Io mi alimento

Creato il 28 settembre 2010 da Eileen
Per restare in tema con la vena simpatica e ilare (!!) che sta prendendo ultimamente questo blog, ho deciso di aderire a questa sorta di campagna interweb. Non potevo non farlo, non con la mia storia alle spalle. la mia storia.
Ho pensato tante volte se parlare della mia malattia qui. Mi ero ripromessa di non farlo per alcune ragioni, in primis fra tutte il fatto che è un dolore, vivo e reale, ma privato. Inoltre non sono sicura che sia tutto finito, spesso mi sento in bilico sulla lama di un coltello e ho paura. Non riesco nemmeno a dirlo il nome della mia malattia. Ma spesso girovagando per blog, la notte quando non riesco a dormire, leggo storie di ragazzine (e non solo), leggo ho mangiato, ho vomitato, peso … per uno che passa e va non significa niente. Ma per chi ha vissuto certe cose, sa quanto dolore ci sia. Io spesso cerco di non pensarci, perché se lo faccio piango ancora. Io a volte sono tentata di scrivere qualche commento, magari parole di conforto, ma so perfettamente che non ce ne sono quando si sta così, e inoltre di certo non voglio dare la patente a nessuno.
Io ora ho trentun anni, sono alta 1.78 e peso 55 kg. Ho un’alimentazione controllata ma rilassata. Non vomito più, non prendo più lassativi dopo ogni pasto, non mi abbuffo più, non peso nulla, non vivo nell’ossessione del peso e della taglia.
Mi sono ammalata quando non si parlava certo di disturbi alimentari come oggi. Allora nessuno sapeva bene di cosa si trattasse, certe parole non esistevano e comunque erano un tabù come parlare di sesso durante una prima comunione.
Ho iniziato a voler ripulire tutto. Per cui mi son messa di impegno e ho fatto le grandi pulizie di primavera in casa, con un impeto inaudito. Poi sono passata alla mia stanza. Ho buttato via tutto. Ovviamente poi è toccato a me stessa. Ho pensato di mangiare un po’ meno, per sentirmi libera. Poi ancora meno. Poi di non mangiare più del tutto. Dopo tre giorni di digiuno totale sono svenuta a scuola. Solo un po’ di debolezza, stamattina ho fatto tardi e ho saltato la colazione, non è nulla … Poi ho capito che c’era un metodo migliore, in cui non svenivo e non sentivo i crampi della fame: vomitare. Sono andata avanti parecchio, e ho imparato quali sono i cibi più facili da espellere. Ma mi sentivo sporca, e il dimagrimento non era quanto io avrei voluto. Ho provato con i lassativi, efficacissimi, ma con una vita sociale come la mia non era controllabile. E sono tornata al punto di partenza, il non mangiare. E ho scoperto che bastava così poco cibo per stare in piedi! Mi sentivo pulita e meravigliosamente vuota, e così stavo bene. Mi è venuta una forza spaventosa, che non ha mai più avuto in mia, mangiando nulla riuscivo a fare tutto della mia vita precedente, e anche di più; continuavo a danzare, a studiare, andavo a correre e a nuotare in estate, camminavo per chilometri imponendomi di non prendere i mezzi pubblici e andavo ovunque a piedi. Mi sentivo così fiera di me! Il dimagrimento è stato lento ma spaventoso. Dai 58 kg che pesavo sono arrivata a 40 circa. Ero mostruosa. Praticamente mi andavano bene i vestiti delle bambine, e tutto era enorme. E questo era la mia più grande felicità.
I miei familiari si sono accorti molto tardi della cosa. Potevo sempre dire che avevo già mangiato in giro, visto che spesso ero fuori casa, o dai genitori di Andrea dicevo che avevo mangiato a casa e viceversa. Era perfetto. Mia sorella ha capito tutto per prima. Ha provato a parlarmi prima di correre a dire tutto a nostra madre, ma come ogni malata, le ho detto che era pazza, che io stavo benissimo, anzi , non mi ero mai sentita meglio.
Mia madre non ci ha creduto subito, ma da lì ha iniziato a tenermi d’occhio. E quando la cosa era ormai lampante mi ha portato dal nostro medico di famiglia di allora, un medico vecchio stampo, che non ha mai capito che non soffrivo di inappetenza o non bruciavo di più per lo sport, ma ero io a rifiutare il cibo, e per un bel po’ non faceva altro che prescrivermi Supradyn che regolarmente finiva nel water.I capelli cadevano a ciocche, le unghie erano molli come cera, il ciclo mestruale completamente scomparso, i denti cariati e rovinati. Ma non era ancora abbastanza.
Poi la cosa divenne seria e non si poteva mascherare più, ero magra da far paura, e tutti, conoscenti, amici, parenti, insegnanti, tutti non facevano che dire “oddio come sei dimagrita! “ oppure “sei troppo magra, stavi così bene prima!” . Non potete immaginare quanto godevo dal sentirmi dire quel sei troppo magra. Un trionfo. Ma così, anche i miei genitori capirono che davvero c’era qualcosa che non andava. E mi inchiodarono. Le loro reazioni furono di ogni tipo. All’inizio mi proibirono di mangiar fuori, e mi tagliarono i fondi, e lì non potevo più scappare. Si resero subito conto che rifiutavo il cibo, in ogni forma. Stare con loro a tavola era impossibile, tutto mi disgustava, mi metteva ansia, disagio. L’odore della cucina mi faceva fuggire. Mia madre e mia nonna provarono con ogni forma di manicaretto e squisitezza, ma nulla. Anzi, più la cosa era buona più io riuscivo a dire no, più questo mi gratificava. Iniziarono con il chiudermi in casa se non mangiavo “almeno quello..” Non funzionò un granchè. Ero stoica. Mi chiudevo in camera o mi sedevo sul divano e fissavo il vuoto, in assoluto silenzio, per giornate intere. Oppure mi scarnificavo le mani, partivo dalle pellicine delle unghie e mi strappavo via interi pezzi di pelle, e sanguinavo, sanguinavo… credo di aver macchiato con il mio sangue qualsiasi brandello di stoffa ci fosse in casa. Il dolore fisico era una benedizione. Mi portarono da altri dottori e psichiatri e questi ogni santa volta ripetevano “perché non vuoi mangiare?”. Il silenzio continuava e loro proponevano le cure più disparate. Poi degenerò la loro pazienza, mi bendarono strette le mani e tentarono di imboccarmi a forza. Vomitavo sempre tutto, e ormai anche sangue. E degenerò anche la mia malattia. Iniziai a fumare come una turca, io che ho sempre odiato il fumo! E lo facevo sfacciatamente, di fronte a loro, e passavo nottate gelide sul balcone a fumare da sola.
Poi ci fu la fase più tremenda, quella dell’angoscia, quella in cui coprii tutti gli specchi di casa con la plastica nera dei sacchi dell’immondizia, quella in cui mi facevo la doccia bendata per non guardarmi e mia sorella e mia madre, come due donne che puliscono un morto, mi aiutavano e mi asciugavano. Fu uno strazio.
E poi ci fu la fine. Ci fu il momento in cui la mia enorme forza era svanita e alzarmi dal letto era uno sforzo troppo grande, in cui bere un bicchier d’acqua mi colmava e mi nauseava. Quella in cui venne il medico in casa e mi visitò nel mio continuo silenzio e disse a tutti di comprarsi un vestito scuro e di scegliere per me una bara perché non c’era altro da dire o da fare. Ci furono giorni di pianti continui, di via vai di gente in casa, ma nessuno osava entrare nella mia stanza. E io lì, sul mio lettino, che pensavo a dove sarei finita quando fossi finalmente crepata.
Poi un pomeriggio entrò il Notaio. Mi salutò raggiante e si sedette sul bordo del mio letto conversando come nulla fosse. Mi trattava con naturalezza, come se tutto fosse normale. Io restavo zitta. Poi mi prese per mano guardandomi dritto negli occhi, con i suoi occhi color del ghiaccio e mi disse solo “Io ti capisco.” E da lì a cinque minuti piansi. Ero stremata da quel pianto, usciva tutto come se dentro avessi un veleno da spurgare. Poi aggiunse “Se ti va di parlare ci sono. Possiamo parlare insieme, puoi parlare tu o puoi ascoltare me.” E mentre faceva per alzarsi iniziai a parlare. Gli dissi che avevo un dolore enorme dentro, che ero terrorizzata, che non volevo morire. E continuai per ore. Poi alla fine, mentre ero fradicia di lacrime, mi disse che conosceva un bravo terapeuta a Milano, che mi ci avrebbe portato lui, che mi avrebbe aspettato fuori e mi avrebbe riportato a casa se volevo o in qualsiasi altro posto avessi deciso. Io gli annui con la testa. E come mi piace pensare, quel pomeriggio sono morta, su quel lettino, e lì sono rinata.
Il terapista era davvero bravo, era una donna innanzitutto, e con il tempo, tanto tempo, la mia anima straziata si riprese, capii che era davvero una rinascita, perché dovetti imparare tutto da capo. Capii che il mio male iniziava in famiglia, una famiglia stupenda e amorevole, dove eppure mi sentivo schiacciata dal ruolo di una madre forte e predominante, da un paragone continuo con una sorella “perfetta”, e da una relazione che sentivo addosso come una camicia di forza, una cosa decisa da altri e non davvero mia, da cui non avevo la forza di uscire. Alla fine quella forza l’ho trovata, sebbene a malincuore perché io ad Andrea volevo e voglio bene davvero, ma come ne voglio a mio fratello, e anche se sapevo di causargli un dolore, ho scelto la mia vita. Il Notaio mi ha procurato il lavoro da impiegata a Venezia da un notaio suo amico, mi ha aiutato a cercare un appartamento con un affitto gestibile, e tante piccole stupende attenzioni che davvero, erano degne di un padre ad una figlia, nonostante la fine del mio rapporto con suo figlio. La lontananza ha curato anche i rapporti malandati con mia madre e tutti gli altri, che adoro, ma il loro affetto mi soffocava.
E alla fine, ora, sono qui.

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