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La tela di Sant'Agata

Da Gabriele Damiani
Il Novecento letterario italiano, contrariamente a quanto credono gli spiriti semplici (tra i quali si distinguono – salvo errori ed omissioni, s’intende – i professorucoli di liceo, gli intellettualoidi provvisti contro natura di cattedre universitarie e, dulcis in fundo, i sedicenti critici letterari), ci ha lasciato una scia autoctona di giallisti di prim’ordine.I grandi nomi del giallo-noir italiano, anzi italianissimo, sono racchiusi in un elenco sì ristretto, però composto esclusivamente da scrittori di gran razza. Il capofila, in ordine di tempo, fu Augusto De Angelis, che con tecnica magistrale e prosa accattivante tracciò per primo il solco su campi dove i letterati di casa nostra si erano fin allora dimostrati incapaci di spargere semi e di raccogliere frutti.Ai libri di De Angelis si aggiunsero, negli anni successivi, opere firmate da autori che non solo sarebbe riduttivo, bensì falso, definire semplicemente “di genere”. E infatti fra i più bei noir di pretta marca italiana si annovera Il segreto di Luca, di Ignazio Silone, pubblicato nel 1956 (mi sembra già d’udire gli acuti lai degli spiriti semplici, che tuttavia smetterebbero subito di starnazzare se imparassero a leggere), cui seguiranno Il giorno della civettaA ciascuno il suo e Una storia semplicedi Leonardo Sciascia. Negli ultimissimi lustri, fortunati noi, i pionieri e i maestri dei decenni passati sono stati rimpiazzati da romanzieri come Carlo Lucarelli e il geniale Andrea Camilleri.E non soltanto, perché ve ne sono molti altri, e di uno di loro adesso vi parlerò.È, strictu sensu, una giallista, non un giallista, la qual cosa fa una certa differenza, checché ne pensino i succitati spiriti semplici. Ciò succede perché nessun uomo, per quanto abile scrittore sia, mein primis, avrà mai la capacità di tinteggiare i personaggi utilizzando quei garbati toni pastello con i quali Patrizia Morlacchi, squisita signora lombarda trapiantata da un quarto di secolo in Molise, ha soffuso i protagonisti del suo romanzo d’esordio, intitolato La tela di Sant’Agata (Pironti, 2005).Le vicende narrate, ambientate nel Salento, si aprono con il furto di un dipinto del pittore secentesco Orazio Riminaldi, avvenuto nella villa appartenuta a un celebre storico dell’arte, Alberigo Moro, defunto ormai da qualche anno, e si sviluppano in un intensificarsi di emozioni e delitti presenti e passati.L’investigatore, commissario molisano dal curioso nome dannunziano, vale a dire Eraldo Sparvieri – e non invece Ciccio Ingravallo, come a suo tempo l’ingegner Gadda, per il suo Pasticciaccio, seppe scegliere con obiettività millimetrica e sarcastico realismo – s’inoltra su terreni sempre più minati avvalendosi dell’appoggio di altri due simpatici eroi. Uno è la dottoressa Vera Cattaneo, fine e delicata esperta milanese di arti tessili, le cui sembianze celano senza dubbio l’alter ego dell’autrice. L’altro è un sanguigno soggetto ispirato a un nativo di Montenero di Bisaccia, che Patrizia Morlacchi non ha esitato a migliorare di gran lunga rispetto al modello originale, trasfigurandolo in un personaggio, l’avvocato Morcone, capace d’esprimersi in lingua italiana senza strafalcioni da matita rosso-blu.Trattandosi di un giallo, neppure mi azzardo a riassumerne la trama che, vi assicuro, seduce il lettore con risvolti e colpi di scena di sicura presa. Mi limiterò, al riguardo, a una schietta considerazione tecnica, come del resto ci si aspetta da uno del ramo quale il sottoscritto. E a tal proposito mi corre soprattutto l’obbligo di evidenziare come il plot non sia affatto di tipo elementare e schematico: delitto-investigazione-scoperta del colpevole. È invece strutturato “a catena”, i cui singoli anelli si legano l’uno all’altro in un crescendo criminoso che pone, alla fine, l’investigatore davanti a una scelta. Ossia, a un sacrificio investigativo.Non si pensi, ad ogni buon conto, che una struttura tanto originale sia sciupata dalla Morlacchi allo scopo puro e semplice di dimostrare la propria bravura, senza cioè porla al servizio dei temi morali affrontati nel romanzo. Tutt’altro. Le competenze tecniche sfoderate dall’autrice rappresentano soltanto lo strumento per offrire a noi lettori una piena testimonianza dell’amara realtà, politica e giudiziaria, dell’Italia d’oggi.E questo, signori, si chiama talento.

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