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L’Identikit del Nuovo Emigrante: il Web risponde!

Creato il 30 gennaio 2011 da Fugadeitalenti

Ritornano le discussioni de “La Fuga dei Talenti” sul portale professionale LinkedIn. Nelle scorse settimane abbiamo proposto agli internauti del network il seguente quesito, strettamente collegato all’indagine ISTAT-”Giovani Talenti” sulla nuova emigrazione, resa nota all’inizio dell’anno (clicca qui per leggere l’articolo): “Giovane, laureato, del Centronord Italia. Vi stupisce l’identikit del nuovo emigrante italiano? E’ in atto, secondo voi, una mutazione significativa dei nostri talenti in fuga, sempre più concentrati nelle classi più produttive? E se sì, quale effetto avrà questo per l’Italia?

Queste le vostre risposte:

Francesco: Un sistema come quello italiano sta inevitabilmente perdendo risorse e potenzialità con la fuga verso l’estero: le conseguenze non sono ancora visibili da parte di una classe dirigente miope ed incapace (e non sto parlando di destra o sinistra, il problema è indipendente dall’idea politica, ma connaturato alla “italianità” della leadership). Quello che sta avvenendo in questi ultimi anni, non è che la naturale conseguenza di decenni di gestione errata dell’università e delle connessioni (inesistenti o rarissime) tra ricerca-industria: sono sinceramente pessimista e credo che sia ormai troppo tardi per porvi rimedio.Il ricorso a talenti esteri sarebbe la soluzione, ma stiamo perdendo anche su questo fronte, perché le altre nazioni europee nostre competitrici su questo fronte offrono salari più alti, progetti di ricerca più interessanti e qualificati e soprattutto hanno iniziato questo percorso molti anni prima di noi. E questo mi riaggancia al tema di Sergio: perdiamo persone potenzialmente strategiche per il futuro dei settori produttivi, processo che inevitabilmente condurrà ad un declassamento del nostro unico emblema di qualità: il “made in Italy”. Continueremo ad avere le nostre bellezze storico/naturali (a parte non avere nessuno per descrivere e spiegare i contenuti dei musei…) e sopravviveremo con il turismo…

Filippo: Non sono un catastrofista e nemmeno un esterofilo, ma basta leggere i dati europei per rendersi conto. Uno per tutti. L’anno scorso solo dall’Irlanda sono emigrate 36.000 persone sotto i 40 anni per ragioni di lavoro. Tra le mie conoscenze un ragazzo su 2 di quelli all’università sta facendo /ha fatto l’Erasmus o comunque un programma di scambio con l’estero, con l’intenzione di trascorrere almeno i primi cinque anni dopo la laurea in un sito fuori Italia. Il dopo te lo lascio immaginare. Tra i miei clienti (industria) è in corso una delocalizzazione da paura verso la Cina/Est europa/America latina, che porterà ad una riduzione dei volumi prodotti pari al 36% nei prossimi 3-5 anni a seconda delle branche interessate. Ciò provocherà, sempre sulla base delle mie esperienze dirette, deindustrializzazione soprattutto in molte aree del nord della Lombardia, del piacentino e delle Marche. Questo fenomeno colpirà evidentemente subito la manodopera, che però potrà beneficiare di ammortizzatori sociali fino al 2014, ma i “cervelli” e soprattutto quelli più giovani saranno costretti ad allargare l’orizzonte delle loro ricerche, anche verso altri Paesi, anche molto lontani se sono ambiziosi e desiderano retribuzioni comparabili a quelle degli anni scorsi. In sostanza, sempre a mia esperienza e conoscenza diretta, è prevedibile che un mercato trainato prevalentemente da domanda interna possa determinare la “fuga” di circa un terzo dei cervelli.

Fulvio: Un recente articolo inglese rappresenta una competizione nel mercato del lavoro italiano viziata da nepotismi, favoritismi, affiliazioni e raccomandazioni, che promuovono chi ha “maniglie” sopra chi ha merito. E’ naturale che questi ultimi cerchino un ambiente più meritocratico, in cui il loro valore sarà riconosciuto, iniziando così una selezione perversa per cui “chi vale, va via” e un identikit del nuovo emigrante ricco di qualità che l’Italia dovrebbe invece trattenere. In questa ottica, che ha peraltro le sue limitazioni, la cura e’ più competizione, che gli Italiani caldeggiano a parole, ma sono culturalmente restii ad accettare in pratica. Le conseguenze per l’Italia sono ovvie: un sistema che vizia la competizione interna perde competitività’ verso l’esterno. Però l’emigrazione dei talenti e’ solo una faccia della medaglia, naturale e accettabile se compensata da una immigrazione di talenti. Pare che in Italia, questa immigrazione di qualità manchi, e le ragioni possono essere le stesse che fanno fuggire gli Italiani o piùspecifici disincentivi per gli stranieri. Per cui rilancio la discussione chiedendo: perché l’Italia non attira maggiori flussi migratori da parte dei giovani talenti di altri paesi?

Vittorio: Una certa emigrazione di alto livello non può e non deve sorprendere: in un mondo sempre più globalizzato, che un medico possa andare a far esperienza nel Regno Unito, un informatico possa essere attratto dalla California o similari, son vicende normali. Semmai il problema che evidenzia l’articolo è un altro: sono pochissimi i laureati che vengono in Italia. Non esiste, per esempio, un flusso di ingegneri che vengano in Fiat, o in Finmeccanica, o altri flussi del genere.

Marcello: I numeri espressi nell’articolo sono drammatici, soprattutto perché non esiste un flusso di eguale quantità, e -scusate non voglio essere razzista- di eguale qualità in entrata. Se vi fosse un sostanziale equilibrio la cosa potrebbe essere relativamente importante. In realtà il fenomeno è equiparabile, anzi è più importante, della fuga di denaro o del trasferimento delle aziende. Una azienda può rinascere se esistono le persone capaci per farla rinascere. Di fronte a questo il dato relativo all’investimento finanziario che viene fatto su ciascuna persona per portarla dalla scuola elementare fino alla laurea appare irrilevante, a confronto col danno della perdita di una persona capace e di quello che può dare all’economia e alla società civile. Purtroppo di questo si parla poco, purtroppo questo elemento non è nei primi posti delle agende dei governi e tra i motivi di discussione delle persone. Il tutto produce un risultato inevitabile: l’impoverimento culturale ed economico del nostro paese.

Andrea: Non stupisce affatto. Le aziende italiane non comprano ne’ creano nuova tecnologia e pertanto non generano occasioni di lavoro per giovani laureati, sia di materie scientifiche sia di economia o legge. Perche’ mai un giovane ingegnere vorrebbe andare a lavorare alla Bialetti? Per progettare ancora un’altra caffettiera? L’effetto per l’Italia e’ il terzomondismo e -in successione- la povertà.

Daniele: Più che di Centronord parlerei di Centro, visto che il Nord ancora tiene – eccetto per ruoli di eccellenza. D’altra parte un’università come Pisa forma laureati in modo impeccabile, con il piccolo particolare che, soprattutto in ambito industriale, ha il vuoto intorno. L’effetto sarà che l’Italia, come Paese, preparerà risorse notevoli per nazioni straniere, che saranno ben liete di sfruttare i nostri investimenti. In chiave nazionale, lo stesso vale per città come Milano e Torino, che qualcosa hanno ancora da offrire al resto del Paese, che si troverà impoverito.

Diego: Per rispondere al quesito di Sergio, la parte dell’identikit che mi supisce è “del Centronord”. Non so cosa si intenda per “Centronord” e non ho nemmeno dati alla mano per una veloce statistica, e nemmeno non so su quali dati tale identikit sia basato. Secondo me, il vero problema delle “energie in fuga” ( http://www.energieinfuga.net ) dall’Italia è che, una volta presa la laurea, le possibilità di crescita professionale e personale nel nostro Paese sono: limitate, limitanti e sembrano non abbiano nulla a che fare con la meritocrazia. Probabilmente la parola “meritocrazia” verrà cancellata dal dizionario della lingua italiana molto presto… L’effetto è che l’Italia perde molti dei suoi laureati e non riesce, sempre a mio personale giudizio basato sulla mia personale esperienza, a dare le stesse possibilità formative, che si avrebbero all’estero, ai laureati che rimangono.

Paolo: Il nuovo emigrante è una persona che cerca nuove opportunità e ha voglia di imparare e mettersi in discussione. Rischia, ma sa che ha solo da guadagnarci nell’affrontare questa sfida… L’errore dell’università è quello di non aver mai cambiato la propria offerta formativa, anche in funzione delle mutate esigenze del mercato. Il mercato è globale, limitarsi all’Italia è una strategia errata…

Adriano: Io preferirei chiamarli “I NUOVI EMIGRANTI” senza distinzioni di professione, di cultura e di terra natale… il nocciolo della questione è che comunque se ne vanno…no?!?!

Valeria: Più che fuga a me sembra anche che ai talenti di oggi il singolo Paese vada un po’ stretto… il problema è che il flusso è a senso unico, per via di una miopia squisitamente italiana. Escono intellettuali ed entra manodopera, al massimo. Bisognerebbe confrontare questi numeri con quelli di altri Paesi, per capire se è vera fuga o semplice osmosi stimolata dai cambiamenti in atto nella società. Un fenomeno, secondo me, anche per sua natura diverso dalla “fuga dei cervelli” causata dagli investimenti al lumicino fatti qui in R&S. Sarà che l’unica persona che conosco che è andata a lavorare all’estero aveva il posto fisso e l’ha mollato perché voleva cambiare aria… certo, poi l’Italia per come sta messa non invita neanche troppo a restare.

Alessandro: io sto seriamente pensando di espatriare. 3 anni fa non ci pensavo neppure.

Paolo: la costruzione economica è come una piramide. Ai vertici ci sono i capi e alla base i poveri, al centro, nell’insieme, la società. Prova a pensare, se si continua ad ignorare i bisogni dei più bassi nella scala gerarchica: crolla tutto.

Marco: Io sono andato via dall’Italia circa 13 anni fa, ma non credo proprio di poter essere classificato tra i cervelli in fuga. Nel mio caso figlio di emigranti, lode in ingegneria ed inglese da autodidatta… non ce la facevo proprio a farmi raccomandare per un posto in qualche sottoscala. Così me ne sono andato. E sì, ci vuole un bel colpo di reni… non mi pento ed in Italia ci torno, anzi ci torniamo, volentieri per le ferie.

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