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Islam, Costituzione italiana e diritti negati

Creato il 17 marzo 2012 da Giornalismo2012 @Giornalismo2012
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-Di Lara Aisha Bisconzo

Al giorno d’oggi i musulmani residenti in Italia sono molti. Provengono da vari paesi, appartengono a diverse nazionalità; anche il numero di italiani che scelgono di abbracciare questa fede cresce ogni giorno di più in maniera esponenziale.

Questo significa che ormai l’Islam fa parte di questo paese. Mai più, ormai, si potrà auspicare di far sparire da qui ogni fedele che lo pratica, come ipotizzava qualcuno non molto tempo fa.

I musulmani qui ci sono, e qui resteranno.

Perché nel Bel Paese hanno trovato lavoro, hanno comprato case, si sono sposati e hanno avuto figli, i quali non pensano nemmeno lontanamente di ritornare nel paese di origine dei genitori.

E perché dovrebbero, fra l’altro? Sono e si sentono italiani a tutti gli effetti.

Ci sono anche, come si diceva prima, le realtà dei ritornati all’Islam, in Italia da generazioni, che all’invito di qualche politico rivolto ai praticanti di questa fede di ritornarsene a casa propria altro non hanno da rispondere che “Questa è ed è sempre stata casa mia. Dove dovrei andare?”

Quindi una presenza importante della quale lo Stato non può non tener conto. Una presenza che deve tener fede ai doveri come qualunque altro cittadino. Che rispetta la legge, paga le tasse, contribuendo al benessere del paese. E che deve poter usufruire di tutte le possibilità che la Costituzione garantisce.

Nulla di più e nulla di meno.

Però, nonostante la maggior parte dei musulmani qui residenti si comporta esattamente come qualsiasi altro autoctono, non può avere al suo pari ciò che invece per diritto gli spetterebbe. Leggendo alcuni dei principi fondamentali della Costituzione e andando a verificare se ciò che è asserito in essi è effettivamente garantito si potrà facilmente constatare l’esattezza di questa affermazione:

“Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”

Questo articolo sottolinea che ogni cittadino è considerato al pari degli altri, indipendentemente dalle sue specificità. A parole. Ma nonostante la decantata uguaglianza, il musulmano non ha l’effettivo diritto di praticare la propria fede come desidererebbe. Non riesce quasi mai ad avere i permessi necessari per costruire centri di preghiera decenti, non ha la possibilità di avere luoghi ove poter insegnare i rudimenti della lingua araba (fondamentale per i musulmani) ai propri figli, figurarsi quelli della religione. Quasi ogni confessione in Italia ha il proprio centro di aggregazione, di culto, di studio, tranne l’Islam. Non è vero che ci sono già centinaia di moschee e che non ne servono di nuove. Perché quelle di cui talvolta si sente parlare non sono affatto moschee, ma palestre, scantinati, sottoscala adibiti ad improvvisate sale di preghiera, che non hanno nulla a che fare con un dignitoso e aperto luogo di culto ove poter ospitare anche i credenti delle altre fedi per eventuali conferenze o sedute di dialogo interreligioso. Eppure il resto dell’Europa ne è piena Ma in Italia no, non se ne possono avere.

Per non parlare dei cimiteri. Chissà quante persone che hanno espresso il desiderio di essere seppellite ‘islamicamente’ hanno dovuto invece subire diversa sorte, ritrovandosi di fatto negato il loro ultimo desiderio. Perché anche la costruzione di cimiteri islamici è purtroppo osteggiata da molte amministrazioni.

Questo dimostra che non vi è affatto l’uguaglianza alla quale ci si riferiva sopra.

“Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”

Questo diritto, a sua volta, non viene goduto dai più. E’ terribilmente difficile infatti trovare lavoro, ad esempio, per una donna che indossa il velo islamico, l’hijab. Anche se, attualità insegna, ogni giorno di più si sente parlare di organizzazioni che dovrebbero tutelare la parte rosa del mondo. Ma se si tratta di donne velate, praticanti, la tanto sbandierata tutela non c’è. Quasi sempre le musulmane che cercano lavoro si trovano sbattute porte in faccia perché davanti alla richiesta “Si toglierebbe il velo per lavorare?” loro rispondono di no. Queste donne non rinuncerebbero mai ad un qualcosa di così radicato e profondamente sentito come l’amore per la propria fede, e sono costrette a fare una scelta: o Dio o il lavoro. Quasi sempre scelgono Dio, ma a caro prezzo, dato che chi cerca lavoro lo fa perché ha reali necessità economiche.

Nessuno fa nulla per aiutarle o per sostenerle nei numerosi casi in cui vengono discriminate a causa di un pezzo di stoffa sulla testa.

“Art. 8

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.”

Ciò di cui si parla in questo caso in parte ha a che fare con il divieto, esplicito o meno, di cui si parlava prima, ovvero quello di costruire luoghi di preghiera (o di adibire locali pre-esistenti a tal scopo), e in parte con il fatto che sono anni che l’Islam in Italia cerca di farsi riconoscere come confessione religiosa presente sul territorio in modo da poter dialogare ufficialmente con i rappresentanti dello Stato, ma nulla di fatto anche in questo senso. Alcuni diranno che in parte è colpa dei musulmani che non si mettono d’accordo fra di loro, cosa che in minima parte è anche vera. Così come però è vero che più e più volte la comunità islamica era sul punto di firmare un’intesa con lo Stato e che a forza di cavilli e iter burocratici questa intesa ancora non è stata stipulata.

Quindi, ricapitolando: negato il diritto alla pratica regolare della propria fede, negato il diritto al lavoro, ad una degna sepoltura, negato il diritto di dialogare con le istituzioni.

Cosa si ottiene in questo modo?

La risposta è semplice. Centinaia di bui scantinati ove non si può di certo educare per bene i propri bambini, giovani che saranno uomini e donne del futuro che non sapranno se verranno seppelliti secondo il loro credo o se perfino il lecito desiderio sul letto di morte verrà loro negato, donne che non potranno contribuire a sostenere economicamente la famiglia a causa di ingiusti trattamenti che subiscono ogni giorno, bambini che non conosceranno il loro credo e nemmeno quello altrui, diventando così ragazzi senza morale e senza fede, guidati solo dal consumismo come molti giovani adolescenti risultano essere già oggi.

Diritti e doveri per i cittadini di uno Stato significa costruire una società migliore, più sana, più equilibrata, finanziariamente più stabile e – perché no? – più felice e soddisfatta.

Ma diritti e doveri devono sussistere per tutti, musulmani compresi. Un musulmano infelice e insoddisfatto è anche un cittadino infelice e insoddisfatto. Che altro non apporterà alla società in cui vive se non un contributo basato su insoddisfazione, frustrazione, senso di non appartenenza e ingratitudine.

Vogliamo davvero far crescere gli uomini e le donne di domani in questa maniera? Non è meglio invece riflettere seriamente e farr qualcosa di concreto affinché anche loro possano davvero essere considerati al pari di tutti gli altri, prima che sia troppo tardi?

(Precedentemente pubblicato qui)


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