dal Lago e Giordano hanno lapidariamente definito come Mercanti d’Aura: galleristi, collezionisti e tutta quella pletora di addetti ai lavori che, a diverso titolo, sono coinvolti nelle logiche di definizione del mercato dell’arte. Come ti rapporti e come definiresti il tuo ruolo in questo ambiente?

Mi servo di questo sistema e sono funzionale allo stesso: c’è una buona reciprocità. Il mercato dell’arte è poi un ottimo argomento per coprire un vuoto imbarazzante d’idee.

Potendo acquistare delle opere d’arte, quale vorresti possedere?

Una lettera autografa di Michelangelo e una tavola di Piero di Cosimo, un Kouros e un disegno di De Dominicis, non saprei…il mio museo immaginario è immenso.

Ultima domanda, come opera aperta: quali sono i tuoi progetti futuri?

Una mostra personale da Ana Cristea a New York in maggio e una retrospettiva alla Kunsthalle di Tubingen in settembre.


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