Magazine Pari Opportunità

Io con i pantaloni azzurri

Da Bambolediavole @BamboleDiavole

Dopo la vicenda di Andrea, il ragazzo suicida perché vestiva in rosa, vorrei raccontare la mia storia di bullismo, malgrado non abbia alcun legame con la storia del ragazzo vittima di bullismo omofobo. Oggi ho 25 anni appena compiuti e sono passati circa quasi 7 anni da quando mi diplomai dalla scuola che oltre al “pezzo di carta” mi ha lasciato l’esperienza traumatica del bullismo.

Non avevo compiuto nemmeno 14 anni quando feci ingresso in quell’istituto commerciale che io non volevo frequentare poiché le mie scelte vertevano su un liceo scientifico o un istituto professionale. Nonostante tre anni di calvario alla scuola media, dove quasi un’intera classe mi ignorava perché non mi comportavo da signorina, si aggiungono altri 5 anni di terrore.

Vorrei prima soffermarmi su quei tre anni di incubo che passai nella scuola media della mia cittadina. Era il ’98 ed era passata solo un estate che mi divideva dalla scuola elementare, ma quando feci ingresso alle medie trovai una situazione del tutto diversa che non mi aspettavo. Le mie compagne di classe erano quasi tutte sviluppate, vestivano da adulta o da ragazza, e parlavano di flirt. Io non mi sentivo ambientata.

Quando le mie compagne si accorsero che io non vestivo alla moda, non ero eccesivamente femminile e avevo ancora l’aspetto fisico di una bambina mi discriminarono già dal primo giorno. Ricordo quel giorno quando feci ingresso con uno scamiciatino giallo che le mie compagne consideravano infantile. Non ero l’unica vittima presa di mira. Lo era anche mia sorella ed un altra compagna di classe, discriminata perché “era grassa” e vestiva da maschio.

Portava i capelli rasati e amava vestire con le felpe o con le tute. Per tutte era come un maschio, per questo veniva discriminata oltre al fatto di essere in sovrappeso. Anche io mi vestivo e mi atteggiavo “da maschio” per questo non piacevo alle mie compagne che si truccavano tutte e mettevano i tacchi.

Il bullismo nei nostri confronti fu l’esempio di quello che deve affrontare una donna quando non si conforma a certi schemi imposti. Inoltre ero pure piuttosto bruttina e portavo i capelli corti: questo fu un altro fattore che giocava in mio svantaggio contribuendo alla mia discriminazione. Le bulle della mia classe non mi prendevano sempre in giro; il più delle volte mi escludevano e quando rivolgevo loro la parola non rispondevano e mi ignoravano, facendomi sentire una persona di poco valore.

Ricordo altre due compagne “maschiacce” ma loro non venivano discriminate perché erano brave a scuola e aiutavano a tutte. Ricordo anche quando la mia amica venne derisa e accusata di aver tirato un peto solo perché era in sovrappeso. Anche mia sorella veniva presa in giro per il peso, sopratutto dai maschi. La mia amica ne fu talmente provata che entra nel tunnel dell’anoressia, perdendo in un mese 10 kg.

Quando perse peso cominciò a vestirsi “da ragazza” optando per abiti firmati, conquistandosi l’amicizia delle bulle che la escludevano. Io coninuai ad essere discriminata perché non indossavo capi di alta moda e non volevo saperne di vestirmi da donna. Le bulle cercavano in continuazione ad insegnarmi ad essere più femminile se volevo essere considerata. Perfino la mia amica quando dimagrì mi prendeva in giro.

Avevo pochi amici in classe, da quell’esperienza ne uscii completamente distrutta. Fu così che iniziai ad ammalarmi di “fobia sociale”. Avevo paura di tutto, del telefono che squillava, poiché alle medie le bulle venivano a casa mia per dimostrare a mia madre che loro erano mie amiche e che non erano come le descrivevo; avevo paura di uscire di casa e di instaurare rapporti di amicizia con gli altri.

Mi legai tantissimo a quell’unica mia amica che allo stesso tempo mi trattava malissimo (ad esempio mi umiliava e mi ordinava di “staccarmi” perchè riteneva che le ero sempre a presso) e mi usava, ma io avevo paura di perderla perché non volevo restare sola e arrivai addirittura a convincermi che in fondo mi voleva bene e che me lo meritavo quando mi trattava male. In tre anni la mia amica cambia completamente: era diventata uguale alle mie compagne di classe!

Finito il terzo anno mi convinse a seguirla e ad iscrivermi nella sua scuola. Mia madre mi iscrive ad un’altra scuola e cominciai a soffrire la sua mancanza (era la mia compagna di banco). La mia amica ci rimase male e cominciò a cercarmi di meno e a farmi bidoni. Un giorno organizzammo di andare al cinema e mi fece la cattiva azione di invitare le bulle che mi prendevano in giro. Scappai e tornai a casa con la scusa di recuperare il resto dei soldi.

Un’altra volta a Carnevale, portò due amici (tra cui il futuro fidanzato) per farsi notare che era bella ed era corteggiata e che io non avevo successo con i ragazzi, colpevolizzandomi del fatto che io li frequentavo solo come amici. Ma io continuai a volerle bene fino alla seconda superiore e la invitavo spesso a prenzo a casa mia.

Nel frattempo alle superiori comincia un altro calvario: un gruppetto di persone mi prende di mira, prendendo in giro a me e mia sorella, prima per via del nostro cognome buffo e poi con offese più pesanti circa il nostro aspetto estetico, sia il nostro comportamento timido, sopratutto il mio poiché ero affetta da una forma di fobia sociale che si stava aggravando. I miei compagni di classe arrivarono ad insinuare che io fossi “ritardata” e “autistica” solo perchè la mia timidezza mi impediva di comunicare con loro e di stabilire un contatto oculare.

Mi lanciavano palline di carta, gomme da masticare arrotolate nei capelli che ho dovuto tagliare perchè rovinati, palle di carta arrotolata e perfino salame, bucce di banane, sputi, lattine e bottiglie vuote che mi colpivano alla testa, gavettoni di bottiglia in pieno inverno e via dicendo. Quando ruscii a reagire urlando e piangendo (prima ero bloccata) iniziarono a prendermi in giro imitando la mia voce.

I professori non mi credettero e quando le azioni iniziarono davanti a loro, facevano finta di niente o se la prendevano con me, riempiendo il registro di note e sbattendomi fuori dall’aula. Inutili i tentativi dei miei genitori di denunciarli o di parlarne col preside, per loro erano solo “ragazzate”. Mi sentivo una cacca e volevo suicidarmi. Cominciai a compiere atti di autolesionismo, bruciandomi con la cera, strappandomi i capelli e pungendomi con la punta del compasso.

Qualcuno di loro cominciò ad alzarmi le mani, a buttarmi giù dalla finestra lo zainetto rompendomi pure il cellulare. Ricordo un giorno quando reagii ad un insulto (mi chiamarono puttana) e ai palpeggiamenti di due compagni di classe e reagii prendendoli a calci e picchiandoli. La mia professoressa mi chiamò “asina” e mi disse che “una signorina non dovrebbe comportarsi come un maschio e tirare calci”. Io le spiegai che avevano iniziato loro e lei mi disse che comunque il mio atteggiamento era troppo maschile e aggressivo e che se loro mi avevano presa a calci o sputata era perché li ho provocati.

Insomma, loro mi invitarono e mi portarono ad avere un atteggiamento remissivo verso i miei compagni, perché erano maschi e io dovevo comportarmi da femmina e quindi subire. Tra questo gruppo di maschi c’era qualche ragazza complice che mi prendeva in giro e mi ritava della carta e delle gomme da masticare. Ogni giorno che entravo in aula mi dedicavano dei cori offensivi.

Un mio compagno un giorno arrivò a mettere zizzania tra me e una mia compagna accusandomi di aver parlato male di lei alle spalle. Per prendere le sue difese, entra una ragazza robusta che mi aggredisce e mi prende a schiaffoni. Non riscii a difendermi perché ero bloccata e perchè eravamo accerchiate da un gruppo foltissimo di ragazzi più grandi provenienti da altre classi.

Fu l’esperienza più traumatica. Arrivai a tal punto di convincermi che in fondo quello era un modo di considerarmi e che era peggio se mi ignoravano. Infatti gli atti di bullismo alternavano tra le prese in giro e l’esclusione dal gruppo.

I miei genitori disperati mi cambiano di classe, ma le voci di corridoio raggiungono l’aula. Anche lì cominciai ad essere presa in giro, convincendo che allora era colpa mia. Lì però ebbi degli amici e la situazione era un pò più tranquilla. Le bulle mi escludevano, mi prendevano in giro e mi facevano stalking al telefono.

Qualcuna arrivò ad insinuare che io subivo abusi in famiglia. I motivi per cui mi prendevano in giro erano gli stessi della scuola media: per loro ero una “bambina”. Fu che per tutto il secondo anno mi facevano domande imbarazzanti e un maschio che era ripetente due volte mi metteva la “testa a posto” e faceva molestie sessuali assieme all’altro, giustificandosi e dicendo che lo facevano per “svegliarmi” e “diventare una donna“.

Durante le lezioni mi sentivo arrivare delle palline di carta e una volta urlai chiedendo di smetterla. Il professore mi mise la nota e se la prese con me.  Anche un’altra professoressa se la prese con me e mi accusò di essermelo cercata: “non ti lamentare poi se vanno tutti contro di te come è successo in IE”, anche perché un giorno un mio compagnò mi rubò dalle mani il floppy e copiò il mio compito prendendosi una valutazione positiva.

Un giorno reagii ad una mia compagna, quando mi arrivò sulla testa una palla fatta con scotch e carta. Gliela restituii ma lei si avvicinò prendendomi a schiaffi. Al terzo anno furono bocciati i maschi e le molestie finirono. Ma il bullismo continuo alternandosi tra prese in giro ed esclusioni come la negazione del saluto, tipo “ciao a tutti tranne…”

Al quarto anno mi rovinarono un cappotto e mi danneggiarono delle cose. La cosa più brutta è che ad essere rappresentanti di classe erano le bulle peggiori, in modo che davanti a professori operavano una violenza psicologica facendo finta che mi accettavano e rispettavano, ma quando si assentavano cominciavano di nuovo a prendermi in giro. Fu alle mie prime reazioni che cominciarono ad insultarmi pesantemente: PER LORO ERO PAZZA SOLO PERCHE’ ESASPERATA COMINICIAI A METTERE LE MANI ADDOSSO A CHI MI HA PRESA IN GIRO PER 5 ANNI.

Allora cominciarono i cori offensivi e io scappai dall’aula. Questo davanti ai professori che non li hanno sospesi nemmeno una volta! Intanto l’anno finiva e io come ogni estate non trovavo pace perchè i bulli li incontravo per strada! a quest’ora questo sarebbe definito reato di stalking. Avevo paura di uscire e la mia fobia sociale era ormai diventata una psicosi creandomi problemi di persecuzione talmente gravi che vedevo nemici dappertutto e ogni espressione la interpretavo come un complotto nei miei confronti.

Per fortuna i farmaci furono la mia salvezza perché la mia situazione chissà dove sarebbe degenerata dal momento che addirittura soffrivo di allucinazioni uditive e sentivo persone inesistenti che stavano organizzando cospirazioni nei miei confronti. L’autolesionismo però non finì. Stavo cominciando il quinto anno e proprio in quel periodo subii parecchie molestie sessuali che io non riuscii mai a denunciare, anzi mi lasciai molestare, perché avevo paura e vergogna. Mi ero convinta che loro sapessero del bullismo e che ne approfittarono. Così uno di loro sfortunatamente era loro amico e lo venne a sapere e mi appiccicò sulla schiena il biglietto “io la dò a tutti“. Reagii di nuovo e mi misi la classe contro.

Al quinto anno stavano organizzando il pranzo dei 100 giorni. Io non ci volevo andare ma le bulle mi costrinsero, come mi costrinsero ad andare in gita solo per fare numero e quando rifiutai mi accusarono che per colpa mia la gita era stata annullata perchè mancava il numero! Allora iniziarono le intimidazioni. Sopratutto durante l’organizzazione del pranzo dei 100 giorni quando mi costrinsero di sborsare 60 euro comunque anche se non ci sarei andata. Tornai a casa e mi tagliai con una lama tutto il braccio e la mano.

Mi faceva schifo pure il cibo. Fu in quell’anno che tentai più volte il suicidio sopratutto coi farmaci. Poi un giorno reagii alla prepotenza di una mia compagna che strappò un mio disegno. Tornai indietro e glielo tirai in faccia. Lei mi colpì alle spalle mentre tornavo a posto, tirandomi uno schiaffo alla nuca.Mi girai e cominciai alla cieca a prenderla a calci e pugni dappertutto. Ero “derealizzata” dalla rabbia. Sollevai un banco da terra. Allora li arrivarono gli altri che non riuscirono a trattenermi in tre, nemmeno un mio compagno di classe che pesava 100 kg.

La bulla più violenta cominciò a pestarmi, sbattendomi contro lo spigolo di un banco. Ma da allora finirono le prese in giro dirette e mi lasciarono in pace. Ci vollero due anni prima che finì il bullismo in strada. Anche lì ci fu un altro episodio: nel 2006 picchiai una ragazza che assieme alla amica mi prese in giro.

Dopo questa esperienza fui costretta a scappare dalla mia città perché non volevo incontrare i bulli e me ne andai a Milano, fidandomi di un uomo che mi fece promesse e poi si rivelò una delusione. In quegli anni ero anche in cura per depressione e fobia sociale e il bullismo finì nel 2008. Oggi sono “guarita” anche se periodicamente sono depressa e autolesionista.

Come sono guarita? Grazie al blog “un altro genere di comunicazione” che mi ha dato l’opportunità di poter parlare di violenza, anche se di genere, ma ricordiamo che la violenza del bullismo non è solo razzista ma molto spess sessista. Ogni tanto penso al mio passato, so che è difficile dimenticare, ma ormai quello è il passato e rimuginare su ciò che è morto fa solo male. Ora sono un’altra persona, sono Mary di Un altro genere di comunicazione.


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :