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La distopia in Hunger Games

Creato il 21 aprile 2012 da Alessandraz @RedazioneDiario

La distopia in Hunger Games

Pubblicato da Elena Bigoni Cari lettori,  come sapete presto sbarcherà in Italia il film-evento del momento: Hunger Games, il sbanca-botteghini americano tratto dal primo libro della trilogia The Hunger Games, nato dalla penna della scrittrice statunitense Suzanne CollinsGeneralmente non mi faccio trasportare dall’onda del fenomeno mediatico, specialmente se il libro è un young adult fantasy o urban fantasy. In passato ho preso tali cantonate che cerco ampiamente di starne alla larga ma, in questo caso, ho fatto un’eccezione, viste tra l’altro le recensioni entusiastiche in Rete. Amo molto le storie distopiche − in generale − e al cinema non disdegno affatto film ricchi di effetti speciali, con una trama ricca di azione; quindi era diventato un obbligo per me leggere il primo romanzo della trilogia. Una lettura che mi ha alquanto delusa, non tanto per il libro, che fondamentalmente si lascia leggere, ma per le riflessioni postume che mi hanno portato a ridimensionare le qualità intrinseche dell’opera oggetto di tanto fermento e che mi hanno portato ad osservare − anche con un certo disorientamento − tutti i giudizi fortemente favorevoli che ho riscontrato qua e là (su aNobii sono fioccate 5 stelle come se fosse la notte di San Lorenzo, per intenderci).
La distopia in Hunger Games Titolo: Hunger Games 
Autore: Suzanne Collins 
Casa Editrice: Mondadori 
Genere Fantasy distopico 
Pagine: 256 
Costo: 14,90 euro 
Data di pubblicazione: marzo 2012 
Trama Quando Katniss urla "Mi offro volontaria, mi offro volontaria come tributo!" sa di aver appena firmato la sua condanna a morte. È il giorno dell'estrazione dei partecipanti agli Hunger Games, un reality show organizzato ogni anno da Capitol City con una sola regola: uccidi o muori. Ognuno dei Distretti deve sorteggiare un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni che verrà gettato nell'Arena a combattere fino alla morte. Ne sopravvive uno solo, il più bravo, il più forte, ma anche quello che si conquista il pubblico, gli sponsor, l'audience. Katniss appartiene al Distretto 12, quello dei minatori, quello che gli Hunger Games li ha vinti solo due volte in 73 edizioni, e sa di aver poche possibilità di farcela. Ma si è offerta al posto di sua sorella minore e farà di tutto per tornare da lei. Da quando è nata ha lottato per vivere e lo farà anche questa volta. Nella sua squadra c'è anche Peeta, un ragazzo gentile che però non ha la stoffa per farcela. Lui è determinato a mantenere integri i propri sentimenti e dichiara davanti alle telecamere di essere innamorato di Katniss. Ma negli Hunger Games non esistono gli amici, non esistono gli affetti, non c'è spazio per l'amore. Bisogna saper scegliere e, soprattutto, per vincere bisogna saper perdere, rinunciare a tutto ciò che ti rende Uomo. 
RECENSIONE  Prima d’iniziare la recensione vorrei avvertire i lettori che saranno presenti degli spoilers. 
La distopia in Hunger GamesHunger Games è come uno snack che ti sgranocchi mentre stai leggendo un libro, lo divori perché pensi di averne voglia ma, una volta terminato, non lascia nessun ricordo perché sei impegnato a fare altroHo cominciato la lettura senza nessuna grossa aspettativa, ma stranamente mi ha trascinato fino alla parola fine facendomi fare persino le ore piccole. Il mattino dopo, però, il libro era già scomparso dai miei pensieri e questa cosa ha fatto scattare in me una strana molla: perché un libro che ho letteralmente divorato è stato spedito direttamente nel dimenticatoio? Se ci pensate è una cosa che lascia vagamente perplessi. A quel punto ho cominciato ad analizzare quali potessero essere le cause di questa débâcle del libro che − invece di spingermi alla forsennata ricerca del secondo volume La ragazza di fuoco, e alla spasmodica attesa del terzo − mi aveva allontanato dall’intera saga. 

Lo stile di Suzanne Collins è decisamente tranquillo, nessun picco espressivo degno di nota insomma. La trama è intrigante e delle atmosfere ben descritte, sebbene i personaggi e le loro azioni risultino privi di qualunque tipo di spessore. Ed è a questo punto che ho la prima illuminazione: il libro non coinvolge a nessun livello. La protagonista femminile, a ben vedere, è non solo egoista ma profondamente meschina. Il co-protagonista maschile − sebbene più interessante − risulta a lungo andare noioso e gli unici personaggi veramente degni di nota vengono solo accennati. Se in alcuni casi, Cenna nello specifico, la scelta è fatta chiaramente in visione dei capitoli successivi (non ho letto i capitoli successivi – se non alcune pagine del secondo per accertarmi di alcuni elementi −, ma non ci vuole un genio per capirlo), in altri casi come Rue, una degli altri giocatori dell’Hunger Games, non viene dato il giusto spazio o il giusto tratteggio. I personaggi vengono inseriti solo per puntualizzare quei pochi momenti di reale ribellione da parte della protagonista. Ed è su questo elemento che l’intera opera perde un qualunque valore letterario, per essere un mero intrattenimento privo di qualunque riflessione o forza espressiva, lontano quindi a molti elementi fondanti del genere distopico

Il genere distopico è caratterizzato da una forte impronta di denuncia verso la società e l’appiattimento di valori morali etici e spesso culturali in uso. Nel corso degli anni molti scrittori si sono cimentati in questo genere producendo delle opere dal grandissimo impatto sociale, emotivo e letterario. In esse gli scrittori hanno dato parola a quei meccanismi malsani presenti nelle società in cui vivevano creando dei veri mondi paralleli in cui l’individuo − irreggimentato e incatenato dalle rigide leggi delle dittatura − ha trovato un modo, più o meno violento, per recuperare la propria identità e il proprio valore. Ognuno di essi si presenta come un personaggio forte e carismatico che lotta contro se stesso, gli altri, e la società per non perdersi nel nulla; rimanendo passivo nei confronti nella propria vita che gli viene letteralmente imposta. Ognuno di questi scrittori − cito solo Bradury, Orwell, Takami, Dick, Burgess e King − creano un vero e proprio mondo distopico perfettamente inquadrato. Esso è descritto nei minimi dettagli. È un mondo in cui i protagonisti si muovono e con il tempo prendono consapevolezza della loro identità, del loro desiderio di ribellarsi e riappropriarsi del loro io, non solo nella loro intimità ma spesso anche di fronte alla società stessa. Un percorso, il loro, difficile tortuoso e a volte violento che spesso li vedrà perdenti. Il lettore, perciò, non potrà non sentirsi coinvolto nelle loro esperienze perché − in ognuno di esse − ritroviamo qualcosa di universale a cui tutti aspiriamo. 

La distopia in Hunger Games
In Hunger Games tutti questi elementi non sono presenti, o rimangono palesemente superficiali. A partire dal mondo creato dall’autrice − tratteggiato puramente per i fini delle storia, più che da un vero desiderio di analizzare le implicazioni che un certo tipo di società porta con se − la Collins fa una miscelanea di situazioni e scenari mai realmente legati tra di loro; un mix di primitivismo ipertecnologico dove il potere dittatoriale non viene mai del tutto specificato e le cui scelte molto spesso sono lasciate al caso più che ad un vero pensiero portante. 

Ancora più demoralizzante è la figura di Katniss, protagonista della vicenda, una 16enne che cerca semplicemente di sopravvivere e aiutare la propria famiglia di cui si sente completamente responsabile. Questo suo marcato senso della responsabilità la porta a compiere il massimo sacrificio: sostituirsi alla sorella per partecipare agli Hunger Games. Nulla di più elevato e altruistico se non fosse che per le restanti 200 pagine la nostra protagonista avrà come unico obbiettivo quello di salvarsi e tornare dalla famiglia per dimenticarsi completamente della sua partecipazione agli Hunger Games, diventando così una mera pedina passiva nello sviluppo della trama.

Escluso un paio di momenti in cui per un attimo la Collins ci fa intravedere un possibile scatto qualitativo, Katniss rimane metaforicamente inerme di fronte agli eventi che deve affrontare piegandosi ad essi con insospettabile nonchalance senza mai realmente mettere in dubbio o cercare una via di fuga dal mondo in cui è rinchiusa (penso al ruolo degli sponsor e dei doni). Nemmeno una volta viene sfiorata dall’idea che il suo altruistico gesto non è altro che un palliativo, visto che l’anno successivo la sorellina minore non sarà immune dalla possibilità di essere scelta per gli Hunger Games. 

Ciò che si presenta al lettore è una lettura semplicistica e banale, in cui non c’è alcun desiderio d’introspezione. Questo elemento si mostra in tutta la sua forza proprio nello svolgimento degli Hunger Games, nodo fondamentale dell’intera narrazione. Un gioco al massacro − come quello creato dalla Collins − implica un certo grado di violenza, di morte che non solo non affiora mai, ma che viene addirittura edulcorato. Se può essere comprensibile la scelta di non calcare la mano su scene sanguinose, visto il target di riferimento dell’opera (ma come sappiamo a volte ciò che non si dice fa più effetto di quello che si mostra), non è comprensibile e condivisibile la scelta dell’autrice di non aprire alcun tipo di riflessione sul ruolo che la violenza, l’assassinio, la morte ha sulla nostra protagonista e quindi sulla società in cui vive. 


La distopia in Hunger Games
Durante il corso della narrazione, Katniss non si presenta mai come un personaggio schiacciato dal peso della violenza che la circonda e che lei stessa commette, ma rimane chiuso nel suo piccolo mondo fatto di passiva sopravvivenza. Non sono presenti nel libro dei reali momenti di introspezione a nessun livello, elemento questo che in ultima analisi non permette un reale coinvolgimento del lettore nella storia aprendo delle possibili riflessioni di un certo spessore. Ho dato un’ occhiata per curiosità alle prime pagine del secondo capitolo e questa mia idea si è avvalorata leggendo i primi 4 capitoli. In me è nata la convinzione che nel corso della storia ciò che vedremo sarà una protagonista sempre più simbolo/fantoccio di un’ipotetica ribellione, in realtà portata avanti da altri più che una vera maturazione e consapevolezza della protagonista e del suo ruolo all’intero della società in cui vive. Più interessata a capire i suoi sentimenti nel triangolo amoroso − in cui si ritrova suo malgrado coinvolta − che proiettata verso la ricerca di un mondo diverso in cui crescere. Hunger Games è una lettura che senz’altro sa trascinare il lettore durante tutto il corso della lettura (su questo non ho alcun dubbio). Probabilmente il desiderio di leggere i libri successivi sarà decisamente elevato ma dal punto di vista umano, culturale ed emotivo non lascerà assolutamente nulla. The hunger games series 1. Hunger games (2009)  2. La ragazza di fuoco (2010)  3. Il canto della rivolta (15 maggio 2012) 
La distopia in Hunger Games
L’AUTRICE: 
Suzanne Collins è una nota autrice statunitense. La prima ispirazione per questo libro le è venuta dal mito del Labirinto del Minotauro, ma l'idea è si è fatta strada nella sua mente mentre faceva zapping tra le immagini dei reality show e quelle della guerra vera. Vive nel Connecticut con la sua famiglia e due gatti selvatici.

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