di Gianpiera Mancusi
President Obama at 2011 AIPAC Policy Conference (White House)
Sono
molti gli israeliani che possono dirsi soddisfatti del discorso
tenuto dal presidente Obama dinanzi all'American Israel Public
Affairs Committee (AIPAC). Tra questi c'è di sicuro Benyamin
Netanyahu: il Premier israeliano, infatti, non ha tardato a
commentare positivamente l'intervento del Presidente americano. Non
solo perché Obama ha fatto menzione di due temi piuttosto cari ad
Israele: l'amicizia tra i due Stati, basata sulla condivisione di
valori fondamentali, e la sicurezza nazionale (un vero pallino per
uno Stato che sente costantemente minacciata la sua esistenza). Obama
ha di fatto posto fine all'equivoco nato intorno alle parole
pronunciate giovedì. «La mia posizione sui confini del '67 è stata
mal interpretata da molti. Ciò che io ho sostenuto significa che
Israele e Palestina negozieranno un confine diverso da quello che
esisteva il 4 giugno del 1967». Se avesse confermato la precedente
versione (ossia il ritorno ai confini pre-Guerra dei Sei Giorni)
Obama avrebbe davvero dato una svolta alla politica estera
americana.
Ma in America è già tempo di campagna elettorale e
l'appoggio della lobby ebraica diventa fondamentale per essere
rieletti. Possono, quindi, tirare un sospiro di sollievo i circa
300.000 mila coloni che vivono in Cisgiordania. Meno contenti i
Palestinesi: nessuna menzione del loro diritto a ritornare nei
territori dai quali furono scacciati a partire dal 1948. Il
Presidente ha poi criticato il recente accordo tra Hamas e Fatah,
definendo la prima un'organizzazione terroristica e riconoscendo
come unico interlocutore il governo di Ramallah.
Ma ciò
che è più importante, per lo stato d'Israele e per l'intera
comunità ebraica, è la volontà americana di non dare alcun seguito
qualora, durante la prossima Assemblea Generale, le autorità
dell'OPT (Occupied Palestinian Territories) proclamassero la
costituzione dello Stato palestinese (che comprenderebbe West Bank,
Gaza e Gerusalemme Est). Se messa ai voti, tale dichiarazione
passerebbe di sicuro, non solo per l'appoggio da parte di tutto il
mondo arabo, ma anche perché molti Paesi europei (tra cui la
Francia) hanno già preannunciato il loro assenso. Ma avere il
sostegno della superpotenza americana, si sa, conta più dei voti: e
questo Netanyahu lo sa bene. Sebbene gli Usa non abbiano potere di
veto in seno all'Assemblea (dove seggono tutti i rappresentanti degli
Stati membri dell'ONU), nei prossimi mesi la diplomazia americana
userà tutti gli strumenti diplomatici a disposizione per scongiurare
un tale "tsunami politico". D'altronde "nessun voto
alle Nazioni Unite potrà mai creare uno Stato Palestinese
indipendente". Alla faccia del cambiamento e della
democrazia.
* Gianpiera Mancusi è Dottoressa in Scienze Internazionali (Università di Siena)
