Nel pomeriggio inoltrato osservo mio figlio che gioca sul pavimento, su una grande coperta verde acido stesa ai piedi della libreria. Si muove gattonando, corre dietro a un roller che emette una musica caraibica. Sembra eccitato dagli effetti sonori del gioco e dal fruscio sul pavimento, lo insegue come se fosse una preda succulenta, o come se in esso fosse contenuto il segreto della sua felicità. Il suo stato d’animo quando insegue i giocattoli è simile a quello che mi fa sedere davanti al portatile per scrivere. Penso che non ci sia nulla di diverso tra la sua eccitazione e la mia, tra la sua ricerca della completezza interiore attraverso il gioco e l’idea festosa, ricreativa, che ho io della scrittura. Nei suoi grandi occhi luminosi e sgranati, la boccuccia avviticchiata in una smorfia competitiva, riconosco lo stesso desiderio che mi spinge verso la scrittura. Scrivere è per me come gettarmi fra i cavalloni del mare, con l’impressione allegra di annegare mille volte al giorno e di riemergere altrettante volte, ogni volta meno appagato di prima. Mi sento molto lontano da certi schemi romantici che vedono la creazione come sofferenza e tribolazione. La mia idea di vocazione letteraria è molto simile alla frenesia che muove il mio piccolo quando sgambetta con mani e piedi incontro a un giocattolo cantilenante. L’ansia di scrivere è come un regalo tra le braccia ancora da scartare.
