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La rivolta sociale

Creato il 28 gennaio 2012 da Veritaedemocrazia

Sono ormai evidenti i segni della rivolta sociale che sta esplodendo in Italia. Epilogo inevitabile per un Paese con un'economia che ormai da anni si trascina tra stagnazione, recessione e inesorabile declino, con una drammatica crisi finanziaria causata dalla speculazione internazionale e da un debito pubblico non più sostenibile, con lo stillicidio di manovre (di Berlusconi e Monti) che hanno falcidiato i redditi dei cittadini, con le disuguaglianze sociali che hanno raggiunto ormai livelli intollerabili, con il cancro dell'illegalità che si è radicato in tutti i settori della vita sociale, con una classe dirigente (non solo politica) inadeguata, incapace e corrotta. Servirebbe un 'progetto' paese come si afferma nell'ultima ricerca dell'Eurispes che riesca a restituire speranza, ottimismo e a dare un senso ai sacrifici e alle difficoltà che stiamo affrontando indicando la prospettiva della giustizia sociale, della lotta alla povertà e alla disoccupazione, di una riconversione e rinascita produttiva che sappia valorizzare e promuovere – dando da subito dei segnali positivi – competenze, creatività e lavoro, anche e soprattutto dei giovani. In sua assenza è inevitabile che esplodano e riesplodano le spinte secessionistiche e gli egoismi territoriali (la Padania, il rinascente separatismo siciliano e sardo) identificati come la soluzione ai problemi e le rivendicazioni e le proteste corporative e settoriali delle singole categorie.
L'aspetto peculiare di questa rivolta sociale è che essa non parte dei precari indignati, dai disoccupati, dai lavoratori espulsi dal processo produttivo, dai ceti subalterni e dagli esclusi ma dal popolo delle partite IVA: padroncini, artigiani, tassisti, camionisti, agricoltori, pastori, pescatori. Forse perché hanno visto la propria situazione peggiorare in modo più repentino rispetto a quella dei lavoratori dipendenti, messi in ginocchio dal calo degli ordini e dei consumi, dal ritardo nel pagamento da parte dei committenti privati e dello Stato, dalla stretta creditizia delle Banche, dall'aumento dei costi dei fattori produttivi e dell'imposizione tributaria, dall'aggressività di Equitalia nel reclamare il pagamento dei debiti fiscali e contributivi. Forse perché, in grado di bloccare gangli vitali dell'economia (i trasporti, i rifornimenti di prodotti alimentari, di benzina, di medicine), hanno una forza d'urto ed un potere contrattuale ben maggiore rispetto ai lavoratori dipendenti cui è possibile esclusivamente fermare una produzione industriale che comunque resterebbe invenduta nei magazzini. E tale forza d'urto e potere contrattuale quel popolo che ha costituito la fondamentale base elettorale di leghismo e berlusconismo e oggi si ritrova senza più i propri referenti politici al Governo sta usando senza moderazione e timidezze, per fare danni e creare disagi tangibili. Metodi di lotta  ben diversi dalle rituali e inutili manifestazioni di piazza, con annessi comizi e cortei, dei lavoratori dipendenti, condannati dai propri rappresentanti sindacali al torpore della moderazione salariale, della concertazione, del senso di responsabilità, della regolamentazione del diritto di sciopero, della subalternità alle scelte politiche della sinistra riformista e di Governo. Lavoratori dipendenti cui resta solo la possibilità di testimoniare il dramma delle propria condizione con gesti estremi quali l'occupazione delle fabbriche e salire su torri e gru. Ed è così che da trent'anni continuano a prendere schiaffoni, a cedere diritti e potere di acquisto, senza capacità di reagire. Di fronte a tutto questo, di fronte ad un Paese che non ce la fa più, appaiono ridicoli e offensivi gli appelli di Napolitano alla coesione nazionale, all'equità, per il lavoro e e la pretesa di Monti che gli italiani accettino la macelleria cui li sta sottoponendo in cambio solo della remota speranza di una ripresa economica tra qualche anno e degli ipotetici vantaggi di cui godranno le generazioni future. Quando si perde il lavoro o non si ha più speranza di trovarlo, quando si vede la propria impresa fallire e venir meno i risparmi di una vita bruciati dalla crisi e dalle cartelle di Equitalia non può consolare sapere che lo spread è calato di mezzo punto e che l'Italia gode di una nuova considerazione in Europa. E nel contempo forse bisogna riconoscere che quella struttura produttiva di aziende piccolissime, piccole e medie che sull'evasione fiscale e contributiva, sul 'nero', ha fondato larga parte del proprio successo e l'accumulazione di ricchezza (il famoso patrimonio privato italiano) è un modello che va profondamente e radicalmente riformato ora che la lotta all'evasione fiscale e al sommerso viene riconosciuta la via maestra per il risanamento dell'Italia e la condizione indispensabile per il raggiungimento di una condizione minima di giustizia sociale.

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