Magazine Talenti

L'essenza dell'assenza

Da Miwako
L'ESSENZA DELL'ASSENZA
L'estate volge a termine. Credo citerò i Righeira in giudizio, per l'assoluta impossibilità di usare una frase semplice come "l'estate sta finendo" senza pensare a quella canzone. E' stata un' estate strana, che mi è passata in fianco in punta di piedi, senza che me accorgessi; o forse ero io in punta di piedi, quasi sospesa, a planare su questa estate che non ho avuto modo di afferrare. In ogni caso, qualunque cosa sia stato, ha poca importanza, è già passato. Dovessi definirla in un aggettivo, sarebbe solitaria. E introspettiva, facciamo due. Sono stata lontana dal mondo e lui è stato lontano da me. Cause di forza maggiore. Mi sento come se avessi passato gli ultimi due mesi a colloquio con me stessa. Quindi mi sento sollevata e nauseata al tempo stesso. Approssimiamo a un "abbastanza bene" politicamente corretto.
L'acqua caduta negli ultimi giorni ha ammantato tutto come una coperta lucida e vischiosa, ha spiegato tutt'intorno un corredo di nuvole e vento, in mezzo a cui ho trovato qualche piccolo seme messo li da chissà chi. A titillare i mie pensieri, stavolta è l'assenza. Possibile che qualunque cosa noi facciamo sia mossa, in qualche modo non necessariamente rintracciabile, dall'assenza? Ho finito il detersivo, esco e lo ricompro. Sono a casa, sono insofferente, chiamo un'amica a vado a prendere un caffè con lei. Fuori piove ed io sento il bisogno di un interlocutore immacolato e senza voce cui affidare i miei pensieri, quindi scrivo. I miei calzini sono tutti spaiati, perciò mi metto di buona lena e svuoto il cassetto dela biancheria.Le cose che ho elencato, sono slegate, indipendenti le une dalle altre, non hanno quindi una "soluzione" comune, MA. C'è un ma. In ognuna di esse, la costante è la ricerca di qualcosa che manca. Una persona, un calzino, un ascoltatore, poco importa. L'essenza di ciascuna di queste cose così diverse, è l'assenza.E' questo, quindi, uno dei denominatori comuni dell'essere umano? Il cercare ciò che manca? L'assenza come base stabile da cui muovere?
Mi chiedo se non sto, ingiustamente, generalizzando. Ci penso. No. L'assenza è un concetto astratto. Il concetto astratto per antonomasia. Eppure incredibilmente concreto. Di notte la luce è assente. L'assenza del sole non è visibile, tangibile in quanto tale, perchè il sole non c'è, ma si afferma proprio nella sua invisibilità, in ciò che ne costituisce, appunto, l'assenza. E' una sfumatura troppo ampia per essere definita da una sola gamma di colori, troppe sono le cose da cui scaturisce, gli eventi o i sentimenti che la scatenano per poterla relegare ad un solo ambito. L'assenza trascende indiscriminatamente ogni angolo delle nostre esistenze. Scandisce i nostri ritmi, dandoci l'illusione di essere mossi da libero arbitrio, svincolato da ogni altra implicazione. D'altronde, non è proprio con intuizioni come queste che sono nati il consumismo, le ricerche di mercato, il baratto prima e il commercio poi? Un bisogno, quindi una mancanza, quindi un'assenza. Oggi siamo all'estremismo del bisogno creato, confezionato, indotto, e fatto passare per necessario, ma questa è un'altra storia.
Ciò che mi preme, tra le altre cose, è capire il peso dell'assenza assoluta e di quella relativa. Mi spiego meglio. Dal nostro personale punto di vista, quando ad una festa manca una persona, quella persona non c'è, forse addirittura non è in quel momento (per noi), in quanto assente ; Quando muore una persona cara, questa persona non c'è, e forse non è, in quanto assente. Per un momento i due concetti sono identici. Si sovrappongono. Dalla nostra visuale, una persona che non c'è, non è, in quanto assente. Da un'angolazione più assolutistica, una persona che non è con noi ma è viva, è in un altro luogo fisico, ma comunque è; una persona defunta, non è più (o forse è altro ma rimane comunque insondabile). Il problema si pone quando entra in causa il concetto di "essere"; perchè noi, noi umani, non siamo in grado di porre un "non essere". L'assenza è qualcosa che evinciamo dalle contingenze, ma non siamo capaci di porla in maniera ipotetica, perchè il "non essere" è un'espressione che non siamo proprio in grado di elaborare. Quindi, tecnicamente, sia che una persona che amiamo sia lontana, sia che sia morta, la sua assenza ci spinge comunque a cercarla. Qualora sia viva, si aprirà skype sperando di non aver sbagliato a contare la differenza di fuso con Singapore; qualora sia morta, la si cercherà nel passato, nelle memorie, in una preghiera, in un cielo crivellato di stelle. Perchè se è vero che l'uomo non è in grado di porre un "non essere", singifica che comunque, crederà sempre che questi assenti, da qualche parte debbano essere. (Qui potrei, anzi dovrei, aprire una digressione sul perchè della religione e delle varie facilonerie mistiche, ma non lo farò).
 Allora, mi limito a dire che, per come vedo le cose, l'essenza dell'assenza è al confine tra l'essere e il non essere; allo stato embrionale, l'assenza di qualcuno ha la stessa consistenza informe ai nostri occhi, sia che si tratti di un'assenza giustificata, sia  che si tratti di un'assenza inspiegabile. A fare la differenza, poi, sarà la prova della mancata o confermata presenza di questa persona.
Nonostante sia figlia intellettuale della mitica Schies, nonostante questa breve analisi mi abbia rinfrescato pensieri che sono qui, nella mia testolina da almeno un decennio e nonostante sia ferma nel mio irrimediabile agnosticismo, mi rendo conto che anch'io faccio parte di questo genere umano incapace di postulare un "non essere". Allora mi dico: " Va bene. Anche se alzi gli occhi al cielo, ogni tanto, e sussurri parole per qualcuno che non è più, va bene lo stesso". E mi faccio una tenerezza infinita, così sconfinata che se potessi mi abbraccerei da sola.

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Magazine