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La forma partito nel III millennio.

Creato il 18 ottobre 2012 da Cristiana

Pippo Civati riporta una cosa detta da Barca, attualmente ministro (forse il migliore del Governo Monti), uno che in molti di noi vorrebbero sindaco a Roma. Barca dice:

«Non rimpiango la classe politica dell’ultima Prima Repubblica. Venti anni fa, con Tangentopoli, quei partiti si sono suicidati e si è attribuita alla forma-partito la responsabilità esclusiva del disastro. Ma dopo cosa abbiamo avuto? Da un lato il leaderismo in un partito che è stata un’organizzazione di selezionati, secondo i criteri gerarchici di un’azienda. Sul versante opposto, nel campo del centrosinistra, si è incespicato a lungo e alla fine si è concluso che il partito non esisteva più. Si è inseguito il modello americano. Il partito liquido, senza considerare che in una società dove tutto è liquido senza un qualche collante le fondamenta crollano. Oppure il cesarismo alla Blair che ha spezzato altri fili di democrazia: l’idea per cui i partiti servono solo a selezionare ogni cinque anni un premier e diciotto ministri e poi devono sparire…».

Barca viene dalla tradizione comunista, io la penso come lui: i partiti devono essere luoghi reali, non liquidi, non a tempo per selezionare e sparire. Ma, aggiungo, non devono essere nemmeno asfittici e chiusi come sono stati in questi venti anni.

Tra la liquidità americana e la solidità sovietica esiste una terza via, europea di partecipazione…oggi il PD è malato di sovietismo e affetto da americanismo…deve guarire da tutte e due le malattie e diventare un luogo permeabile, trasparente che non sia di proprietà di nessuno, ma sia davvero, un Bene Comune.


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