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L’indovina di Istanbul (di Francesco Marilungo)

Creato il 26 settembre 2012 da Istanbulavrupa

L’indovina di Istanbul (di Francesco Marilungo)(già pubblicato su Lankelot)

Eleonora è una bambina speciale. Nasce annunciata da un vento magico di profezie e da uno tragico di catastrofi storiche. Nasce a Costanza, sul Mar Nero, proprio nella notte in cui le armate dello zar sottraggono la città al sultano ottomano, mettendola a ferro e fuoco. Fine diciannovesimo secolo. Nasce salutata da un misterioso stormo di upupe che la seguirà per tutta la vita e che per tutto il libro stanno lì a ricordarci che è una bambina fuori dal comune. Magia e Storia, realismo e finzione, sono i poli entro i quali, in maniera piuttosto disorientata, ruota questo romanzo d’esordio.

Eleonora mostra sin dai primissimi anni di vita le sue straordinarie qualità. Impara a leggere e scrivere con estrema facilità, impara lingue straniere, memorizza lunghi brani di prosa leggendoli una sola volta e crescendo trova nella letteratura il rifugio incantato che la protegga dalla sua solitudine. Nelle notti fredde di Costanza Yakob, il padre, le racconta di Istanbul, della malia delle sue strade, delle storie profumate che la agitano, dei misteri che silenziosamente la percorrono. E arriva il giorno in cui egli per Istanbul deve partire, a mercanteggiare i suoi tappeti. La bambina, come un’eroina dickensiana, si nasconde in un baule di velluti persiani per rivelarsi al padre quando ormai Istanbul vien fuori dal suo manto di nebbia e si mostra al viaggiatore in arrivo allungando i suoi minareti fra le brume del mattino. Fra parentesi, l’esordiente Lukas modula questo arrivo via mare dai grandi scrittori-viaggiatori di fine Ottocento come Thakeray, Melville e De Amicis, che amavano ammantarlo d’una coltre di nebbia. Espediente narrativamente efficace quanto, oramai, esaurito: il sipario della nebbia vela per un attimo ai personaggi, e di conseguenza al lettore, la magnificenza convulsa della città, aumentandone il fascino. Poi un frastuono di voci, di colori, di mercanzie, odori di spezie, fumi che vengono fuori da esotiche cucine, scricchiolii di case di legno assalite dall’umidità del Corno d’Oro. Istanbul invita ogni scrittore a descriverla, ma poi ogni volta gli sfugge, lo abbandona ai suoi stereotipi multicolori, e non si concede.

Tristi peripezie romanzesche fanno sì che Eleonora rimanga sola in città. Di lei si prenderà cura il ricco Moncef Bey, audace lettore di Rousseau preso di mira dalle spie del paranoico sultanato di Abdulhamit II. Sebbene la storia lo ricordi come il Sultano Rosso, per i fiumi di sangue che fece scorrere con le sue feroci repressioni, Abdulhamit è senza dubbio uno dei sultani che ha avuto più fortuna a livello letterario. Come L’indovina di Istanbul, sono molti i romanzi ambientati nel suo periodo, in quella Istanbul affollata come non mai di burocrati europei in giro per la Gran rue de Pera, in quella Istabul sul baratro assieme all’impero di cui era capitale, una Istanbul decadente nella quale si celebra il ramadan, in cui scorrono fiumi di whisky nelle notti folli dei teatri di varietà, in cui diplomatici d’ogni parte del mondo combuttano e cospirano, annusando già nell’aria il cadavere del “malato d’Europa” (La figlia di Istanbul, L’amore è come la ferita di una spada). Grazie a Moncef Bey, Eleonora inizia a scoprire i mille volti di questa città, mentre già corre voce delle sue impressionanti qualità e lo stormo di upupe che sempre la segue vola da un minareto all’altro tacciando simboli incomprensibili di una profezia che la riguarda. Istanbul la affascina, ma la ragazzina trova i suoi momenti migliori quando, seduta nella poltrona del bovindo, legge la sua opera preferita: La clessidra. Testo mai esistito che Lukas infila nel romanzo per continuare a tessere le sue trame in bilico tra storia e fantasia. Col passare del tempo la voce sulle speciali doti di Eleonora giunge al palazzo e il sultano ne rimane colpito. Convoca la ragazzina nella sua residenza e da lì prende il via la carriera da indovina della piccola protagonista, fino a un finale evasivo che lasciamo ai lettori.

Attraverso una prosa pulita e scorrevole, a tratti raffinata nelle descrizioni e nei dettagli, rielaborata in sette stesure diverse, come l’autore ha dichiarato in un’intervista, Lukas ci conduce in un mondo a metà fra realtà e fiaba. Ma a ben vedere né il dato storico né quello di finzione vengono soddisfatti. Le complicate manovre politiche e militari che portarono alla fine dell’Impero ottomano sono solo abbozzate, utilizzate quando servono, ma mai risolte fino in fondo. Il sultano stesso è descritto anacronisticamente come un gentile vecchietto appassionato di fattucchiere, vaticinii e romanzi polizieschi, quando invece fu uno dei sultani più arcigni della storia. La magia di Eleonora si risolve in quel suo stormo di upupe che la insegue, poiché la profezia che la riguarda non è né compiuta né fallita, e i suoi oracoli per il sultano non sono altro che comparazioni fra l’attualità e la storia classica, che la piccola impara da Plinio o Senofonte. Insomma, un romanzo che non è né realista, né magico, ma neanche qualcosa di più, come ha avuto modo di scrivere James Hynes sul New York Times. Un esordio che lascia piuttosto freddi e che usa Istanbul e l’impero ottomano in declino, ancora una volta, come cornice, orientalisticamente stereotipata, di un racconto leggero ed evanescente.

EDIZIONE ESAMINATA: Michael David Lukas, L’indovina di Istanbul, Longanesi, Milano 2012, Pp.324. € 16.40


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