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La Giordania alle urne: una democrazia… che non vuole correre rischi

Creato il 03 gennaio 2013 da Bloglobal @bloglobal_opi

di Marta Ciranda

elections jordan
Nonostante gli appelli al boicottaggio e la richiesta di rinvio da parte della corrente locale della Fratellanza Musulmana (il Fronte di Azione Islamica), e sebbene per qualche tempo anche Re Abdallah sia apparso propenso a cedere a tali pressioni, il 23 di questo mese i Giordani saranno, a meno di colpi di scena, chiamati alle urne. Un evento, queste elezioni – verranno eletti i membri della Camera Bassa del Parlamento, il Majlis an-Nuwab – che può forse apparire irrilevante, schiacciata com’è, la Giordania, tra i Paesi che con essa confinano: di qua Siria e Iraq, in fiamme; di là Libano e Territori Palestinesi, in un equilibrio perennemente precario. Del resto, del Regno Hashemita si è poco parlato anche durante l’ondata di manifestazioni passata poi alla storia come “Primavera Araba”: niente proteste violente, niente rivoluzioni. Eppure, qualcosa “bolle in pentola” anche qui, nell’apparentemente placida, e di certo affascinante, terra di Petra e del Wadi Rum: le elezioni potrebbero essere un modo per sollevare il coperchio. E chissà che, più che di una pentola, non si tratti di un vaso di Pandora…

Un po’ di numeri – Ma andiamo per ordine. Iniziamo dai numeri, impressionanti per gli osservatori occidentali, abituati ai bipolarismi o ai quasi-tali: al termine del processo di registrazione, svoltosi nelle scorse settimane, ben 61 diversi partiti e liste hanno ricevuto accreditamento. Partiti e liste che hanno dato spazio a più di 1500 candidati: di questi, 824, di cui appena più del dieci per cento (88) donne, si contenderanno 27 dei 150 posti disponibili all’interno della Camera Bassa del Parlamento giordano (il Senato non è eletto ma nominato dal Re); gli altri 698 (tra i quali 196 donne), invece, saranno in lizza per occupare i restanti 123 posti, distribuiti su base locale. In un Paese poco popoloso come il Regno Hashemita, abitato, secondo le stime, da soli sei milioni e mezzo di persone, si tratta di numeri incredibilmente alti, che tuttavia, più che suggerire lo sviluppo di un autentico spirito di partecipazione democratica, indicano la volontà di singoli individui di accaparrarsi un posto in Parlamento e di portare le istanze di queste o quel clan, di questa o quella tribù. Non è quindi certamente un caso se più di un osservatore ha criticato la decisione delle autorità di permettere a nuovi partiti di registrarsi e, quindi, di concorrere alle elezioni. Non erano forse già sufficienti – si sono chiesti in molti – i trenta già esistenti? Non sarebbe stato meglio catalizzare l’attenzione su di essi e spingerli a sviluppare la propria leadership e i loro programmi? Con l’eccezione di due o tre partiti “tradizionali” (pan-arabisti, di ispirazione ba’athista e di sinistra), infatti, pochissime delle 61 liste ammesse riflettono un’idea politica o sembrano in grado di offrire un serio programma sociale ed economico, vitale in un momento come quello attuale, in cui la Giordania vede aggiungere ai consueti problemi anche la difficile gestione di decine di migliaia di arrivi dalla Siria.

Il punto di vista degli islamisti – Il Fronte di Azione Islamico non è nuovo a richieste di boicottaggio delle elezioni: già nel 2010 invitò al non voto, col risultato di permettere l’elezione di un Parlamento “copia carbone”, scrisse qualcuno, della Monarchia. Ma perché questi appelli? Il Fronte denuncia anzitutto la costruzione ad arte, a suo dire, di un meccanismo elettorale in grado di favorire le zone rurali a scapito di quelle urbane, dove risiedono percentuali maggiori di simpatizzanti del movimento (oltre che di giordani di origine palestinese). A poco è servito, lamentano i Fratelli Musulmani, che si sia riformata, lo scorso giugno, la legge elettorale: si è trattato, per loro, di un cambiamento solo “cosmetico”, mirante a tenere a bada gli animi e a evitare il dilagare delle proteste anche entro i confini del tutto sommato tranquillo Regno.

Del resto, le elezioni svoltesi di recente nella più grande università del Paese – l’“Università Giordana di Amman” – hanno mostrato che la tendenza in Giordania è tutt’altro che contro i movimenti politici di ispirazione islamica: alle ultime consultazioni universitarie, svoltesi proprio pochi giorni fa (il 27 dicembre), e alle quali hanno partecipato ben 18 mila studenti, infatti, essi hanno ottenuto ben 36 dei 94 seggi disponibili. Cosa, questa, che non fa altro che aumentare in loro la convinzione che, se il sistema elettorale fosse meno “di parte”, essi potrebbero avere maggiori possibilità di rivestire un ruolo importante anche a livello nazionale.

Questioni di nome… e questioni di genere – Tra i nuovi soggetti politici emersi in vista delle elezioni non è mancata qualche sorpresa. Si pensi al tentativo di far registrare una lista con il nome del defunto leader iracheno, un personaggio certamente controverso, ma amato da non pochi giordani. La lista “Saddam Hussein”, alla fine, non ha ricevuto l’avallo della Commissione Indipendente per le Elezioni, la quale ha fatto sapere, lo scorso 29 dicembre, di averla rimossa dall’elenco delle liste ammesse a partecipare alla competizione elettorale: formalmente a causa della dicitura “Saddam Hussein”, non giustificabile perché – si afferma – contiene il nome di un individuo (la Commissione ha vietato l’utilizzo di nomi di persone o di specifiche regioni allo scopo di scoraggiare lo sviluppo di faziosità locali o tribali); sostanzialmente, sembrerebbe, invece, per evitare di generare tensioni con l’Iraq e il Kuwait. In ogni caso, rimosso il nome tanto discusso, e sostituitolo con uno meno scomodo, ai candidati della lista è stato comunque permesso di presentarsi.

Ben più serie le questioni inerenti il coinvolgimento delle donne. Solo due liste, infatti, risultano essere guidate da donne; la maggior parte fatica persino a posizionarne qualcuna in cima. Sebbene esista un sistema di quote, quindi, è molto probabile che qualche cittadina giordana riesca a diventare parlamentare grazie ai 15 seggi riservati a livello locale, piuttosto che attraverso una competizione a livello di liste nazionali. Insomma, con ogni probabilità anche il nuovo Parlamento avrà una rappresentanza femminile tutt’altro che cospicua. Un’altra occasione perduta.

E il futuro? – Non è difficile prevedere che il nuovo Parlamento ricalchi il precedente, se i Fratelli Musulmani resteranno fermi nella loro decisione di boicottare il voto. E un Parlamento incapace di rinnovarsi non è certamente un bene: ecco perché, semplicemente, la protesta degli islamisti, e di chiunque chieda un rinnovamento autentico e non solo di facciata, non dovrebbe restare inascoltata.

Ha scritto di recente Re Abdallah, rivolgendosi ai giordani: “È la vostra partecipazione di cittadini a dare vita alla nostra democrazia”. Ma questa partecipazione, per essere reale, deve essere prerogativa di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna. E una democrazia, per essere tale, deve correre il “rischio” di dare voce a tutti. Senza escamotage elettorali – o presunti tali.

* Marta Ciranda è Dottoressa in Cooperazione internazionale e tutela dei diritti umani nel Mediterraneo e in Eurasia (Università di Bologna)


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