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L’avventura – di Raymond Carver

Da Marcofre

Solo qualche riflessione a proposito di questo racconto racchiuso nel libro “Principianti”. Il motivo? Mi pare che ci sia una parte che meriti di essere segnalata e magari assimilata a dovere.

C’è un padre (divorziato) e un figlio, che non si vedono da un bel pezzo. Si incontrano al bar di un aeroporto e chiacchierano. Accanto e attorno a loro la solita umanità che si incrocia in ambienti del genere.

A un certo punto la storia deve fare il balzo. Passare dalle chiacchiere a qualcosa di meglio: la narrazione del tradimento del padre, come è accaduto il fatto e le conseguenze. È questo il motore del racconto, ma come diavolo si fa a metterlo in moto?
Se si legge e basta, come è giusto fare in fondo, tutto fila via liscio e semplice.

I due uomini sono seduti al tavolino di questo bar, parlano delle solite cose. C’è in sottofondo della musica da un jukebox, la gente che beve al bancone, l’arredamento del locale…
Già questa parte è interessante, ma per capirne la portata occorre rileggerla, e io l’ho fatto.

Prepara l’innesto. Avvia il cuore della storia. Quando il padre esordisce in un certo modo, è chiaro che ormai è fatta.
Sembra banale. Si prosegue sulla pagina seguente e solo allora si capisce che si è entrati in una dimensione differente. C’è stato il balzo.

A me interessa soprattutto l’istante che precede il balzo. C’è una specie di attesa, una resistenza, un pudore o reticenza a parlare. Ad ascoltare. Ma tutto si verifica in poche righe, con battute a mio parere perfette. Anche i gesti sono dove devono essere.

 

Cominciò a parlare in un tono basso e monotono che mi diede subito fastidio.

È narrato dal punto di vista del figlio. La frase successiva:

 

Girai il posacenere per leggere la scritta sul fondo: HARRAH’S CLUB RENO AND LAKE TAHOE. Posti ideali per divertirsi.

 

Il padre inizia a raccontare l’avventura. Però le frasi che precedono l’inizio della confessione sono particolari perché vive. Perché quando ci si avvicina a qualcosa che non si desidera sapere o vedere, spesso si distoglie l’attenzione per dirottarla altrove. Il tempo assume un peso, e non solo il tempo. Si vorrebbe essere altrove, oppure non essere mai capitati lì.

Lo scrittore in fondo è uno specialista di dirottamenti, anche se poi la rotta è quella che conduce a destinazione. Ho scritto “dirottamenti”, avrei potuto metterci “dettagli”: ma si comprende lo stesso il senso.

Si legge, e si procede. Il mestiere dello scrittore è riuscire a far apparire fluido e semplice ogni aspetto della storia. Non sempre accade. Però la semplicità che si percepisce è in realtà un’illusione.
L’editor tagliò del 61% il racconto (ma in questo caso, è riportato il manoscritto originale). Ogni frase, ogni parola viene scritta, cancellata, riscritta, modificata, eliminata ancora.

La cura per la scrittura non vuol dire scrivere bene: bensì scrivere in modo efficace.


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