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L’obiezione del cactus

Da Tnepd

L’obiezione del cactus

L’obiezione del cactusMio zio mi diceva sempre che la peggiore caratteristica dell’essere umano è la sua spregiudicata, invereconda e abominevole ricerca delle giustificazioni delle proprie azioni. Anche e soprattutto quelle riprovevoli. Qualsiasi crimine commesso o da commettere troverà il singolo interessato o, se la cosa prende piede, il gruppo allargato, pronto a trovare giustificazioni per prevaricare il prossimo, per imporre un certo comportamento o per attuare un qualsiasi piano volto al raggiungimento di un qualsiasi fine. Quando la giustificazione di un’azione esce dal singolo e si diffonde presso più individui, fino a coinvolgere milioni di persone, diventa ideologia. E allora son dolori per l’umanità. Ne abbiamo avute numerose prove storiche e non occorre dilungarci.

Quando le giustificazioni vengono cercate o inventate per mantenere un preciso stile di vita come, per esempio, l’abitudine a mangiare carne animale, si ha un disonesto atteggiamento offensivo nei confronti della verità e non si viene criticati per il semplice motivo che la stessa fallace idea è stata adottata da una moltitudine di altre persone vili e disoneste. In tal caso si deve parlare di superstizione e luogo comune, ampiamente diffusi nella maggioranza.

La menzogna si è propalata come un passaparola. E’ stata insegnata ai bambini dalle maestre. E’ stata trasmessa dal medico al proprio paziente. L’ha detta il sacerdote in chiesa durante l’omelia. L’hanno ripetuta decine di giornalisti nel corso dei telegiornali e, non ultimo per importanza, viene fatta circolare fra gli utenti del web. In poche parole, l’ignoranza e la menzogna spadroneggiano nelle menti e nei cuori della gente. Chi si oppone trova muri di gomma, menti obnubilate, razionalisti inferociti, mistici passivi e rassegnati, atei nichilisti, credenti ossequiosi e fiduciosi nella versione biblica. Il buon senso e l’evidenza svaniscono nel nulla. Le prove scientifiche vengono accusate di essere state manipolate. La Compassione e la capacità di mettersi in empatia con le vittime storiche della macellazione, non si sa nemmeno cosa siano. Il senso della giustizia viene offeso e umiliato, poiché per secoli gli uomini hanno mangiato carne animale e, per questo solo fatto, la cosa non può non essere corretta e sacrosanta.

A nessuno viene in mente (forse solo a Milan Kundera) che la Bibbia è stata scritta da uomini e non da mucche o maiali e che Dio è stato inventato per trovare la madre di tutte le giustificazioni, la scusa ultima, l’autorità esterna al povero meschino, ingenuo e confuso uomo; il principio ordinatore di tutte le cose, il capo supremo a cui mettere in bocca il permesso di macellare animali. Il Demiurgo consenziente. Così, alla fine, i rapporti di forza imperano ovunque, incontrastati.

Nessuno ci pensa perché qualcuno decise che non ci si doveva pensare. L’atteggiamento collettivo, adottato alla nascita da ciascuno di noi, l’idea dominante trovata già bell’e pronta, impostaci durante le ore di dottrina dalle suore e in seguito dagli altri pedagoghi, codificata nei secoli, non può essere messa in discussione in nome di una giustizia che vorrebbe mettere sullo stesso piano – orrore! – uomini e bestie. Idea balzana, questa, partorita da menti malate e sovversive.

Ecco che l’arroganza e la pertinacia montano a scanno – facendo sia puzza che danno – e indirizzano i loro strali contro i vegetariani accusandoli di ipocrisia nel momento in cui si nutrono di vegetali e solo di quelli, dimenticando colpevolmente che anche le piante soffrono e appellandosi – alcuni hanno la faccia tosta di farlo – a famosi scienziati che hanno “dimostrato” la capacità delle piante di percepire dolore. Che ipocriti questi animalisti! E se non dovesse bastare la prova scientifica della sofferenza dei vegetali, si può sempre obiettare che solo per il fatto che non sono in grado di urlare il loro dolore, non significa che le piante non lo provino quando vengono tagliate, abbattute e manipolate dalle mani rozze dei vegetariani. Non sarebbe quindi un problema delle piante che soffrono, poverine, come tutti gli esseri senzienti, ma di noi che non siamo capaci di coglierne i messaggi. Quanto sono più coerenti i carnivori che mangiano tranquillamente fettine, braciole e salsicce senza porsi tanti scrupoli bigotti! Quanto è più logico nutrirsi di tutto, in modo equilibrato e variato, come c’insegnano a scuola e come ribadiscono a ogni piè sospinto i dietologi, rifuggendo da fastidiosi estremismi.

E dunque, poiché siamo giunti fin qui mangiando carne, non si può tornare indietro. Se gli etologi hanno scoperto che anche gli animali soffrono, vorrà dire che troveremo altre giustificazioni. Se il Papa ha detto che anche gli animali hanno l’anima, vorrà dire che troveremo altre giustificazioni, pur di continuare a ingozzarci di cadaveri di animali. Cadaveri sì, ma gustosi e cucinati ad arte, emananti deliziosi profumini. Se gli animalisti, figli del benessere e dell’opulenza, insisteranno a perorare la causa del nostro cibo, di quello che è destinato a diventare nostro cibo, allevato con cura e amore, vorrà dire che scateneremo contro questi rompiscatole i nostri migliori cervelli, le nostre menti più illuminate, e combatteremo questa nuova eresia come in passato abbiamo combattuto le altre. Non ci faremo intimorire da quattro zoofili pervertiti e deliranti.

Urge dunque trovare soluzioni dato che, a quanto sembra, anche il nostro cibo – finché sgambetta, razzola e scalpita – ha l’anima e un sistema nervoso simile al nostro e per questa notizia dobbiamo ringraziare i fisiologi con i loro studi di anatomia comparata. Ché se studiavano qualcosa d’altro era meglio!

A chi rivolgerci, dunque? Dove guardare?

L’obiezione del cactus

Cleve Backster

Ma certo! Alle piante! E’ lapalissiano! Sono loro la chiave di volta di tutto il ragionamento. Esse ci forniranno la giustificazione per non dover rinunciare alle nostre collaudate abitudini alimentari. Che stupidi non averci pensato prima! Meno male che Cleve Backster ci ha messo una pezza. Se non ci fosse stato lui a quest’ora eravamo ancora lì a scervellarci per trovare una scappatoia. D’accordo, non era un vero scienziato ma solo un tecnico addetto al funzionamento della macchina della verità in servizio presso l’F.B.I. D’accordo, era il 1966, un periodo in cui andavano di moda i figli dei fiori con tutto un corollario (da corolla) di esoterismi mistico-induisti prodromi della New Age ancora da venire. Però i tempi erano maturi per porre un freno alla guerra del Vietnam e alla frenetica corsa ai consumi che andava tanto di moda. I tempi erano maturi, almeno in America, per un ripensamento della civiltà capitalistica e per una rivalutazione della magia (il satanismo andava alla grande) e dell’occulto. I libri di Ivan Illich andavano a ruba. Backster non solo mise gli elettrodi alla Dracena che aveva in ufficio, ma si spinse più in là e in presenza della pianta gettò dei gamberetti vivi nell’olio bollente. Disse di aver visto, in quel preciso istante, una reazione della pianta sul grafico dell’apparecchiatura. Idem con un pesce rosso, tolto dall’acqua e fatto morire asfissiato sempre per verificare la stessa reazione da parte della piantina. Non contento, ammise alla presenza della Dracena persone che avevano ucciso altre piante e piccoli animaliaffermando di registrare variazioni dello stato di quiete delle registrazioni. Il che implica che la sua piantina fosse dotata di poteri psichici extrasensoriali, poiché riusciva a riconoscere ciò che ai suoi “occhi” erano degli assassini e indicava pure che la pianta fosse dotata di memoria.

Incuriosito da tale testimonianza, un botanico vero, il dottor Galston, tentò di ripetere le prove di Backster in base al principio che la riproducibilità di un esperimento è condizione sine qua non per attestare la veridicità di un fenomeno. I risultati furono nulli, tanto che Galston avanzò l’ipotesi che le variazioni della macchina della verità, in concomitanza con eventi traumatici, fossero dovuti ad altre interferenze ambientali. Per non parlare dell’effetto Heisenberg che spiega come la presenza stessa dello sperimentatore implichi un’interferenza nei risultati dell’esperimento arrivando all’impossibilità di ottenere prove sicure. Il resto del mondo accademico, che io sappia, non ha mai preso in considerazione l’ipotesi che le piante potessero essere dotate di emozioni o addirittura di poteri psichici, al di là di fenomeni ampiamente studiati come l’eliotropismo (girasole), il fototropismo o il geotropismo, che sono movimenti di ricerca della luce e dell’umidità presente nel terreno. Al di là di una generica sensibilità come quella manifestata dalla mimosa, detta per l’appunto sensitiva, non si sono mai riscontrate prove certe della capacità di soffrire o provare emozioni da parte delle piante. Questo per il semplice motivo che non sono dotate di alcun sistema nervoso, nemmeno rudimentale.

Ma con Backster il dado era tratto. Ricercatori border line si gettarono sul succulento (vedansi piante succulente) bocconcino e ci fu anche un certo Pierre Paul Sauvin che disse di aver scoperto che la sua pianta, regolarmente dotata di sensori, aveva reagito emotivamente mentre lui faceva l’amore con la sua ragazza a un centinaio di chilometri di distanza, mostrando di avere doti telepatiche. Una pianta molto affezionata a quanto pare! A me sembra solo l’ennesima variazione sul tema del narcisismo di un singolo essere umano che, appartenendo alla ‘razza padrona’, si crede al centro dell’universo e non si accontenta dell’affetto di un cagnolino ma aspira ad avere anche quello delle piante. Addirittura ci fu il dottor Ken Hashimoto che si mise in testa di addestrare il suo cactus quindi, per comunicare con lui, lo collegò a un poligrafo. In questo modo l’uomo diceva di poter registrare la voce della pianta grassa e il suono che ne ricavò somigliava ad un acuto ronzio. Hashimoto e sua moglie, in base alle variazioni che riuscivano a percepire, erano in grado si sapere anche quando la pianta era allegra e alla fine del lungo esperimento affermarono di essere riusciti a insegnarle a contare fino a venti. A quell’epoca John Lilly tentava di comunicare con i delfini e non si era ancora spento il clamore a proposito dei cavalli pensanti di Elberfeld. Negli anni seguenti diversi psicologi insegnarono a comunicare ad alcuni scimpanzè tramite il linguaggio dei sordomuti, oppure mediante simboli, ottenendo lusinghieri risultati. Dunque, perché non provarci con un cactus?

L’obiezione del cactus

Ron Hubbard

Come ciliegia sulla torta, in quegli anni ebbe un certo successo anche Ron Hubbard, scrittore sregolato e istrionico, che ebbe modo di sollevare scandali a ripetizione. Di lui circola ancora una foto che lo ritrae mentre infila due elettrodi in un pomodoro. Se pensiamo che, oltre ad essere fondatore di Dianetics e successivamente di Scientology, era amico di Jack Parsons, dichiarato satanista, possiamo solo immaginare la serietà delle prove su cui i patiti della bistecca, che tanto si preoccupano dell’alimentazione ‘ipocrita’ dei vegetariani, basano la loro obiezione principe, l’obiezione del cactus.

Un accenno meritano anche i due sovietici Gunar e Puskin che si cimentarono nella stessa impresa di dimostrare la presenza dell’elemento psichico nelle piante, ma bisogna ammettere che all’epoca gli accademici russi sperimentavano anche i poteri della sensitiva Nina Kulagina e che se gli americani studiavano il modo di uccidere il nemico a distanza solo con la forza del pensiero, come mostrato nel film “L’uomo che fissa le capre”, gli scienziati russi non potevano essere da meno e si buttavano anche loro a caccia di fantasmi e altre esperienze extra sensoriali. Era la moda del momento.

Se con Galston la scienza ufficiale non era riuscita a riprodurre gli stessi risultati a cui Backster diceva di essere giunto, forse si stavano gettando le basi per la situazione attuale in cui abbiamo due schieramenti contrapposti: da una parte la scienza ufficiale mainstream, con tanto di CICAP, Piero Angela, la rivista Focus e un codazzo di disinformatori pagati detti debunkers, dall’altra una schiera variamente composita di ricercatori indipendenti, un po’ confusionari ma determinati a mettere tutto in discussione. Il che non sarebbe male, se non fosse che viene messo in discussione tutto ma proprio tutto, compresa l’evoluzione darwiniana.

Ma questo è un discorso a parte, parallelo, che interessa qui solo incidentalmente. Nel nostro caso, l’obiezione del… cactus viene avanzata sulla base di improbabili prove scientifiche da persone che non vogliono accettare di commettere ingiustizia nei confronti degli animali – mangiandoli – e prendono a pretesto la leggenda metropolitana della sofferenza delle piante. Una leggenda che si è ben radicata (da radice) nell’inconscio collettivo, nel pensiero dominante, ratificata da quelle tre puntate televisive di giallo fantascientifico del 1975, intitolate “La traccia verde” e da lì non intende schiodarsi. Non intende sentir ragioni, in base al principio che contro la forza ragion non vale! Perché è di questo che stiamo parlando: la forza bruta di una specie che si crede ancora padrona dell’intero universo e che con la propria arrogante cocciutaggine finirà per estinguersi, portando con sé nella caduta molte altre specie animali e vegetali. La famosa caduta degli angeli ribelli, con a capo Satana, è stata solo una prefigurazione della caduta prossima ventura dell’Homo sapiens e questo dovrebbe farci capire chi è, in realtà, Satana.

Siamo noi, Satana siamo noi. La sua Caduta è la nostra Caduta. La giustificazione teorica dei nostri crimini è il lubrificante con cui ci stiamo rovinando con le nostre mani. E’ l’anestetico con cui ci addormenteremo nel nulla eterno. Il tempo non è determinante. Non esiste un prima e un dopo. La Caduta di Satana non è già accaduta, ma accadrà in futuro. Anzi, sta già accadendo e noi neanche ce ne accorgiamo.

Speriamo se ne accorga almeno il cactus.


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