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L’Egitto dopo il golpe contro Morsi.

Creato il 04 luglio 2013 da Retrò Online Magazine @retr_online

Ci è voluto circa un anno, ma alla fine il Faraone è caduto. Mohamed Morsi da ieri sera, dopo il golpe, non è più il presidente dell’Egitto,

Foto  Mohamed Azazy, licenza CC BY-ND-NC

Foto Mohamed Azazy, licenza CC BY-ND-NC

ruolo che ricopriva dal giugno scorso. Uomo di punta dei Fratelli Musulmani, Morsi ha dato i primi evidenti segni di pericolosità durante lo scorso novembre, sottraendo i suoi decreti al giudizio della magistratura e iniziando a progettare una costituzione che gli avrebbe dato in mano un potere smisurato. Da allora piazza Tahrir è tornata a ruggire, e l’autoritario presidente ha cercato di domarla con una repressione dai connotati feroci, che in questi mesi ha provocato morti, feriti e violenza. Conseguenze della politica di Morsi e dei disordini interni, l’economia statale crolla a pezzi e con lei il turismo, che per il paese delle piramidi è quanto di più prezioso possa esserci.

L’esercito, i cui stati maggiori in Egitto hanno il controllo di industrie, giornali, televisioni e ingenti capitali da investire, nella giornata di lunedì ha imposto a Morsi un vero e proprio ultimatum: quarantotto ore per proporre una soluzione sensata che coinvolga le opposizioni e apra una fase di transizione culminante con nuove elezioni. Morsi non è stato capace di venire incontro alle richieste né ha voluto farlo, anzi. Ieri, a ultimatum quasi scaduto, in un video rivendicava la legittimità della sua posizione e definiva il suo come l’unico potere possibile in quanto conferitogli direttamente dal popolo. L’elite militare, trascorse invano le quarantotto ore, è intervenuta e nella serata di ieri ha deposto il deposto il presidente, che già era tenuto agli arresti domiciliari a partire dalla metà del pomeriggio. Così, con la Costituzione sospesa e i carri armati in piazza, l’Egitto ha vissuto il suo golpe, il momento più importante della sua storia a partire dalla fine di Mubarak.

Piazza Tahrir alle quattro di mattina era ancora gremita, sorvolata di continuo dagli elicotteri e illuminata al giorno dai bellissimi fuochi d’artificio di una folla i cui movimenti, se visti dall’alto, ricordano i flussi e le onde di un oceano e regalano uno spettacolo impressionante. Morsi è sconfitto e prigioniero al Ministero della difesa, anche l’intellighenzia dei Fratelli Musulmana è stata arrestata. Questa mattina, dopo una notte di scontri e violenze tra le strade del Cairo e nelle più importanti città egiziane che ha portato ad un bilancio di quattordici morti in poche ore, Adly Mansour ha giurato come presidente ad interim. Mansour, già presidente della Corte costituzionale dell’Egitto, guiderà il paese verso le nuove elezioni e ne assicurerà la stabilità politica, così come i militari del generale el Sisi, per le strade ne assicureranno la sicurezza interna. Fase di transizione che ha già preso il nome di “road map”, un percorso già definito composto da passaggi obbligati da superare con successo il prima possibile.

In Egitto questa mattina si respira un’aria diversa, l’inizio di una nuova, ennesima delicata fase. L’odiato quasi-dittatore non c’è più, Piazza Tahrir gioisce e fa festa, noncurante del fatto che ci sia voluto l’esercito per ripristinare, o almeno provare a farlo, un barlume di democrazia in Egitto. Mubarak è stato vinto dalla forza inarrestabile delle masse, Morsi dalle minacce di el Sisi, che l’ha messo in minoranza e schiacciato come un insetto.
Insomma, per il momento “nunc est bibendum”, certo è che domani i cittadini egiziani dovrebbero iniziare una seria riflessione sulla fragilità interna di uno stato in cui un presidente, per quanto autoritario, dispotico e pericoloso, viene annullato in una manciata di ore da un golpe attuato da potentissimi generali. Perché un domani i nemici potrebbero essere proprio loro.

Articolo di Matteo Fontanone


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