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La cura

Da Bibolotty
La cura
Decise che quel taglio le stava bene solo dopo aver fissato su un lato, con una forcina decorata da minuscoli pesci e stelle marine, la frangia troppo lunga.
Sin da bambina aveva avuto la sensazione che quello specchio fosse troppo clemente con lei. Lì dentro, tra le decorazioni blu notte di ferro battuto e lacca, il suo viso era pieno, e gli occhi meno sproporzionati rispetto ai tratti minuti che si portava addosso e che le davano l’aspetto fragile di una porcellana.
Deciso che il rosso era proprio il colore ideale in una giornata così buia, prese dall’armadio cappotto e sciarpa e uscì nello smog cittadino.
Quando andava da lui, ogni mercoledì alle 11:00, cercava di farsi dare la mattina libera in modo da poter officiare, in santa pace, il rito magico che l’avrebbe aiutata a dare il meglio di sé. In verità la donna poteva dirsi a tutti gli effetti una sacerdotessa per quanti riti riusciva a mettere insieme in poche ore. Dal bagno bollente con peeling sino alla depilazione, dalle maschere di bellezza alla vestizione, ogni gesto aveva in sé qualcosa di sacro.
Lo vedeva da un paio d’anni. Per l’esattezza, e come da agenda su cui annotava compulsivamente appuntamenti, idee, ricette di cucina e di vita, i loro incontri erano iniziati diciotto mesi prima.
Di lui amava la voce, -il tono rassicurante, ma ancor di più quello severo-, lo sguardo comprensivo - troppo spesso crudele-, e che le rivolgeva ogni volta che lei proprio non riusciva trattenere il pianto; il che succedeva a ogni appuntamento, in un atto per lei liberatorio e per lui, forse, gratificante.
Ogni mercoledì faceva un passo in avanti verso la propria autonomia. D’altra parte la volontà ce la metteva proprio tutta assieme alla capacità di lasciarsi andare e di ripensare in seguito, e sino alla noia, alle parole intercorse tra loro, ai gesti trattenuti e a quelli liberati.
Anche lui imparava a conoscerla. Per la verità i suoi punti deboli sarebbero stati chiari a chiunque a colpo d’occhio. L’ombra incombente di un padre autoritario ben visibile nell’ansia da prestazione, un’esistenza iperattiva e l’incapacità di accettare le debolezze del sesso forte, che si esprimeva nel troncare le relazioni appena diventavano più impegnative, o l’irresistibile pulsione a tenere tutto sotto controllo, dall’alimentazione agli orgasmi.
Ma lui era stato uno dei pochi, se non l’unico, che fosse riuscito a sorprenderla.
Spesso la incalzava con frasi provocatorie e raffiche di domande che la lasciavano senza fiato, altre volte, invece, faceva sì che tra loro il tempo rimanesse muto, perché fosse lei a riempirlo di dubbi sensati e di risposte possibilmente sincere.
Voleva farlo da seduta.
Era stato così sin dal primo giorno, da quando lui le aveva domandato di scegliere.
Era meglio averlo di fronte in modo da poterlo guardare in faccia mentre si apriva a lui in un gesto di fiducia senza confini.
Anche l’uomo –di ciò era certa- preferiva guardarle bene le emozioni che le passavano sul viso piuttosto che intuirle dalla voce. Un’espressione serviva a capire se quella intrapresa fosse la più giusta, e poterla incoraggiare, qualora ce ne fosse stato bisogno, nei momenti più difficili.
Ma la cura vera e propria non consisteva in quel tempo brevissimo trascorso assieme e in cui lei si denudava completamente, e nemmeno si trovava nei dubbi che lui riusciva a instillarle a suon d’illazioni troppo spesso umilianti. La guarigione si trovava piuttosto nei chilometri che la donna percorreva a passo svelto da casa sua, un monolocale in via Panisperna, sino a San Saba, dove si trovava lo studio dell’uomo.
Era durante quel percorso, sempre uguale, che la donna evocava ricordi oscuri e pungenti. Succedeva durante le brevi fermate di rito, tra la Pietà a San Pietro in Vincoli e il Colosseo, che immaginava tutto ciò che lui le avrebbe fatto se avesse deciso d’incontrarla per un’altra ragione.
Era allora, ogni volta seduta sullo stesso gradino e con la stessa visuale, che lei s’immaginava intrappolata tra le grandi mani dell’uomo barbuto, indecisa tra la tortura del cavalletto, quella dello water o quella dei chicchi di riso.
Nella sua mente la prima scena si svolgeva sempre nella stessa maniera. Una sua soggettiva mentre citofona, sale con calma le due rampe di scale e suona il campanello. Solo dall’apertura della porta in poi, la sceneggiatura cambiava.
L’uomo nemmeno la saluta accompagnandola nel suo studio stringendole la nuca tra indice e pollice, la schiaffeggia, spingendola poi con tutte e cinque le dita puntate con forza tra le scapole, o la trascina dietro di sé come un sacco vuoto, tenendo saldi i suoi capelli tra le dita nodose. Ed era così che ogni volta cominciava spingendosi sempre un po’ più in là.
Quelle cose però, le immagini indecenti di se stessa che con espressione supplice si offriva a lui senza mezzi termini, a gambe divaricate o prona da qualche parte nel suo studio da psicanalista, non poteva proprio rivelargliele. Non mentre lui la faceva accomodare accompagnando il suo saluto con un caldo sorriso. Non mentre con le sue mani forti puntava la sveglia per sancire la fine della seduta. Non di certo a registratore acceso, mentre la guardava darsi da fare a sbrogliare i mille nodi della sua psiche. E nemmeno mentre lui la salutava a mano tesa, con il “ci vediamo mercoledì prossimo” di rito.

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