La distopia in Hunger Games
Pubblicato da Elena Bigoni Cari lettori, come sapete presto sbarcherà in Italia il film-evento del momento: Hunger Games, il sbanca-botteghini americano tratto dal primo libro della trilogia The Hunger Games, nato dalla penna della scrittrice statunitense Suzanne Collins. Generalmente non mi faccio trasportare dall’onda del fenomeno mediatico, specialmente se il libro è un young adult fantasy o urban fantasy. In passato ho preso tali cantonate che cerco ampiamente di starne alla larga ma, in questo caso, ho fatto un’eccezione, viste tra l’altro le recensioni entusiastiche in Rete. Amo molto le storie distopiche − in generale − e al cinema non disdegno affatto film ricchi di effetti speciali, con una trama ricca di azione; quindi era diventato un obbligo per me leggere il primo romanzo della trilogia. Una lettura che mi ha alquanto delusa, non tanto per il libro, che fondamentalmente si lascia leggere, ma per le riflessioni postume che mi hanno portato a ridimensionare le qualità intrinseche dell’opera oggetto di tanto fermento e che mi hanno portato ad osservare − anche con un certo disorientamento − tutti i giudizi fortemente favorevoli che ho riscontrato qua e là (su aNobii sono fioccate 5 stelle come se fosse la notte di San Lorenzo, per intenderci).
Autore: Suzanne Collins
Casa Editrice: Mondadori
Genere Fantasy distopico
Pagine: 256
Costo: 14,90 euro
Data di pubblicazione: marzo 2012
Trama Quando Katniss urla "Mi offro volontaria, mi offro volontaria come tributo!" sa di aver appena firmato la sua condanna a morte. È il giorno dell'estrazione dei partecipanti agli Hunger Games, un reality show organizzato ogni anno da Capitol City con una sola regola: uccidi o muori. Ognuno dei Distretti deve sorteggiare un ragazzo e una ragazza tra i 12 e i 18 anni che verrà gettato nell'Arena a combattere fino alla morte. Ne sopravvive uno solo, il più bravo, il più forte, ma anche quello che si conquista il pubblico, gli sponsor, l'audience. Katniss appartiene al Distretto 12, quello dei minatori, quello che gli Hunger Games li ha vinti solo due volte in 73 edizioni, e sa di aver poche possibilità di farcela. Ma si è offerta al posto di sua sorella minore e farà di tutto per tornare da lei. Da quando è nata ha lottato per vivere e lo farà anche questa volta. Nella sua squadra c'è anche Peeta, un ragazzo gentile che però non ha la stoffa per farcela. Lui è determinato a mantenere integri i propri sentimenti e dichiara davanti alle telecamere di essere innamorato di Katniss. Ma negli Hunger Games non esistono gli amici, non esistono gli affetti, non c'è spazio per l'amore. Bisogna saper scegliere e, soprattutto, per vincere bisogna saper perdere, rinunciare a tutto ciò che ti rende Uomo.
RECENSIONE Prima d’iniziare la recensione vorrei avvertire i lettori che saranno presenti degli spoilers.

Lo stile di Suzanne Collins è decisamente tranquillo, nessun picco espressivo degno di nota insomma. La trama è intrigante e delle atmosfere ben descritte, sebbene i personaggi e le loro azioni risultino privi di qualunque tipo di spessore. Ed è a questo punto che ho la prima illuminazione: il libro non coinvolge a nessun livello. La protagonista femminile, a ben vedere, è non solo egoista ma profondamente meschina. Il co-protagonista maschile − sebbene più interessante − risulta a lungo andare noioso e gli unici personaggi veramente degni di nota vengono solo accennati. Se in alcuni casi, Cenna nello specifico, la scelta è fatta chiaramente in visione dei capitoli successivi (non ho letto i capitoli successivi – se non alcune pagine del secondo per accertarmi di alcuni elementi −, ma non ci vuole un genio per capirlo), in altri casi come Rue, una degli altri giocatori dell’Hunger Games, non viene dato il giusto spazio o il giusto tratteggio. I personaggi vengono inseriti solo per puntualizzare quei pochi momenti di reale ribellione da parte della protagonista. Ed è su questo elemento che l’intera opera perde un qualunque valore letterario, per essere un mero intrattenimento privo di qualunque riflessione o forza espressiva, lontano quindi a molti elementi fondanti del genere distopico.
Il genere distopico è caratterizzato da una forte impronta di denuncia verso la società e l’appiattimento di valori morali etici e spesso culturali in uso. Nel corso degli anni molti scrittori si sono cimentati in questo genere producendo delle opere dal grandissimo impatto sociale, emotivo e letterario. In esse gli scrittori hanno dato parola a quei meccanismi malsani presenti nelle società in cui vivevano creando dei veri mondi paralleli in cui l’individuo − irreggimentato e incatenato dalle rigide leggi delle dittatura − ha trovato un modo, più o meno violento, per recuperare la propria identità e il proprio valore. Ognuno di essi si presenta come un personaggio forte e carismatico che lotta contro se stesso, gli altri, e la società per non perdersi nel nulla; rimanendo passivo nei confronti nella propria vita che gli viene letteralmente imposta. Ognuno di questi scrittori − cito solo Bradury, Orwell, Takami, Dick, Burgess e King − creano un vero e proprio mondo distopico perfettamente inquadrato. Esso è descritto nei minimi dettagli. È un mondo in cui i protagonisti si muovono e con il tempo prendono consapevolezza della loro identità, del loro desiderio di ribellarsi e riappropriarsi del loro io, non solo nella loro intimità ma spesso anche di fronte alla società stessa. Un percorso, il loro, difficile tortuoso e a volte violento che spesso li vedrà perdenti. Il lettore, perciò, non potrà non sentirsi coinvolto nelle loro esperienze perché − in ognuno di esse − ritroviamo qualcosa di universale a cui tutti aspiriamo.

Ancora più demoralizzante è la figura di Katniss, protagonista della vicenda, una 16enne che cerca semplicemente di sopravvivere e aiutare la propria famiglia di cui si sente completamente responsabile. Questo suo marcato senso della responsabilità la porta a compiere il massimo sacrificio: sostituirsi alla sorella per partecipare agli Hunger Games. Nulla di più elevato e altruistico se non fosse che per le restanti 200 pagine la nostra protagonista avrà come unico obbiettivo quello di salvarsi e tornare dalla famiglia per dimenticarsi completamente della sua partecipazione agli Hunger Games, diventando così una mera pedina passiva nello sviluppo della trama.
Escluso un paio di momenti in cui per un attimo la Collins ci fa intravedere un possibile scatto qualitativo, Katniss rimane metaforicamente inerme di fronte agli eventi che deve affrontare piegandosi ad essi con insospettabile nonchalance senza mai realmente mettere in dubbio o cercare una via di fuga dal mondo in cui è rinchiusa (penso al ruolo degli sponsor e dei doni). Nemmeno una volta viene sfiorata dall’idea che il suo altruistico gesto non è altro che un palliativo, visto che l’anno successivo la sorellina minore non sarà immune dalla possibilità di essere scelta per gli Hunger Games.Ciò che si presenta al lettore è una lettura semplicistica e banale, in cui non c’è alcun desiderio d’introspezione. Questo elemento si mostra in tutta la sua forza proprio nello svolgimento degli Hunger Games, nodo fondamentale dell’intera narrazione. Un gioco al massacro − come quello creato dalla Collins − implica un certo grado di violenza, di morte che non solo non affiora mai, ma che viene addirittura edulcorato. Se può essere comprensibile la scelta di non calcare la mano su scene sanguinose, visto il target di riferimento dell’opera (ma come sappiamo a volte ciò che non si dice fa più effetto di quello che si mostra), non è comprensibile e condivisibile la scelta dell’autrice di non aprire alcun tipo di riflessione sul ruolo che la violenza, l’assassinio, la morte ha sulla nostra protagonista e quindi sulla società in cui vive.


Suzanne Collins è una nota autrice statunitense. La prima ispirazione per questo libro le è venuta dal mito del Labirinto del Minotauro, ma l'idea è si è fatta strada nella sua mente mentre faceva zapping tra le immagini dei reality show e quelle della guerra vera. Vive nel Connecticut con la sua famiglia e due gatti selvatici.