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La maggioranza inventa l’interruttore etico

Creato il 23 luglio 2013 da Albertocapece

omofobiaprotestaAnna Lombroso per il Simplicissimus

La commissione giustizia della Camera ha approvato con i voti di Pd, Pdl e Sel  il ddl che porta la firma dei deputati Pd Ivan Scalfarotto e Pdl Antonio Leone  e che introduce il reato di omofobia. I nodi aperti restano due: l’aggravante di omofobia, sostenuta dalla “maggioranza variabile” Pd-Sel-M5S, e la richiesta dei cattolici (con diverse sfumature tra Pd, Pdl e Sc) di una norma di garanzia che tuteli l’espressione del dissenso e della libertà di opinione in ambito teologico o didattico.

Su questi punti lo scontro è spostato in Aula. Dove i cattolici del Pdl, fortemente contrari alla legge, già annunciano che ripresenteranno la valanga di emendamenti non esaminata in commissione. Tutte circostanze che mettono in forte dubbio l’approvazione del testo entro l’estate.

Giuristi e “dirittologhi” hanno messo in guardia dai trabocchetti nascosti nel ddl: pene troppo lievi, dubbi sui reati d’opinione. Si doveva fare di più e meglio piuttosto che intervenire così debolmente sull’impalcatura della legge  Mancino, limitandosi  all’estensione della pena già prevista per chi incita a commettere o compie  atti di discriminazione, violenza o provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi, anche all’identità sessuale della vittima. Mentre non  aggiunge la fattispecie della discriminazione sessuale al dettato dell’articolo 1: «È vietata ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi».

Quando nel 2011 v il giorno dopo la celebrazione della giornata contro l´omofobia, la Commissione giustizia della Camera dei deputati bocciò la proposta di legge unificata che tentava di far riconoscere come reato specifico la violenza omofobica, a nessuno sfuggì l’aggravante dell’atteggiamento   di un Parlamento,  disposto all’indulgente tolleranza  sulle trasgressioni sessuali del potente di turno, omogenee ai più triti stereotipi del machismo eterosessuale,  indifferente invece alla sopraffazione nei confronti di chi è considerato non diverso, bensì deviante, ostile, pericoloso, apocalittico, in quanto omosessuale.

Non basta a spiegare questa attitudine l’ombra lunga e pervasiva della Chiesa, le sue interdizioni e scomuniche  contro  l’ omosessualità,  condannata   come una malattia forse contagiosa e come un pericolo,  altrettanto contaminante per la sopravvivenza della famiglia, senza alcun fondamento scientifico e in contrasto con il forte desiderio di formarsi una famiglia, di stabilire saldi e felici  rapporti di amore e solidarietà – di coppia, ma anche nei confronti di figli – testimoniato da molti e molte omosessuali. Ma l’anatema continuamente ripetuto della   Chiesa trova il suo humus di nutrimento nell’entusiasmo di molti, troppi politici bi partisan,  disposti ad assoggettarsi ai suoi comandi   nella speranza, spesso fondata, di riceverne in cambio legittimazione e sostegno.

Scalfarotto festeggia, pensando di aver portato a casa due successi: suggellare  un accordo, seppur parziale, con il centrodestra   e  avere portato a casa, dopo anni di tentativi, una prima, vera legge a tutela di gay, lesbiche e trans nel Paese più cattolico d’Europa, dove una legge che puniva   gesti, azioni, affermazioni perpetrati ai danni di minoranze, non tutelava proprio quella più colpita, se, come è accertato, i reati a sfondo omofobico sono di gran lunga i più numerosi.

È che anche lui si accontenta, come ormai sono tentati di fare in tanti, condizionati  da quella perversa legge del pragmatismo secondo la quale il meglio è nemico del bene e l’utopia e la speranza lo sono  del realismo, fingendo che i diritti possano essere somministrati a  porzioni più o meno munificamente e più o meno arbitrariamente e che si collochino in forma discrezionale secondo gerarchie, quelle della necessità, del bisogno o della prepotente “sensibilità etica”.

E dimentica la tracotante omofobia di regime, che magari fosse solo limitata alle esternazioni folkloristiche dei Giovanardi, dei predicatori che razzolano trans, dei pluridivorziati in odore di santità monogamica, dei sacerdoti del “meglio puttaniere che frocio”.  E che invece è un’indole alla sopraffazione dei deboli e all’emarginazione punitiva dei “diversi” e delle minoranze, sicché l ’omosessualità diventa una aggravante per le vittime e una attenuante per gli aggressori – un po’ come succede spesso alle donne oggetto di violenza sessuale, è  un istinto all’ipocrisia che innalza sempre di più la tolleranza di illegalità e trasgressione, purché siano limitate ed esercitate dagli appartenenti alle cerchie di governo e decisione,  è un’inclinazione a un universalismo di comodo che nega legittimità a chi non ubbidisce alle convenzioni della “normalità”,  quella loro, conformista, finta, crudele e incivile, che altro non è che una forma nemmeno troppo nascosta di razzismo, sempre pronta ad estendersi a anziani, disabili, rom, poveri, brutti, che non rispondono ai canoni   politicamente corretti del loro regime estetico e sociale, segnando il trionfo  illiberale di un fanatismo ideologico esercitato in nome della morale e della “natura”.

Non c’è nulla di naturale e nulla di morale nella loro “sensibilità etica” intermittente che toglie  cittadinanza  a specifici comportamenti, che rifiuta istituzionalmente la loro legittimazione, che estromette  dal   “consorzio civile”  chi non si annette, non si integra, non ne accetta supinamente le imposizioni che vogliono regolare arbitrariamente orientamenti, inclinazioni, desideri, aspettative di lavoro, di vita, di morte, d’amore.


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