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La bussola d'oro

Creato il 13 gennaio 2012 da Pythia

Ieri pomeriggio Apollo mi chiede di andare a sentire un suo amico suonare con il suo gruppo in un pub, uno dei pochi che ancora organizza musica dal vivo. Accetto giusto perché il divano negli ultimi tempi è fin troppo attraente e prima o poi rischio di venirne fagocitata. Per una volta evito di vestirmi con la prima cosa che pesco nel cassetto e pur indossando i soliti jeans scelgo un maglioncino carino e le scarpe col tacco.
Quando arriviamo il locale è già pieno; Apollo mi porta a conoscere il suo amico, poi adocchiamo un paio di sedie libere e ci infiliamo tra due tavolini.
Comincia la musica, punk "tascabile" l'hanno definito, perché quella sera il gruppo mancava di un elemento e hanno suonato più acustico che elettrico. Già dopo la prima canzone mi sarei alzata urlando "Dammi una lametta che mi taglio le vene - ploloploploploploploplo", non per la musica in sé, che anzi mi è piaciuta assai, ma per i testi, di un deprimente, ma di un deprimente che se ci dai troppo retta finisce per davvero che ti spari.

Vedrai, avremo ancora un posto per noi, lo avremo
Sì...con i vermi

E via discorrendo...

Con il boccale di birra in mano, la musica, le luci, la gente intorno, ho avuto un'illuminazione. Anzi, no, un aborto di illuminazione, una maieutica a metà, di quelle che fanno più male perché ti smontano per bene, mostrandoti la Verità, ma non ti mettono sulla strada per cambiare, per capire.
"Ho perso la bussola" - "Mi sono proprio persa"
Una volta mi è stato detto che potrei fare qualsiasi cosa volessi, da biochimica ad ingegneria aerospaziale - credo perché sono una capatosta, quel che mi metto in testa di fare lo porto a termine, costi quel che costi. Ok, grazie, il punto è *cosa* voglio fare. Non è che non abbia le idee chiare, ma è come se avessi sempre bisogno di qualcuno che mi tenga per mano.
Forse è colpa di quella volta che a 5 anni mi sono persa in spiaggia, che trauma! Non riconoscevo più il posto dov'ero, anche se ormai ci passavo davanti due volte al giorno; non mi ritrovavo con i nomi dei bar degli stabilimenti, che già sapevo leggere; non mi ricordavo più il nome del nostro stabilimento né della pensione. Ero terrorizzata. Sono entrata in un bar a caso, in lacrime e singhiozzi. Una ragazza gentile mi ha consolata con un gelato e dopo un po' vedo entrare mamy con l'O.F. in passeggino. Già a due anni rompeva le scatole, ha voluto un gelato pure lui - ma sono io che mi sono persa, non tu!
Quel senso di disorientamento, di tragica solitudine, di straniamento, non mi ha mai abbandonata. È stato come se avessi dovuto comprendere, ben prima di tanti altri, che le cose che hai ti possono essere tolte, che oggi sei qui ma domani chissà. E anziché farmi più forte, più sicura (ce l'ho fatta, sono tornata da mamy e papy) (e O.F., va bene...) l'esperienza mi ha traumatizzata così tanto da farmi sentire sempre come su una barca in mezzo al mare, senza riferimenti, senza bussola. Così seguo la corrente, vedo dove mi porta, e anche se fin'ora non mi posso lamentare, ho comunque l'impressione di essermi persa.

Il colmo è che ieri sera sono stata bene come non mi capitava da secoli. Non che di solito stia male, ma soprattutto ai concerti mi sento distaccata, con un'ansia di andar via e che tutto finisca, che mi rovina la serata. Spesso mi pare di essere un'estranea in mezzo a gente sconosciuta, guardo gli altri e mi vedo fuori. Invece ieri ero tranquilla, mi sono goduta la musica come rare volte, con la mia birra in mano e i pensieri sciolti, niente sonno, anzi sarei rimasta ancora ore, magari a parlare con il mio nuovo mito, un fotografo giovane che usava una polaroid anni '60, di quelle professionali, che sembrava Weegee. Mi è sembrato di tornare agli anni dell'Accademia, non so bene perché. E in mezzo a questa tranquillità mi è saltato in mente questo pensiero, di essermi persa da qualche parte. Ho cominciato a chiedermi se ho preso le strade giuste, o se invece sarebbe stato meglio fare altre scelte. Se anziché specializzarmi in restauro avessi frequentato computer grafica. Se avessi continuato a dipingere nel mio modo, invece che cercare di imitare qualcun altro. Se mi fossi messa più in gioco al corso di fotografia.
So che con i se non si ottiene niente, eppure credo che lì, da qualche parte, in mezzo alle tante strade che ho imboccato scartandone altre, ci sia quello che sto cercando.
Forse avrei bisogno di un po' di isolamento totale - via telefono, via computer, via internet, via tv, via tutto - per vedere di cosa sento la mancanza, il bisogno più assoluto. Perché quando hai troppi stimoli finisce che combini poco o niente.

Sospeso in bilico
a che distanza sono da quello che vorrei?
[...]
Sai mi sembra tutto...
[...]
sospeso in bilico

Chiamate la neuro, ché è meglio.


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