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Jesus Christ Superstar

Creato il 22 dicembre 2010 da Paultemplar

Jesus Christ Superstar

Jesus Christ Superstar, celebre opera rock di Tim Rice (autore dei testi) e di Andrew Lloyd Webber (autore delle musiche) venne portata sullo schermo nel 1973 da Norman Jewison, uno dei più grandi registi di sempre.
Il regista canadese, quarantasettenne all’epoca del film, aveva già alle spalle alcune pietre miliari del cinema, come La calda notte dell’ispettore Tibbs (premio Oscar) e Il violinista sul tetto.
Una solida fama quindi, che il regista non esitò a giocarsi con un’opera che apparve da subito coraggiosa e provocatoria.
A cominciare dalla trasposizione delle figure di Gesù e di tutti i protagonisti della storia evangelica, viste in un’ottica assolutamente diversa dal consueto.
Quello che Jewison porta sullo schermo non è certo il Gesù del Rei dei re, polpettone hollywoodiano di grande effetto ma sicuramente copia conforme dei Vangeli canonici, bensì un Gesù umanizzato fino alle estreme conseguenze, principalmente un uomo che ha paura sia del suo compito che appare davvero troppo pesante sia della morte che fatalmente concluderà il suo cammino sulla terra.

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Per contro troviamo la figura di Giuda, l’apostolo “traditore”, così dipinto dall’iconografia cristiana calato in un ruolo che sembra preso proprio dal Vangelo apocrifo scritto dallo stesso Giuda.
Un uomo tormentato, che si rende conto di essere la comparsa e non il protagonista di una storia già scritta, in cui il suo destino è fatalmente segnato.

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Così come sarà segnato per sempre il suo nome, macchiato dall’onta del tradimento.
Due figure quindi umanizzate al massimo e inserite in un contesto che non ha nulla a che vedere con quello raccontato dai Vangeli; Gesù, Giuda e marginalmente gli altri apostoli si muovono in un paesaggio post moderno, in cui c’è spazio per carri armati e armi moderne, caschi da minatori e impalcature in tubo Innocenti.
Il tutto rigorosamente scandito dalle stupende musiche di Webber che accompagnano il film dal suo inizio fino alla conclusione, con la celebre sequenza del ballo di Giuda che canta Superstar.
JCS, acronimo utilizzato ormai universalmente per indicare l’opera rock e il film è uno dei capolavori assoluti della cinematografia.
Jewison riesce a creare attorno alla figura di Gesù un paesaggio e un clima assolutamente asettici, portando in scena pochi personaggi e quindi scegliendo volutamente un tono dimesso per illustrare la più grande storia mai raccontata, termine magniloquente con il quale Hollywood rese omaggio alla figura di gesù con un altro celebre polpettone.
Qui però siamo di fronte a qualcosa di completamente diverso; se Gesù è “bianco” e verrebbe voglia di definirlo wasp, Giuda è nero come la Maddalena. Un riequilibrio storico assolutamente innovativo, come doveva essere nella realtà il personaggio non solo di Giuda ma anche degli apostoli e dello stesso Messia.

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Essendo di origine giudaica, perlomeno dovevano avere la pelle molto più scura di quanto mostrato fino ad allora in tutte le opere che avevano trattato la figura del Salvatore: un Giuda nero è una novità assoluta, così come una novità è la figura dell’apostolo prediletto, quella Maria Maddalena che in seguito l’iconografia cristiana ( e sopratutto la chiesa post Concilio di Nicea) dipingerà come prostituta redenta e che in realtà era una donna culturalmente superiore ai suoi compagni di vicissitudini e che finanziò la predicazione del Messia.

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Mentre quest’ultima serie di cose nel film non compaiono, vediamo però Maria Maddalena turbata da un’amore che è si trascendente e spirituale ma che sconfina in quello terreno verso un uomo che sente non può appartenerle, che sente investito da una missione al di sopra delle passioni umane.
Quando la bellissima voce di Yvonne Elliman intona I Don’t Know How To Love Him, quel “non so come volergli bene” indica il tormento interiore della donna, combattuta tra l’amore terreno e quello spirituale, trascendentale verso un uomo che è tale solo nell’involucro e non certo nella sua essenza.

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Jewison trasporta lo spettatore in una visione straordinaria del percorso terreno di Gesù tra hippy e sinistri sacerdoti che tramano contro di lui per sete di potere e per paura, tra figure indistinte di Apostoli tra le quali l’unica a prendere corpo e anima è quella di Giuda e gente comune che ascolta il messaggio di un uomo straordinario che però sembra davvero solo tale.
Ovvero un uomo, con paure e fobie, con speranze e disillusioni, tipiche dell’umanità dolente fra la quale si muove.
JCS è anche, anzi, sopratutto, un musical.
Bellissimo, raffinato, straordinariamente capace di sintetizzare momenti e situazioni con musiche eccellenti.
Dalla Overture iniziale, che ci mostra l’arrivo del camioncino della troupe, passando per  Heaven On Their Minds nel qule proprio Giuda è protagonista,

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con il suo timore che le rivoluzionarie parole di Gesù possano provocare la dura reazione dei Romani fino a What’s The Buzz, Strange Thing Mystifying ,Hosanna, Superstar ecc. assistiamo ad un trionfo di musiche corali e per solista che celebrano in qualche modo gli avvenimenti che sfilano sotto i nostri occhi.
Così l’ultima settimana di vita del Messia condensa l’intera esistenza dello stesso, quasi che il suo messaggio possa essere compreso in un arco temporale che va dall’Hosanna dell’entrata in Gerusalemme fino alla crocefissione del Calvario.

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Se è vero che JCS non è totalmente esente da pecche ( scena molto discutibile quella del gay aggindato come una volgare checca che balla in maniera effeminata), tuttavia resta opera di estremo fascino.
Il musical ha donato autentiche perle al cinema; basti pensare a West side story, Cabaret, Cantando sotto la pioggia, Hair e My Fair Lady solo per citarne alcuni.
Tuttavia JCS ha qualcosa che lo rende “superiore” agli altri, se mi passate il termine.
Ovvero quella carica innovativa, trasgressiva e coraggiosa di sfrondare la figura storica di Gesù così come raccontata dai Vangeli dalla retorica che nei secoli successivi il cristianesimo ha ritagliato su di lui.
In qualche modo il nostro più grande poeta, Fabrizio De Andrè, aveva anticipato la visione di Jewison musicando La buona novella, opera fondamentale per chiunque voglia avvicinarsi ad un Gesù visto anche e sopratutto come uomo e non solo come figlio di Dio.

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In questo i due grandi artisti, pur in campi differenti, si congiungono.
Fabrizio De Andrè chiude il suo concept album con un Laudate hominem che racchiude una visione laica e dubitativa sulla divinità di Gesù, preferendo esaltarne le qualità umane in particolare “la pietà che non cede al rancore”.
Jewison si ferma un attimo prima, perchè aldilà dei tanti meriti il film resta comunque una trasposizione di un musical teatrale: geniale quanto si vuole, ma anche poco profondo non per demeriti del regista, ma per la diversa struttura dell’opera.

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E’ la solita vecchia storia: raffigurare e condensare in due ore un libro o un tema è operazione quasi impossibile.
Tuttavia siamo di fronte ad un’opera bellissima, poetica e sentita.
E sicuramente oggi si può anche sorridere dell’ondata di sdegno che travolse il film in virtù della sua presunta iconoclastia.
Le reazioni velenose, i crucifige e gli anatemi scagliati sul regista, accusato di essere blasfemo, mostrano la totale miopia non solo di certi ambienti culturali ma anche una sospetta astiosità, tipica di colui che giudica e critica senza probabilmente sforzarsi minimamente di comprendere il messaggio di fondo.

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Personalmente, dovessi scegliere due momenti topici del film, quelli che restano nella memoria in maniera imperitura, opterei per la drammatica sequenza racchiusa dal brano Judas’ Death, in cui Giuda ha ormai capito che i sacerdoti non vogliono assolutamente limitare l’azione di Gesù, bensì eliminarlo fisicamente, cosa che provocherà la sua morte mediante suicidio che avviene con un’impiccagione drammatica su un isolato albero in collina.
L’altro momento è quello già descritto in cui c’è il tema più famoso del film, quel Superstar cantato e ballato perfettamente da Carl Anderson.
L’attore presta la sua voce e il suo volto a Giuda, così come Ted Neeley interpreta Gesù.
Biondo, bello e anche non espressivo al massimo: ma è un vantaggio, perchè da corpo ad un Gesù che sembra spaesato.
Meravigliosa Yvonne Elliman.

Jesus Christ Superstar

Jesus Christ Superstar,un film di Norman Jewison. Con Ted Neely, Carl Anderson, Yvonne Elliman, Barry Dennen, Bod Bingram,Robert LuPone, Joshua Mostel, Bob Bingham, Larry T. Marshall, Kurt Yaghjian, Philip Toubus, Pi Douglass, Jonathan Wyne, Thommie Walsh, Richard Molinaire, David Devir, Jeffrey Hyslop, Richard Orbach, Shooki Wagner
Musical,  durata 103 min. – USA 1973.

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Ted Neeley: Gesù Cristo
Carl Anderson: Giuda Iscariota
Yvonne Elliman: Maria Maddalena
Barry Dennen: Ponzio Pilato
Bob Bingham: Caifa
Larry Marshall: Simone Zelota
Josh Mostel: Re Erode
Kurt Yaghjian: Anna
Paul Thomas: Pietro

Jesus Christ Superstar

Regia    Norman Jewison
Soggetto    Tim Rice (musical)
Sceneggiatura    Norman Jewison, Melvyn Bragg
Produttore    Norman Jewison, Patrick J. Palmer, Robert Stigwood
Fotografia    Douglas Slocombe
Montaggio    Antony Gibbs
Musiche    Andrew Lloyd Webber
Scenografia    Richard McDonald

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Lato uno

* Overture – 5:26
* Heaven on Their Minds – 4:22
* What’s the Buzz? – 2:30
* Strange Things Mystifying – 1:50
* Then We Are Decided – 2:32
* Everything’s Alright – 3:36
* This Jesus Must Die – 3:45

Lato due

* Hosanna – 2:32
* Simon Zealotes – 4:28
* Poor Jerusalem – 1:36
* Pilate’s Dream – 1:45
* The Temple – 5:26
* I Don’t Know How to Love Him – 3:55
* Damned for All Time / Blood Money – 4:37

Lato tre

* The Last Supper – 7:12
* Gethsemane (I Only Want to Say) – 5:39
* The Arrest – 3:15
* Peter’s Denial – 1:26
* Pilate & Christ – 2:57
* King Herod Song – 3:13

Lato quattro

* Could We Start Again, Please? – 2:44
* Judas Death – 4:38
* Trial Before Pilate – 6:47
* Superstar – 3:56
* Crucifixion – 2:40
* John Nineteen: Forty-One – 2:20


Le recensioni appartengono al sito www.davinotti.com

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Jesus Christ Superstar

Migliore trasposizione possibile dello splendido musical di Al Webber, si rivela un magnifico film, che aggiunge, agli ottimi numeri musicali già noti, una bellissima ambientazione ed un carattere ibrido tra storico e moderno che, a oltre trent’anni dalla sua realizzazione, lungi dall’essere superata, mantiene indatta la sua attualità. Alcune scene (come la crocifissione) sono di fortissimo impatto emotivo. Bravi gli interpreti, specialmente Anderson (tormentato Giuda), vero protagonista del film.

Destinato a diventare un cult, per via della poderosa messa in scena e per la cura delle scenografie. Anche le musiche, che costituiscono l’ossatura dell’intera pellicola, sono destinate a superare – con risultati ottimali – il trascorrere degli anni: e questi sono i pregi. Noiosetto, semplice, ruffiano ed imbastito sulla semplice operazione di somma aritmetica con numeri primi – che complessi non ve n’è ombra – quali musica + affascinanti attori + una spruzzatina di catto-mania. I difetti in(somma) annullano i meriti. Da vedere comunque.

Posto che nessuno (vero?) è più in grado di prendere sul serio l’idea di mostrare Giuda come un agit-prop deluso che Gesù non diventi il subcomandante Jesus contro quei fascistoni di romani guidati dal console Nixon, cosa rimane? Parecchio kitschume, e tuttavia della musica ancora notevole, con qualche pezzo memorabile, anche se rispetto alla prima versione discografica si perde molto nel ruolo di Cristo, originariamente affidato alla devastante ugola di Ian Gillan dei Deep Purple (!). Invecchiato male.

Gli ultimi giorni della vita di Gesù nel bellissimo musical di Rice e Webber, ben sostenuto dalla straordinaria interpretazione di Carl Anderson (Giuda). La regia di Jewison è molto Anni Settanta, con zoomate e fermi immagine, con apostoli post-hippy e anacronismi. Ma l’impatto rimane notevole e Giuda che nel deserto è inseguito dai carri armati crea un emozionante cortocircuito con il purtroppo sempreverde conflitto israelo-palestinese.

Sarà che non impazzisco per i musical, ma non mi ha entusiasmato più di tanto. Ho però trovato straordinario Carl Anderson. Non è certo un brutto film, ma ha qualche pacchianeria di troppo. Apprendo da IMDb che l’attore che interpreta Pietro (e che nella realtà si chiama Paolo: Paul Thomas, qui accreditato come Philip Toubus), paradossalmente ha poi avuto una chilometrica carriera nel cinema pornografico. Lavora, non accreditato, nel massaccesiano Emanuelle – perché violenza alle donne? Incredibile.

Deludente trasposizione dello splendido musical di Weber che a suo tempo fece scandalo e storia. Il problema fondamentale è che la pellicola risulta ormai troppo datata e legata al tempo in cui fu girata. In ogni caso le belle trovate non mancano (e poi ci sono le splendide e trascinanti canzoni che continuano a mantenere ancor oggi intatta tutta la loro bellezza).

L’umanità del Cristo viene esaltata dal crogiolo emotivo di Giuda che vede l’uomo che ama farsi, agli occhi della gente, più importante del messaggio che comunica. Larga parte della riuscita calibratura tra rivisitazione e ortodossia deriva da una lungimirante e coraggiosa definizione dei comprimari (l’impotenza di Pilato, la passione materna di Maddalena), perché la storia di una Star è il suo pubblico a raccontarla. L’idea della rappresentazione (lo show) che dà cornice al film, riconnette la novella tanto all’urgenza di ritualizzare il sacro quanto ad una sana, destabilizzante iconoclastia.

Ottima trasposizione cinematografica della celeberrima rock opera di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber. Molto interessante la scelta effettuata dagli autori di mostrare il punto di vista di Giuda Iscariota e le motivazioni del suo tradimento. Le musiche sono bellissime e la loro trasposizione in immagini molto ben riuscita. Uno dei musical più belli mai realizzati, da vedere assolutamente.

Un film dei suoi tempi a cui non si può rinfacciare la mancanza di forza nella messinscena. E la colonna sonora, una volta tanto, è veramente di alta qualità senza le menate dei musical ma quasi vero rock. Gli interpreti sono azzeccati; oggi molte cose possono sembrare ingenue (tipo Giuda nero, ma era un’idea forte al tempo) però resta migliore della Passione di Mel Gibson, libertario qui dove là c’è solo fanatismo. Non parliamo del Gesù di Zeffirelli poi…

Visione molto datata che si avvale di splendide musiche e coreografie trascinanti, anche se talvolta sembra di stare dalle parti di Hair. Il film è discontinuo e poi, lo devo dire, Erode mi sembra il cugino grasso di Al Bano Carrisi: ogni volta che vedo quella scena mi viene da ridere. Ok, torno seria: è un film figlio del suo tempo, con un finale che commuove ogni volta.

Anche a distanza di anni, il celebre musical fra sacro e profano non perde il suo smalto, grazie al valore intrinseco delle musiche e ad un soggetto intrigante, che non dissacra la figura del Cristo, pur insistendo comunque sulla sua umanità. Penso e spero che sia un film per credenti e non credenti, proprio perchè valorizza aspetti di una comune umanità, e svolge un discorso non banale sul rapporto col sacro.

Se si fosse impossibilitati per qualsiasi ragione a vedere almeno una volta nella vita “Jesus Christ Superstar” a teatro, allora questa versione cinematografica risulta davvero utile: riesce a trasferire in maniera ottimale l’atmosfera del musical originale. Sicuramente la migliore performance è quella di Giuda, bravissimo sia come cantante che in generale come attore.

Ottima trasposizione cinematografica dell’opera rock teatrale di Lloyd Webber. La figura di Cristo viene mostrata durante la sua ultima settimana di vita. Lo sguardo della narrazione è quello di Giuda che, attraverso la messa in discussione delle parole del Messia, mostra la figura di Gesù come “umana” più che divina (Gesù nn compie alcun miracolo). Le location israeliane sono spettacolari e d’impatto. Un musical evergreen che lascia stampate nella mente i bellissimi brani e le suadenti voci che le interpretano: tra tutti Anderson e Neeley.

La più bella caratteristica del film è la mancanza di parti recitate a favore di un totale scorrimento di canzoni. Ottimo cantante Carl Anderson (tra l’altro morto qualche anno fa), che stupisce con un’interpretazione originale e più umana di Giuda. In generale il film mi sembra attempato e certe musiche sono abbastanza scontate, nonostante il grande successo del musical.

Jesus Christ Superstar

Jesus Christ Superstar

I don’t know how to love him.
What to do, how to move him.
I’ve been changed, yes really changed.
In these past few days, when I’ve seen myself,
I seem like someone else.
I don’t know how to take this.
I don’t see why he moves me.
He’s a man. He’s just a man.
And I’ve had so many men before,
In very many ways,
He’s just one more.
Should I bring him down?
Should I scream and shout?
Should I speak of love,
Let my feelings out?
I never thought I’d come to this.
What’s it all about?
Don’t you think it’s rather funny,
I should be in this position.
I’m the one who’s always been
So calm, so cool, no lover’s fool,
Running every show.
He scares me so.
I never thought I’d come to this.
What’s it all about?
Yet, if he said he loved me,
I’d be lost. I’d be frightened.
I couldn’t cope, just couldn’t cope.
I’d turn my head. I’d back away.
I wouldn’t want to know.
He scares me so.
I want him so.
I love him so.

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COMMENTI (1)

Da uponlights
Inviato il 23 maggio a 15:56
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Dopo aver riguardato a distanza di 20, 25 anni il musical degli anni ‘70 Jesus Christ Superstar mi sono venute in mente riflessioni che non avevo fatto nel periodo che lo vidi la prima volta. Avevo 13 anni allora. Anche se non mi limitai a guardarlo una sola volta ma almeno 4 o 5 volte, sia per la suggestiva colonna sonora rock che lo accompagnava che per lo scenario inedito per la rappresentazione di una storia sacra. Alla luce di un cammino di fede personale percorso, questa volta mi sono sorte molte riflessioni in più, durante la visione del famoso musical, che mi preme riportare. Jesus Christ Superstar è una sorta di sguardo, a partire dalla mentalità della contestazione giovanile dell’epoca, sulla vita di Gesù Cristo a partire dai vangeli, ma con una rilettura e reinterpretazione originale e inedita. E’ una scelta che si rivela simbolicamente efficace quella di far nascere una storia con l’impianto di un musical teatrale itinerante con pochi personaggi, che arrivano tutti con un pullman turistico in terra santa, velocemente si vestono con pochi indumenti di scena fortemente iconografici, anche lievemente caricaturali: controfigure efficaci nel drammatizzare in modo essenziale la serie di episodi scenici che di lì a poco andranno a recitare. Ma quello che più colpisce alla fine, è che, lungo tutto il film, a conti fatti, sembra di aver principalmente a che fare con un dialogo serratissimo tra la figura del Cristo e quella di Giuda. La storiografia evangelica ci riporta la figura di Giuda come l’apostolo che sarebbe stato predestinato a tradire Gesù e a farlo catturare dai soldati romani. L’epilogo della parabola del Giuda evangelico è quella del suicidio. Sa di aver tradito un innocente ma non è in grado di perdonarsi. Ma nel musical in realtà Giuda rappresenta una domanda di tutti, una provocazione che viene dall’umanità nei confronti di un uomo, un povero falegname, che dice di essere Figlio di Dio. E su questa pretesa si gioca tutto il dialogare sofferto, la domanda incessante che Giuda pone davanti al presunto Messia, con il quale ha condiviso gli anni cruciali della giovinezza e degli ideali che si sono infranti contro la durezza di una realtà spesso crudele e impietosa. Giuda, in J.C.S. , ancor più che nella tradizione scritturale neo testamentaria culturalmente condivisa, si presta ad essere paragonato ad una figura militante, assetata di libertà, di giustizia, attanagliata dal bisogno di affrancarsi dal popolo che lo opprime ( l’impero romano). In tal senso Giuda incarna le aspettative del popolo ebraico del tempo, che si trovava in una condizione di colonizzazione, ma allo stesso tempo, è possibile estendere questa condizione di schiavitù, di sete di giustizia, di ricerca e affrancamento dal male e dal dolore, ad ogni epoca dalla storia umana. La predicazione di Gesù viene evitata, e data per scontata nel dipanarsi del racconto teatral-musicale. Ciò che invece emerge sono i dubbi progressivi rispetto a quello che effettivamente Gesù aveva predicato. Per “i figli dei fiori” la civiltà dell’amore viene desiderata, auspicata, ma realizzata in una forma rivoluzionaria, in antitesi al sistema oppressivo. Per suo conto, Giuda fin dall’inizio accusa Gesù di aver narrato favole, e finché si trattava di creare un ristretto gruppo di appassionati ad una filosofia di vita, forse andava bene, (a lui per primo) ma poi, progressivamente, questa predicazione si rivela molto più potente, dirompente, perché coinvolge un numero sempre più crescente di adepti, di entusiasti adoratori di un nuovo re o governante - non importa se con investitura divina - che, nelle loro aspettative, avrebbe garantito un regno di giustizia, pace, libertà sulla terra, contro le tirannie oppressive. Poco dopo l’ingresso e l’acclamazione del messia a Gerusalemme con le palme della festa, si susseguono, una dietro l’altra, le scene chiavi in cui questa aspettativa viene fortemente delusa da Gesù. Scaccia via la popolazione dei mercanti nel tempio, Pilato e Erode irridono e restano perplessi da questa figura carismatica, regale ma decisamente anticonformista rispetto alle autorità in antitesi, fino ad allora conosciute. C’è qualcosa nella figura di Gesù, pur nella sua utopica predicazione e irriverente verso la tradizione ebraica, che affascina le folle e dalla quale il potere costituito (nel nostro caso quello religioso, che comunque costituiva un collante con quello civile e politico) si sente fortemente minacciato. Al punto che sono proprio i dottori della legge farisaica a decidere della morte di Gesù, come era stato deciso con Giovanni Battista. Ai potenti religiosi non interessa in fondo quanto Gesù dice o i miracoli e le guarigioni che egli compie, che vengono interpretati come una strategia politica per far proseliti e sovvertire l’ordine sociale da essi mantenuto. Giuda, nella sua provocazione irrisoria nasconde una domanda a cui non trova risposta, perché resta racchiuso nella sua visione del mondo fortemente politicizzata, tra ricchi e poveri, tra oppressori e oppressi e non sa darsi ragione dell’impotenza a cui Gesù sembra consegnarsi e che non vuol pensare ad alcuna strategia di attacco e di guerra. Giuda tradisce Gesù perché è fortemente deluso e amaramente, in questo suo tradimento, sembra esibire ancora la stessa domanda di rivoluzione e di riscatto, alla quale però Gesù non risponde. E, come da copione, una volta accortosi di aver comunque consegnato un povero innocente alla morte, non riesce a perdonarsi e si impicca, perché in fondo tradisce i suoi ideali. Il popolo che, in breve tempo, da suo devoto ascoltatore che lo inneggia entusiasta a salvatore, cede anch’esso alla tentazione di pensare che Gesù in realtà non fa niente, anzi, annuncia che la sua missione è finita in questa vita. Il popolo non gli perdona questa scelta di non agire, non comprende che il regno da Lui annunciato come Figlio di Dio non ha la forma convenzionale che ogni regno che si instaura dovrebbe mostrare, con rapporti di forza, con una rivoluzione anche attiva contro gli oppressori. Così mostra lo stesso volto dell’umanità ribellata. Gli si rivolta contro, lo deride e arriva a desiderare per lui addirittura una sentenza di morte crudele, destinata alle persone più disprezzate dalla società del tempo. La rabbia è quasi immotivata, e la vendetta per delle promesse apparentemente non mantenute è impietosa. Chi è costui che si annuncia non connotati di divinità, addirittura figlio di dio, e non fa nulla per cambiare la situazione ? Un’altra figura che viene esplorata è quella di Maria Maddalena, la prostituta perdonata che si innamora di Gesù, sempre lo protegge, sente di amarlo, vede che è solo un uomo, ma in fondo non sa come amarlo veramente. Ignora la dimensione in cui il Figlio di Dio chiede di essere amato. E di questo soffre e si rammarica. Significativa è anche la definizione del personaggio di Pilato, a cui il popolo, esasperato, chiede il potere di crocifiggerlo. Anche Pilato, come Erode, rimane perplesso sarcasticamente, ma pure con un non celato punto di domanda, davanti alla non reattività di Gesù, davanti alla sua flagellazione, (per cui non manca di provare pietà), e alla sentenza di morte. Gesù con pochissime parole, fredda Pilato, dicendo che tutto è già deciso da un Altro sopra di lui.
Anche qui la regalità di Gesù non viene capita. Un re che si consegna, non si oppone, si offre come vittima sacrificale. Forte è il senso di rabbia di Pilato nel suo lavarsi le mani, davanti ad un crimine contro un innocente, che, per quanto folle, non merita una così severa sentenza. Alcune riflessioni meritano i momenti in cui Gesù si apparta e fa delle domande al cielo per chiedere il vero significato del suo sacrificio. Gesù mostra il suo aspetto umano, e in una passeggiata solitaria nel giardino del Getsemani un po’ particolare, dialoga con Dio perché non capisce la necessità della sua morte. Sembra nemmeno lui comprendere il motivo per cui deve consegnarsi alla morte e in questo compiacere il Padre. Sembra anch’egli inconsapevole il motivo più importante: l’aspetto del prendere su di sé tutto il peso dei peccati dell’umanità, presenti, passati e futuri. Alla fine rimette la sua volontà, ma in un grido di rassegnazione dove anch’egli non comprende la sua missione fino in fondo, pure accettando la volontà del Padre. E infatti questa sembra la debolezza del film nel senso più strettamente teologico del termine. Tutti i personaggi sembrano ignorare il senso della vita del nazareno e della predicazione di Gesù, a partire da lui stesso. Davanti al limite estremo viene a sconfessarsi il senso stesso del regno che fino ad allora aveva annunciato. E la chiusura del film di Tim Rice è emblematica in tal senso. Gesù viene crocifisso. Muore, consegnando l’anima al padre, pari pari come recitano i vangeli . E’ sera, in una notte serena. Non si scuotono i templi. Il crocifisso rimane inerte, mentre tutti i personaggi del musical, si tolgono i vestiti di scena, smontano le scene stesse, si cambiano e uno alla volta montano sul pullman che li riporterà tutti a casa. Maddalena e Giuda lanciano un ultimo sguardo rammaricato verso il monte e la croce distante e poi, anche loro salgono e se ne vanno. Quasi a voler dire: ma ne è valsa la pena di finire così in quel modo ? A quanto pare, per l’umanità decritta da Rice e dai protagonisti da lui ricostruiti nella vicenda del Nazareno circa 2000 anni fa, (aiutato da una colonna sonora rock da antologia composta da Andrew Lloyd Webber e da voci stupefacenti), il sacrificio di Cristo non è stato compreso. Questa re – interpretazione e drammatizzazione inventiva della vita e della missione di Gesù, mostra degli interrogativi sempre attuali per la cultura contemporanea, e il film vale certo la pena di essere visto e compreso, pur tenendo conto del suo limite a dar giustizia del valore supremo del sacrificio e del martirio volontario di Cristo per amore agli uomini e per perdonare la loro naturale e insuperabile inclinazione al male. Cosa questa che Egli con il dono di sé ha riscattato, donandoci la terza figura della divinità. Lo Spirito Santo: il grande sconosciuto di questa pur creativa rilettura. Una mancanza inestimabile che si ritroverà anche in altri film a tema, i quali cercheranno di approfondire l’essenza del cristianesimo, commettendo lo stesso peccato di omissione. E purtroppo svilendone la radice della sua veridicità. Senza lo S. S. Gesù non può ispirare i suoi discepoli e dare ragione e compimento di tutto il messaggio che Gesù portò al mondo. Compreso quello fondamentale e meno accettato: quello della sua morte. Che si spalanca nella Risurrezione. Non mancano tuttavia nel film delle allusioni alla storia sacra convenzionale. Nel cammino verso il suicidio Giuda urla al cielo di essere stato uno strumento, non solo dei potenti, ma prima di Dio stesso, affinchè la storia da Lui voluta, dovesse svolgersi con la consegna di un innocente alla legge. E prima della crocifissione assistiamo ad un ballo dello stesso Giuda, assieme ad altre comparse, tutti vestiti di bianco, in un ipotetico paradiso, dove chiede ancora a Gesù ormai riconosciuto come Dio, come mai avesse scelto un periodo così inglorioso per manifestare i destini dell’umanità. Sono le perplessità della modernità incredula, sempre attuali. Lo Spirito Santo è lo stesso che a tutt’oggi ispira persone di ogni latitudine e stato socio culturale e attesta che quanto è scritto e stato predicato nei Vangeli è vero. Senza questo evento, quello della Pentecoste, la storia del Nazareno diventa il racconto triste di una persona eroica, ammirevole, filosoficamente interessante, ma con troppe ambiguità e affermazioni fantastiche. Ancor più soggetto al diniego e al rifiuto della sua dottrina, da parte dei posteri. Che si conclude nel non senso di una sofferenza ingiusta e una condanna a morte crudele e assurda. Come tante altre povere esistenze di ogni epoca e latitudine geografica.

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