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IRAN: Si festeggia il Nawrūz, capodanno persiano. Tra Zoroastro e il presente

Creato il 19 marzo 2012 da Eastjournal @EaSTJournal

di Matteo Zola

IRAN: Si festeggia il Nawrūz, capodanno persiano. Tra Zoroastro e il presente

La mia conoscenza dell’Iran è simile a quella che ho della fisica nucleare. Quindi piuttosto scarsa. Per questo quando mi hanno invitato al capodanno iraniano ho temuto per i botti, i razzi bengala, i miniciccioli persino, e ogni altro esplosivo che potesse attirare l’attenzione di una qualche ambasceria americana di passaggio. Poiché la mia conoscenza dell’Iran è pari a quella di ogni buon cittadino cresciuto con la retorica atlantista: superficiale, gravata da pregiudizi, ignorante della millenaria storia di quel popolo. Un popolo che ne sa parecchio di fisica nucleare, almeno stando a quanto ci dicono i telegiornali a stelle e strisce, motivo per cui ho deciso di accettare l’invito. Tranquillizzato dal fatto che sarei stato erudito in loco sulle potenzialità dell’atomo, ho ritenuto necessario documentarmi un poco per capire dove stavo andando.

Una remota festività iranica

Capodanno, sì, ma anche festa della primavera e celebrazione dell’equinozio: molti significati si sono stratificati nei secoli ma la ricorrenza non ha mai perso d’importanza. Si chiama Nawruz, dall’unione di due parole antico-persiane: nava (nuovo) e rəzaŋh (giorno), e significa appunto “nuovo giorno”, in cui si pulisce la casa, si incontrano gli amici e – per i veri appassionati – si salta nel fuoco.

Una festa che celebra dunque l’avvento di qualcosa di nuovo ma che pare fosse in uso già in tempi remotissimi, intorno al VII° secolo a.C, presso gli Achemenidi (per intenderci, quelli di Ciro, Dario, Serse, raccontatici da Erodoto nelle Storie). Si sa che il termine Nawruz era già in uso presso i Parti (quelli che le suonarono a Marco Licinio Crasso nella famosa battaglia di Carre) e presso i Sasanidi, entrambe dinastie iraniche. L’impero sasanide era nemico giurato dei bizantini, e aiutò gli slavi e gli avari nell’assedio di Costantinopoli (626 d.C.). Secoli di guerra li indebolirono al punto che non fu arduo per gli arabi, freschi di islamizzazione, conquistarli. Erano quelle tribù guerriere, poco inclini alla cultura e alle arti, e se gli arabi conquistarono i territori persiani, questi dal canto loro influenzarono notevolmente l’Islam dando vita a quella magnifica cultura arabo-persiana che ha in Qayyam e Hafiz due altissime voci.

Così parlò Zoroastro

Ma mi sono perso, dicevo del Nawruz. Nel 487 a.C. l’imperatore persiano Dario fece celebrare, con grandi preparativi, il Nawrūz nel suo palazzo reale a Persepoli; in quell’anno, infatti, il sole cadde esattamente al centro dell’osservatorio astronomico costruito nel palazzo; questo evento eccezionale, previsto dagli astronomi persiani, venne visto come un segno di buon auspicio per il regno. Sotto i Parti e i Sasanidi divenne la festa più importante dell’anno. I primi musulmani la incorporarono nel loro calendario. Stando alla tradizione mitologica iraniana, il Nawrūz viene fatto risalire addirittura a circa 15.000 anni fa, quel che pare più certo è la sua collocazione tra le festività zoroastriane. Lo zoroastrismo è stato un culto assai diffuso nell’Asia prima della conquista islamica, monoteista, pare abbia influenzato anche il cristianesimo.

Non mi avventuro oltre. Ora che mi rendo conto che è da almeno tremila anni che si festeggia questo giorno, mi sento un’idiota. Come ho potuto guardare all’Iran solo come a una teocrazia imbecille, a un nemico “atomico”, a un arretrato Paese orientale? Dannati telegiornali. Credo che, partecipandovi, non apprenderò molto in merito alla scienza nucleare (di cui forse laggiù non sono nemmeno così esperti) ma certo comprenderò quanto di antico e prezioso ci sia dietro al nero velo del regime teocratico, un velo che – almeno qui da noi – impedisce di apprezzare e comprendere quell’importante Paese che è l’Iran. Il Nawruz si festeggia ancora oggi in Iran e ovunque ci siano iraniani. E’ una festa importante, riunisce le famiglie, forse lega il presente al passato. Un presente cupo, quello iraniano, che può nel passato trovare una forza per il riscatto. Tra i riti più importanti c’è il Chahârshanbe Sûrî  la festa del fuoco. Costituisce una rappresentazione allegorica della luce (il fuoco) che sconfigge le tenebre. C’è poi l‘Haft Sin che non è un pasto ma la preparazione di una tavola con sette elementi il cui nome inizia con ”s” in persiano. Il sette è un numero sacro e simboleggia i sette arcangeli con l’aiuto dei quali, quasi tremila anni fa, Zoroastro ha fondato la sua religione.

Non solo Iran, dall’Asia all’Albania

Ma il Nawrūz si celebra non solo in Iran ma in tutta l’Asia centrale, dal Kazakhstan all’Afghanistan, dal Caucaso all’Albania. Già, l’Albania! Mi dice wikipedia: “ La variante locale, detta Sultan Nevruz, viene festeggiata fra la popolazione musulmana, in particolare tra gli appartenenti alla ṭarīqa dei Bektashi“.

Il Nawrūz vietato ai curdi

E’ festeggiato pure dai curdi. Almeno in teoria, poiché apprendo dal blog di Giuseppe Mancini che quest’anno il governo di Erdogan ha vietato i festeggiamenti. Una decisione di “pubblica sicurezza” secondo Ankara, da decenni impegnata in un conflitto (anche militare) con la minoranza curda. Una scelta, scrive Mancini, “politicamente suicida: si vieta, non si dà un’alternativa; è una sconfitta, per tutti: e un’istigazione all’uso della violenza”. Il festeggiamento del Nawrūz è stato vietato in Turchia fino al 2000. Negli anni passati molti curdi sono stati arrestati dalle forze di polizia turche perché sorpresi a festeggiarlo, in taluni casi è stato occasione di scontri armati.


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