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L’incipit: così tanto da dire in così poco tempo

Da Marcofre

È affascinante l’incipit perché attira sempre le attenzioni di chiunque scriva. In tutta la rete e non solo, ci sono raccomandazioni, “trucchi”, consigli su come scrivere l’incipit giusto.

Prima considerazione. Una storia inizia, ma non è detto che quell’inizio sia proprio l’incipit. Non è raro che venga aggiunto dopo. Che sia riscritto da zero; che vi metta mano un editor, e via discorrendo.

Seconda considerazione. Un incipit “sbagliato” può sempre aprire le porte su un capolavoro. Ci sono editori e autori che non badano affatto alle poche righe di apertura, e non per questo sono mediocri, anzi. Per me è memorabile l’incipit di “Confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo; noioso quello de “I Promessi Sposi”.

Gli unici consigli che si possono dare sono qualcosa di banale.

Per prima cosa occorre avere la storia: non è detto che ci debba essere lo sviluppo, qualcosa di travolgente. Però deve essere onesta, di valore. In una parola: efficace.

Certo, l’incipit è avaro di tempo, e magari vorresti in quelle poche parole riuscire a trasmettere il mondo.

Non devi trasmettere il mondo, che vuol dire tutto (in apparenza), ma non significa niente. Se “trasmetti il mondo” togli il desiderio di proseguire la lettura.

Un incipit dovrebbe contenere un indizio importante sulla voce del suo autore. Essere una sorta di promessa, che dice in filigrana: adesso ti racconto questa storia di uomini e donne. Non “una storia” che è un concetto vago, e finisce con l’essere solo l’esposizione di idee proprie, teorie proprie. Bensì la storia di uomini e donne che meritano di essere celebrati. Benché erbacce, o forse perché erbacce. E quindi affascinanti.

Carne, sangue, viscere. Inutile fare tanto gli intellettuali: quello siamo, e se qualcuno si offende o torce il naso, pazienza.


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