Dovrei
intrattenermi almeno un pochino sulla questione sollevata da Umberto
Eco nel corso della lectio tenuta
all’Università di Torino, dove gli è stata conferita la laurea
honoris causa in
Comunicazione e cultura dei media,
questo pare sia il temino sul quale la blogosfera è chiamata a fare
il compito in classe, e a consegnare il foglio in bianco si fa una
figuraccia, non sia mai detto.
«I
social media – ha detto Umberto Eco – danno diritto di
parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un
bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano
subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola
di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Beh,
confesso che a me paiono parole a vanvera.
Chi
metteva a tacere l’imbecille al bar, e come? Chiunque fosse, e in
qualunque modo riuscisse a metterlo a tacere, se ci riusciva, cosa
gli impedirebbe di farlo anche con l’imbecille sui social media?
Ma, poi, oggi come ieri, il modo più saggio di reagire a ciò che un
imbecille dice non è quello di lasciarlo dire, tutt’al più
scrollando il capo? Concedo che non si abbia l’obbligo
di esser saggi fino a questo punto, e che la tentazione di entrare
proprio in quel bar, indignarsi per ciò che dice l’imbecille,
considerare indispensabile che taccia, fare qualcosa per cercare di
farlo tacere, sia irresistibile, ma cosa impedisce di farlo anche sui
social media? E ancora: in cosa consiste il danno che l’imbecille
arreca alla collettività? E perché un imbecille dovrebbe vedersi
negato il diritto di parola? Meglio: è sul piano del diritto che si
sostanzia ciò che dà valore alla parola del Premio Nobel rispetto a
ciò che non ne dà a quella dell’imbecille?
Troppe
domande, so bene, e a nessuna riesco a dare una risposta, ma è che
la questione sollevata da Umberto Eco mi pare sia difettosa già in
premessa, sicché rinuncio ad approfondirla, per dare invece
attenzione al contesto nel quale è sorta la questione.
Dico:
che senso ha conferire una laurea honoris causa a Umberto Eco? Per
meglio dire: che senso ha che gliela offrano, ma soprattutto che lui
la accetti? Gliene avevano già conferite altre trentanove prima di
questa, e questa era la quarantesima, e tutti sanno che è
un’onorificenza che ormai da decenni ha perso il prestigio che
aveva in passato, e allora: se è comprensibile che la cosa possa
gratificare un Vasco Rossi, non è ridicolo che un accademico di fama
preclara come Umberto Eco si presti a quella che in fin dei conti non
è che una fatua comparsata in tocco e toga?
La
vanità, si dirà, è una debolezza umana. Senza dubbio, ma come dar
torto ad Ambrose Bierce per il quale è pure il tributo che
l’imbecille riserva all’asino che gli è subito d’accanto?
