Mattia Pascal apprende la notizia d’esser morto suicida, quindi da Montecarlo, dove ha vinto 82mila lire dell’epoca, non torna nel paese di Miragno, a quella vita dolorosa dalla quale è improvvisamente liberato.
Si sente immensamente libero, può inventare se stesso: e diventa appunto un “uomo inventato”, come si autodefinisce. Eppure quella sconfinata sensazione di libertà lo fa sentire al di fuori, al di sopra, oltre ogni convenzione sociale, ogni costruzione convenzionale dell’identità personale.
Che è l’identità? Un nome, un cognome, un volto, una storia da raccontare: un personaggio, nulla più.
Viaggiando in treno ascolta casualmente la conversazione fra due signori colti, molto accesa, sulla bruttezza di Gesù Cristo.
Uno dei due afferma che la tesi è di Camillo De Meis, che, anche se Pirandello non lo dice, esistette. Un rivoluzionario mazziniano del ’48, poi giunto al governo italiano con Francesco De Sanctis.
Romanzo di formazione? Non è il caso, anzi Pirandello si trova costretto a ironizzare sul genere. L’identità personale è un mosaico di contraddizioni, un racconto che neanche sta in piedi, e che chiunque può demolire. La vita stessa è dominata dalle macchine, che rendono più semplice l’organizzazione di una quotidianità vuota e insopportabile, come appare chiaramente allo sconsolato fu Mattia Pascal, ora auto-ribattezzatosi Adriano Meis.
Quel Meis è strappato a Camillo De Meis, nobile figura di studioso e politico, anch’egli rinato in una seconda vita arricchita dalla passione politica, oltre che dalla forte passione filosofica razionalistica. Un mazziniano impegnatosi nell’anno delle rivoluzioni, nel ’48! Quanta ironia e quanta delicatezza nell’atto con cui Pirandello soltanto nomina un’appassionata discussione filosofica ispirata al De Meis, accusato di positivismo dall’idealista Gentile. Adriano Meis ruba il cognome, ma solo un frammento, al nobile pensatore.
L’Italia già non è più la stessa. Eppure quella grande libertà Adriano Meis l’ha assaporata, ne ha goduto l’immensità tuttavia solo intimamente: non è riuscito né ha provato a comunicarla, non poteva farlo, la sua condizione sociale stessa, senza identità reale, glielo impedisce. Adriano Meis è solo un’invenzione cosciente, un uomo inesistente, senza vita sociale, che trova sbarrato l’accesso alla dimensione sociale dalla quale è composto. Si inventa infatti una storia da raccontare, un finto nonnino, una famiglia di fantasia.
E’ il mondo che, dopo le rivoluzioni tentate o riuscite, ha conosciuto la disillusione, il disincanto, la morte delle passioni cui sopravvive l’esercizio implacabile della ragione, ovvero la malattia mortale.
“Animula vagula blandula” è un verso dell’imperatore Adriano.