L’arte di vedere il mondo

Da Paolo Statuti

   Sono felice di aver trovato e tradotto questo testo dello scrittore russo Konstantin Paustovskij (1892-1968), del quale ho già pubblicato Van Gogh il folle e Gauguin. L’arte di vedere il mondo, tratto anch’esso dal volume Racconti sui pittori (Mosca, 1966, 1981), si addice in modo particolare al mio blog.

     La pittura insegna a guardare e a vedere

   (sono concetti diversi e di rado coincidono).

   Grazie a ciò nella pittura vive intatta

   la sensazione che è propria dei bambini.

     Aleksandr Blok

   L’uomo resta sbalordito davanti a cose

   che non possono avere alcun ruolo

     nella sua vita: davanti a un riflesso che

   non si può cogliere, davanti a rupi

   dove non si può seminare, davanti

    al sorprendente colore del cielo.

   John Ruskin

   Ci sono verità incontestabili, che malgrado ciò spesso restano a riposo come i campi, senza avere alcuna influenza sull’attività dell’uomo, a causa della nostra pigrizia o ignoranza.

   Una di queste evidenti verità riguarda l’arte di scrivere, e in particolare i mezzi tecnici e artistici del prosatore. Si tratta del fatto che la conoscenza dei settori creativi confinanti con la prosa di un romanzo – poesia, pittura, architettura, scultura e musica – arricchisce straordinariamente il mondo spirituale dello scrittore e conferisce alla sua prosa una particolare plasticità. Penetrano in essa la luce e i colori della pittura, la freschezza delle parole propria della poesia, le proporzioni dell’architettura, il rilievo e la forza espressiva della scultura, il ritmo e la melodia della musica.

   Essi sono valori aggiuntivi della prosa, in un certo senso – colori supplementari.

   Non credo agli scrittori che non amano la poesia e la pittura. Nel migliore dei casi sono persone presuntuose e d’intelletto piuttosto pigro, e nel peggiore dei casi – sono ignoranti.

   Uno scrittore non può trascurare ciò che amplia la sua visione del mondo, se vuole essere – è chiaro – maestro e non artigiano, creatore di valori, e non un qualunque uomo terra terra, che di continuo consuma i beni della vita, quasi fossero gomma da masticare.

   Spesso accade che dopo aver letto un racconto, un breve o anche lungo romanzo, non resta nella nostra mente nient’altro che un gruppo di figure scialbe. Malgrado tutti gli sforzi, non possiamo vedere questi personaggi, immaginarli, poiché l’autore non ha conferito loro alcun vivo tratto del carattere. L’azione dei racconti e dei romanzi di questo tipo si svolge nel corso di una grigia giornata, priva di colori e di luce, tra realtà solo di nome, perché l’autore, non vedendole lui stesso, non può neanche mostrarle a noi lettori.

   Malgrado la tematica attuale, queste opere sono mal riuscite, c’è in esse un falso vigore che si sforza di sostituire la gioia, soprattutto la gioia del lavoro.

   Questo grigiore deriva non solo dalla povertà spirituale e dall’ignoranza dell’autore, semplicemente egli guarda il mondo con l‘occhio freddo del pesce.

   Verrebbe la voglia di frantumare queste novelle e romanzi, come una finestra ermeticamente chiusa in una stanza soffocante e piena di polvere, affinché il vetro si spargesse tintinnando e subito entrasse dall’esterno il vento, lo scroscio della pioggia, le grida dei bambini, i fischi delle locomotive, il riverbero del lastrico bagnato, affinché entrasse tutta la vita con la sua bella screziatura di luce, con le sue tinte e i suoi brusii.

   Non sono pochi i libri scritti come da autori ciechi. Essi sono destinati a persone che vedono, e per questo la loro apparizione è un nonsenso.

   Per vedere non basta sapersi guardare intorno. Bisogna imparare a guardare. Può vedere pienamente le persone e la terra soltanto colui che le ama. Il grigiore e la banalità della prosa di un romanzo sono spesso la conseguenza del sangue tiepido dello scrittore e un grave sintomo di una sua ossificazione. Ma talvolta è una semplice incapacità, che indica mancanza di cultura, e in questo caso  possiamo dire che la malattia è curabile.

   Come guardare, come cogliere la luce e i colori possono insegnarcelo i pittori. Vedono meglio di noi. E sanno ricordare ciò che hanno visto.

   Quando ero ancora un giovane scrittore, un amico pittore mi disse:

   – Lei non vede del tutto chiaramente, mio caro. E’ un po’ offuscato. E rozzo. Giudicando dai suoi racconti, lei scorge soltanto i colori primari e le superfici fortemente colorate, mentre i passaggi e le sfumature nei suoi occhi si fondono in una chiazza uniforme.

   – Non posso farci niente – mi giustificai. – Ormai questi sono i miei occhi.

   – Sciocchezze! Un buon occhio si può formare. Non sia pigro e si dedichi al suo sguardo. Bisogna, come dire, mantenere l’occhio in forma. Provi per un mese o due a guardare ogni cosa come se dovesse dipingerla. In tram, in autobus, dappertutto guardi la gente proprio così. Dopo due o tre giorni lei si convincerà che prima non vedeva sui volti neanche la decima parte di quello che ha notato ora. E fra due mesi lei avrà imparato a guardare e non ci sarà più bisogno di costringersi a farlo.

   Seguii il consiglio del pittore e infatti – la gente, le cose, tutto si rivelò assai più attraente di prima, quando guardavo in modo superficiale e in fretta.

   Mi rammaricavo di aver stupidamente sprecato il mio tempo. Quante cose interessanti avrei potuto vedere negli anni passati! Ed ora esse sono scomparse per sempre e non potrò più risuscitarle!

   Fu la prima lezione che mi impartì un pittore. La seconda fu più dimostrativa.

   Un giorno in autunno andavo da Mosca a Leningrado. Non passando per Kalinin e Bologoje, ma dalla stazione di Savelovskij, attraversando Kalazin e Chwojna.

   Molti abitanti di Mosca e di Leningrado non sospettano nemmeno l’esistenza di questo percorso. Per la verità è più lungo, ma più interessante della solita strada che passa per Bologoje. Più interessante, perché corre attraverso una regione disabitata e boschiva.

   Mio compagno di viaggio era un ometto dagli occhi piccoli ma assai vivaci, vestito di ruvida tela. Aveva con sé una cassetta piena di colori a olio, e dei rotoli di tela pronta per l’uso. Si trattava dunque di un pittore.

   Cominciammo a parlare. Mi disse che si recava dalle parti di Tichvin, dove viveva un amico guardia forestale, che avrebbe abitato da lui e dipinto l’autunno.

   – Ma perché lei si reca così lontano, fino a Tichvin? – chiesi.

   – Ho lì il mio angolo preferito – mi rispose il pittore in tono confidenziale. – Non ce n’è uno simile. Un altro così non lo trovo. Il bosco, tutti pioppi tremuli. Soltanto qua e là qualche abete isolato. Il pioppo tremulo in autunno prende una veste come nessun altro albero. I colori delle foglie sono così limpidi. Porporine, giallo limone, lilla, perfino nere, picchiettate d’oro. Al sole sembra uno stupendo falò. Lavoro là fino all’inizio dell’inverno, e poi mi trasferisco sul Golfo di Finlandia, oltre Leningrado. Le assicuro, là si trova la brina più bella di tutta la Russia. Non ne ho mai vista un’altra così.

   Dissi – naturalmente scherzando – che avendo un tale bagaglio di nozioni, avrebbe potuto scrivere una guida per i pittori, consigliando cosa e dove valeva la pena dipingere.

   – E cosa crede? – rispose serio il pittore. – Non è difficile scrivere una guida, ma non ha senso. Tutti arrivano nello stesso posto, ma poi ognuno cerca la bellezza per proprio conto. Così è decisamente meglio.

   – Perché?

   – Il paese ci svela allora tutta la sua varietà. La terra russa nasconde tanto incanto, che basta per tutti i pittori per millenni. Ma sa – aggiunse con una punta d’inquietudine nella voce – l’uomo ha cominciato a calpestare troppo e a distruggere la terra. Eppure la sua bellezza è grande e sacra nella nostra vita. Uno dei nostri fini ultimi. Non so lei, ma io ne sono convinto. Chi non lo capisce, non può essere un progressista.

   Poco dopo mezzogiorno mi appisolai, ma il mio vicino ben presto mi svegliò.

   – Non si arrabbi – disse alquanto imbarazzato – ma è meglio che lei non dorma. Davanti a noi c’è uno spettacolo magnifico – un temporale a settembre. Guardi!

   Guardai dal finestrino. Da sud una nuvola lacerata dai zigzag dei lampi occupava metà del cielo.

   – Vergine santa! – esclamò il pittore. – Che quantità di colori! Come rendere questo gioco di luci? Nemmeno Levitan saprebbe come cavarsela.

   – Quale gioco di luci? – chiesi sconcertato.

   – Mio Dio! – si arrabbiò il pittore. – Ma dove ha gli occhi? Vede quel bosco buio e profondo? Cade su si esso l’ombra della nuvola. E là più lontano si vedono macchie di colore giallo pallido e verdastre – provengono dalla luce del sole velata dalle nuvole. Vede? Come se fosse coperto di oro rosso. E tutto controluce. Quasi come una parete di disegni dorati. Oppure come un tessuto steso all’orizzonte, ricamato di oro dalle nostre donne di Tichvin. E adesso guardi quella fila di abeti qui più vicino. Vede il riverbero bronzeo sugli aghi? Proviene dalla parete dorata del bosco, che spande la luce sugli abeti. Luce riflessa. Difficile dipingerla, tanto è delicata. E vede là quel tenue chiarore, direi – tutto leggerezza e fragilità, riuscirà a riprodurlo una mano molto calma e sicura?

   Il pittore mi lanciò un’occhiata e scoppiò a ridere.

   – Quale forza ha malgrado tutto la luce riflessa del bosco in autunno! E’ come se un bagliore avesse inondato l’intero scompartimento. E soprattutto interessante è la sua faccia. Varrebbe la pena dipingerla ora. Purtroppo tutto è così fugace.

   – E’ compito dei pittori – dissi – immortalare le cose fugaci.

   – Ci proviamo – replicò il pittore. – Purché un tale attimo non ci sorprenda all’improvviso proprio come adesso. Per la verità un pittore non dovrebbe mai separarsi dai colori, dalla tela e dai pennelli. Per gli scrittori è più facile. Essi hanno la tavolozza nella mente. Vede come tutto cambia in fretta. Il bosco palpita ora di luce, ora di oscurità!

   Correndo dalla nostra parte le nubi lacerate sorpassavano una nuvola temporalesca e il loro rapido movimento in realtà mescolava sul terreno tutti i colori. Nella distesa del bosco turbinavano adesso l’amaranto, l’oro rosso e bianco, la malachite, la porpora e la plumbea oscurità.

   A tratti un raggio di sole, apertosi un varco tra le nuvole, si posava sulle singole betulle, che fiammeggiavano una dopo l’altra come torce dorate e subito si spegnevano. Soffi di vento che annunciava il temporale aggrovigliavano ancor più quel turbinio di colori.

   – E il cielo, che cielo! – gridò il pittore. – Guardi che sta succedendo lassù!

   La nube temporalesca in volute di fumo grigio cenere si avvicinava velocemente alla terra. Era paurosamente nera, ma ogni zigzag del lampo scopriva in essa vortici giallastri e infausti, caverne azzurro cupo e fenditure viperine, illuminate dall’interno da un riverbero opaco e rosato.

   Le nuvole squarciate dai bagliori scoprivano ogni tanto i raggi ramati che si sprigionavano dentro di esse. E più in basso sopra la terra, tra la nuvola e i boschi, si vedevano già le lunghe lingue della pioggia torrenziale.

   – Incredibile! – gridava entusiasmato il pittore. – Non succede spesso di vedere una tale cerimonia infernale!

   Ci spostammo dal finestrino nello scompartimento al finestrino nel corridoio. Le tendine svolazzavano al vento e facevano lampeggiare la luce.

   Pioveva a dirotto. Il controllore si affrettò a sollevare i finestrini. Obliqui rivoli di acqua scorrevano sui vetri. La luce si spense e soltanto da qualche parte molto lontano, all’orizzonte, attraverso la cortina di pioggia appariva indorata l’ultima striscia del bosco.

   – Si è impresso nella memoria qualcosa?

   – Non molto.

   – Anch’io non molto – disse il pittore con rammarico. – La pioggia cesserà e i colori allora saranno più marcati. Lei capisce, nel fogliame bagnato e sui tronchi il sole scintillerà. Detto tra parentesi, osservi la luce in una giornata nuvolosa prima della pioggia. E’ diversa prima della pioggia, ed è diversa durante la pioggia, ma dopo appare già eccezionale. Perché le foglie bagnate danno all’aria un lieve luccichio. Un grigio soffice e caldo. E in generale, mio caro, esaminare i colori e la luce è un vero godimento. Per nulla al mondo cambierei il mio destino di pittore.

   Scese dal treno di notte a una piccola stazione. Scesi anch’io per salutarlo. Ardeva una lampada a petrolio. La locomotiva ansimava pesantemente.

   Invidiai il pittore e all’improvviso mi irritai per le mie faccende, a causa delle quali dovevo proseguire il viaggio e non potevo fermarmi, sia pure per pochi giorni, in quella regione settentrionale. Lì ogni rametto di calluna poteva far venire tanti pensieri, sufficienti per alcuni poemi in prosa.

   Addirittura inconcepibile era il fatto che in tutta la vita, come del resto accade a quasi ogni uomo, non ho accettato di vivere come il mio cuore mi dettava, ma occupandomi di questioni che non tolleravano indugi.

   I colori e la luce della natura bisogna non tanto osservarli, quanto semplicemente viverli. Creando un’opera d’arte bisogna servirsi soltanto del materiale che si è conquistato un posto nel cuore.

   La pittura è importante per il prosatore, non solo perché lo aiuta a scorgere la luce e i colori e a simpatizzare con essi. Il pittore spesso scorge ciò che noi non vediamo affatto, e cominciamo a vedere soltanto grazie ai suoi quadri. Ci meravigliamo allora di non averlo notato prima.

   Il pittore francese Monet giunse a Londra e dipinse l’abbazia di Westminster. Monet lavorava nella consueta nebbia di Londra e nel suo quadro la sagoma gotica dell’abbazia si intravede a stento in questa nebbia. Il quadro è dipinto alla perfezione.

   Quando fu esposto, sorprese i londinesi. Li stupiva il fatto che la nebbia per Monet avesse una sfumatura rossastra, eppure anche un bambino sa che la nebbia è grigia.

   L’arditezza di Monet all’inizio suscitò obiezioni. I londinesi indignati uscivano sulle strade della città, fissavano la nebbia e costatavano per la prima volta che in effetti essa era rossastra.

   Si cominciò subito a cercare una spiegazione di questo fenomeno. Alla fine si convenne che la nebbia aveva una sfumatura rossa, perché era satura di fumo. Inoltre danno questo colore alla nebbia le case di Londra di mattoni rossi.

   In un modo o nell’altro si riconobbe che l’artista aveva ragione. Da allora tutti vedevano la nebbia londinese con gli occhi di Monet. Lo chiamarono perfino “il creatore della nebbia di Londra”.

   Per quanto riguarda me personalmente, tutta la varietà dei colori propria del maltempo russo, la notai per la prima volta guardando il quadro di Levitan “Sopra l’eterna pace”.

   Fino a quel momento ai miei occhi il maltempo era stato noiosamente grigio. Appunto per questo è così triste, pensavo, perché assorbe i colori e copre la terra di grigiore.

   Ma Levitan vide in quel grigio qualcosa di solenne, perfino la grandezza e trovò in esso molti colori puri. Da allora il maltempo non ha più un effetto deprimente su di me. Al contrario, mi sono perfino affezionato alla sua aria pulita, al freddo che punge le guance, alla superficie lucente e increspata dei fiumi, alle nuvole che rotolano pesantemente. Mi ci sono affezionato infine, perché nei giorni di pioggia cominciamo ad apprezzare i semplici beni terreni – il tepore della stanza, il fuoco nella stufa russa, il pigolio del samovar, sul pavimento la paglia asciutta coperta da un grezzo telo, per poterci dormire sopra, il soporifero tamburellare della pioggia sul tetto e il piacevole sonnellino.

   Quasi ogni pittore, rappresentante di qualsiasi epoca, di qualsiasi scuola, ci mostra nuovi aspetti della realtà.

   Ho avuto la fortuna di visitare varie volte la Galleria di Dresda.

   Oltre alla “Madonna Sistina” di Raffaello, ci sono moltissimi splendidi vecchi quadri, davanti ai quali è addirittura pericoloso fermarsi. Non ti lasciano più andare. Si possono guardare per ore e ore di seguito, forse anche intere giornate e intere notti, e tanto più a lungo li fissi, tanto più forte cresce nell’animo una inesplicabile emozione, tanto che alla fine è difficile trattenere le lacrime.

   Qual è la causa di queste lacrime, alle quali non consentiamo di scorrere? La perfezione spirituale racchiusa in questi quadri e la potenza del genio, che indirizzano i nostri pensieri verso la purezza, la forza e la magnanimità.

   Quando contempliamo la bellezza, si risveglia in noi l’ansia che precede la catarsi. E’ come se la freschezza delle piogge, dei venti e di un alito della terra in fiore, del cielo settentrionale e delle lacrime che l’amore versa, penetrasse nel nostro cuore riconoscente e non volesse lasciarlo più.

   Gli impressionisti in un certo senso hanno intensificato la luce solare. Dipingevano all’aria aperta e a volte forse rafforzavano i colori volutamente, in modo tale che la terra nei loro quadri apparisse in una luce gioiosa…

   Dopo l’incontro sul treno con lo sconosciuto pittore giunsi a Leningrado. Di nuovo apparvero ai miei occhi i magnifici complessi architettonici delle sue piazze e dei suoi edifici.

   Li guardai a lungo, cercando di cogliere il segreto della loro architettura. Esso si celava nel fatto che questi edifici, in realtà non così grandi, davano un’impressione di monumentalità. Una delle costruzioni più belle, l’edificio dello Stato Maggiore, che con il suo elegante arco si erge di fronte al Palazzo d’Inverno, non è più alto di una casa di tre piani. Eppure sembra imponente, paragonato a un qualunque grattacielo di Mosca.

   La soluzione dell’enigma è semplice. L’impressione di maestosità è creata dalle proporzioni equilibrate e armoniche dell’edificio, che ha una sobria decorazione – semplici cornici delle finestre, semplici cartigli e bassorilievi.

   Osserviamo bene questi edifici e capiremo che il buon gusto è sinonimo di moderazione.

   Sono convinto che proprio il principio delle proporzioni equilibrate, la mancanza di ogni eccesso nella decorazione, il rispetto della semplicità, grazie alla quale ogni linea si mette in luce, procurano un vero godimento, e tutto ciò riguarda in una certa misura anche la prosa di un romanzo.

   Lo scrittore innamorato della classica perfezione delle forme architettoniche, evita nella sua prosa una composizione pesante e goffa. Fa di tutto invece per raggiungere le giuste proporzioni e mantenere la sobrietà nell’uso dei mezzi letterari. Eviterà l’eccesso di ornamenti che rendono prolissa la prosa, il cosiddetto stile ornamentale.

   Bisogna portare la composizione di un’opera in prosa a un livello tale, che non consenta di togliere o aggiungere alcunché, senza rischiare di nuocere al senso della narrazione e al logico sviluppo della trama.

   Come al solito a Leningrado trascorsi la maggior parte del tempo al Museo Russo e all’Ermitage.

   La leggera penombra soffusa di bruna doratura delle sale dell’Ermitage mi sembrava sacra. Ci entravo come nel panteon del genio umano. Qui ancora da ragazzo capii per la prima volta quale fortuna fosse essere uomo. E capii quanto grande e buono egli può essere.

   All’inizio mi sentivo smarrito fra tutti quei magnifici pittori. Avevo le vertigini per la ricchezza e l’intensità dei colori, e per riposare un po’ mi recavo nelle sale dove erano esposte le sculture.

   Sedevo lì abbastanza a lungo. Quanto più guardavo le statue degli ignoti scultori ellenici, o le donne di Canova che sorridono in modo quasi impercettibile, tanto più capivo che quelle sculture sono nella loro essenza un’invocare la bellezza in noi stessi…

   Niente di strano che Heine visitando il Louvre sedesse ore intere davanti alla Venere di Milo e piangesse.

   Su cosa? Sulla vilipesa perfezione dell’uomo. Sul fatto che il cammino verso la perfezione è lungo e arduo, che lui, Heine, che donò agli uomini il suo stupendo sarcastico talento, non avrebbe raggiunto la terra promessa, verso cui tutta la vita lo aveva spinto il suo cuore inquieto.

   Tale è la forza della scultura, il suo fuoco interiore, senza il quale è impensabile la grande arte, e la prosa di grande pregio.

(C) by Paolo Statuti

Opere d’arte citate nel testo

Isaac Levitan: sopra l’eterna pace

La Venere di Milo

Raffaello: Madonna Sistina

Claude Monet: Il parlamento nella nebbia

  

   



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