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La spedizione dei mille, le truffe, i massoni e la conquista sabauda

Creato il 10 novembre 2010 da Corradopenna
La spedizione dei mille, le truffe, i massoni e la conquista sabauda
RISORGIMENTO.   L’ALTRA VERITA’
tratto da www.veja.it ove potete leggere il resto dell'articolo ed altre storie consimili 
I Mille che partirono da Quarto erano il triplo (abbondante) dei 300  “giovani e forti che sono morti”  al seguito di Carlo Pisacane ma ugualmente male in arnese.  Non vinsero per la forza del loro spirito, non per la loro capacità di usare le armi, non per una strategia tattica sopraffina e nemmeno per l’audacia delle loro azioni.
Testimonianza di parte piemontese,  quella che ha vinto.  «Quando si vede un regno di sei milioni di abitanti e un’armata di 100mila uomini, vinto con la perdita di 8 morti e 18 storpiati…chi  vuol capire…capisca…..»  I numeri che Massimo d’Azeglio comunicò per lettera al nipote Emanuele erano approssimativi per difetto ma,  quali che fossero le esatte statistiche belliche, gli risultava chiara che una battaglia vera non c’era  stata.
SI RITIRARONO PER L’OROTestimonianza di parte borbonica,  quella che ha perso: «Scrivo perché mi sdegna vedere travisato  il vero».  Un affidale napoletano che restò a Messina durante i nove mesi d’assedio, poco dopo la fine delle ostilità, nel 1862, pubblicò un  diario di ricordi firmandosi,  prudentemente, con le sole iniziali: G.L.   « I napoletani si sono ritirati davanti a Garibaldi non per magia ma per l’oro.  E questo perché mille non possono batterne l00mila e uno non può batterne cento».
Apparve evidente – fin dall’ inizio e a chiunque – che esisteva una storia letteraria accreditata dall’intellighenzia – alla quale bisognava far mostra di credere – cui se ne contrapponeva un’altra che ribaltava completamente valori e giudizi ma che non era nelle condizioni di lambire le carte ufficiali per correggerne i contenuti più vistosamente retorici.
Come sarebbe finita la spedizione di Garibaldi era chiaro fin dal momento della partenza. Non lo sapeva la maggior parte degli uomini in camicia rossa.  Loro credevano di partecipare a un’azione di “commando”, destinata a suscitare una rivolta popolare.  Fra tutti, erano intellettualmente onesti – questo sì – perché pensavano che si trattasse di un’iniziativa pericolosa e mettevano in conto che avrebbe potuto anche finire male.  Però, chi riteneva che per un ideale valesse la pena rischiare qualche cosa,  si rendeva conto che quello era il momento di giocarsi tutto il coraggio che era rimasto.  Potevano anche  sembrare incoscienti, ma era, impossibile non riconoscergli le stimmate dei patrioti veri.
UN GRAN NUMERO DI MASSONIVi partecipò Giuseppe La Masa, 35 anni, veterano dell’ insurrezione del 1848-1849,  quando girava con un elmo d’argento e il pennacchio bianco.  C’era Gerolamo Bixio,  genovese, che tutti chiamavano “Nino” e che il Padreterno aveva dotato del cuore di un leone.  Durante la difesa della “Repubblica Romana”, aveva fatto prigioniero un ufficiale francese, rincorrendolo a cavallo e agguantandolo per i capelli.  Era un pezzo grosso della loggia massonica “Trionfo Ligure” dove era iscritto con tessera numero 105.  Si trovava in buona compagnia di “fratelli”.
C’era Francesco Crispi, avvocato con  studi in cospirazione. repubblicano inquieto con gli ideali roventi ma poi, sempre più conservatore, fino a diventare primo ministro (colonialista e un po’ forcaiolo)  con la monarchia.  Crispi s’era portato anche la quasi moglie Rosalie Montmasson: «Fiera savoiarda e disinteressata, piena di coraggio, ardita più di quanto in femmina possa accadere, dall’animo vivace, anzi, di fuoco, dalla parola pronta, nata alla libertà e all’indipendenza». Faceva la stiratrice, a Torino, ma sentiva la vocazione della rivoluzionaria.
C’era il sottotenente Giuseppe Bandi, che si era guadagnato un posto nell’esercito piemontese di Alessandria per aver partecipato all’insurrezione che portò il Granducato di Toscana ai Savoia. Allora, studente di giurisprudenza all’università di Pisa, portava il cappello “alla come mi pare” e scriveva versi taglienti di ispirazione foscoliana con i quali voleva dare fuoco alla dinastia di Leopoldo.  Non c’era Luigi Càroli: non per mancanza di coraggio ne perché ritenesse quell’impresa povera di gloria.  Si trattava – come dire? – di sensibilità.  Meglio saltare un giro, per quella volta. Assente giustificato.
La compagnia che, il 5 maggio 1860, si imbarcò a Quarto per scendere verso la Sicilia, poteva sembrare folkloristica: 150 avvocati, 100 medici, 20 farmacisti,  50 ingegneri. Sessanta vennero definiti “possidenti”  ma non fu possibile trovare un solo contadino.  Ovidio Sermone, fuoriuscito da Salerno, compariva come “prete”;  Luigi Gusmaroli come “ex prete”; Giuseppe Sirtori come “prete spretato”.  In Sicilia si aggiunse frate Giovanni Pantaleo.  Non era difficile morire in pace.


Fonte: srs di Lorenzo Del Bocca; da La Padania di sabato   17 ottobre  2009,  pag. 12 – 13 -14.

NB: Per quanto poca sia la simpatia del curatore di questo blog per il quotidiano in questione, questo articolo indica dei dati storici molto interessanti che permettono di comprendere meglio la questione della cosiddetta "unità d'Italia" (ovvero della conquista sabauda del resto d'Italia) di cui adesso si celebra la ricorrenza. 

Una conquista militare riuscita grazie anche a manovre occulte e ad una serie di guerre sanguinose quanto assurde, dalla guerra di Crimea (qualcuno forse ricorderà la politica delle "mani nette" di quel triste figuro di Cavour, ovvero il partecipare ad una guerra solo per acquisire uno status di nazione di un certo peso nelle realazioni diplomatiche) fino alla prima guerra mondiale, conflitto al quale l'Italia partecipò con la motivazione ufficiale della "liberazione" del lembo nord-orientale dello stivale ancora sotto dominazione austriaca. Pochi sanno però che l'Austria aveva intavolato trattative con lo stato italiano promettendo alcuni di quei territori in cambio della neutralità italiana.

Riporto qui dal sito brigantaggio una nota particolarmente rilevante sulla questione:

San Giovanni Bosco ebbe a dire che ".. qui in Piemonte, Cavour fu uno dei capi della massoneria" (1) Detto questo venrgono a cadere le doti di grande statista attribuite al primo ministro piemontese visto che tutta la politica savoiarda veniva decisa a Londra da Mr. Pike e da Lord Palmerston. Camillo Cavour, figlio di un Vicario di polizia piemontese, crebbe a Ginevra impregnandosi di mentalità calvinista e venne formato in Inghilterra dove aderì entusiasticamente al pensiero liberale che riservava alla Chiesa una funzione marginale, prettamente teorica, assoggettata completamente allo Stato. Li fu iniziato alla massoneria. Secondo l'Acacia Massonica del febbraio - marzo del 1949, a pag. 81 Camillo Cavour, ministro e Capo del governo Piemontese era l'ispiratore della massoneria nazionale e prendeva ordini da quella internazionale. 
La partecipazione savoiarda in Crimea a fianco di inglesi e francesi non era quindi un lungimirante intuito per sedere al fianco delle potenze europee, nel congresso di Parigi del 1856 per sollevare la questione romana ed italiana, come ci è stato inculcato a scuola. Questa strategia venne studiata nelle stanze segrete della Gran Loggia londinese. Anche Napoleone III, era affiliato a Roma alla Carboneria (2). Nell'Histoire Politique de la Franc Maçonnerie, dell'aprile 1958, a pag. 15 leggiamo: "...Il secondo impero... pratica la politica estera sostenuta dalle logge: sistematicamente antiaustriaco e perfidamente antipapale, esso sfocia nella distruzione degli Stati Pontifici. Non si dimentichi che Napoleone III era carbonaro e che l'attentato di Orsini gli ricordò un pò bruscamente il suo giuramento prima della campagna d'italia". 
1) Memorie biografiche di Don Giovanni Bosco a cura di Lemoyne-Amadei-Ceria, 19 Volumi, Torino 1898-1939; pag.313, vol. XI2) M. FERDINAND BAC, "Miroir de l'Histoire" n. 19 agosto 1951, pag. 61.
da: "I Savoia e il Massacro del Sud", Grandmelò, 1996.

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