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La tenda rossa

Da Marcofre

C’è un film intitolato “La tenda rossa”. Narra della spedizione al Polo Nord del dirigibile Italia, comandato dal generale Umberto Nobile. Si risolse in una catastrofe perché il dirigibile si schiantò sulla banchisa polare, e l’esploratore norvegese Roald Amudsen morì nel tentativo di soccorrere i superstiti. Nel film, anni dopo il generale convoca i fantasmi delle persone che hanno avuto a che fare con la tragedia, e inscena un processo contro se stesso. Quello che mi interessa però è una delle scene conclusive.

Cos’è che ha spinto il generale Nobile a salire sull’aereo che lo condurrà al sicuro? Perché lo ha fatto? Un generale non dovrebbe essere l’ultimo ad abbandonare la nave, il dirigibile, la banchisa polare? Prima sempre e comunque i suoi uomini, o no?

 

“Avevo 50 buone ragioni per restare e 50 buone ragioni per andarmene”.

“No, avevi 50 buone ragioni per restare e 51 buone ragioni per andartene” lo corregge Amudsen.

 

E lo incalza, gli chiede di pensarci, di riflettere bene, perché dietro a tutto c’era un pensiero che lo ha spinto a salire sul piccolo aereo. Nobile parla invece della necessità di organizzare i soccorsi, di andare nella città vicina per spiegare come i soccorritori dovevano fare. Ormai nessuno immaginava che ci potessero essere ancora dei superstiti.
Infine lui ricorda, si stringe nelle spalle, dice: “Una sciocchezza”. Rivela:

 

“Sognavo un bagno caldo!”.

 

Ecco, la buona narrativa è sui bagni caldi che viene (anche) giudicata. Spesso un esordiente si farcisce la testa di propositi altisonanti. È persuaso di avere chissà quale missione, che ovviamente ha a che fare con il genere umano che sarà abbagliato dal suo estro e genio.
In realtà scrivere vuol dire soprattutto comunicare cose molto concrete perché i lettori sono esseri concreti, ed è quello che si aspettano. Diciamo che la “concretezza” è il terreno comune su cui si gioca.

Il generale Nobile è maledettamente convincente proprio quando afferma:

 

“Sognavo un bagno caldo!”

 

Quando viceversa dice:

 

“Pensavo ai miei uomini che riponevano ogni speranza in me. Pensavo ai soccorsi che sarebbero ripartiti immediatamente, perché c’era la prova che eravamo vivi. Pensavo a come organizzare i soccorsi”.

 

In fondo non ci sorprende. Parla come parlerebbe un ufficiale. È il suo ruolo che che lo spinge a dire quelle cose: ha visto solo l’Aeronautica militare nella sua vita, spesso non è lui che parla ma l’istituzione. Finché alla fine questa cede e Umberto appare per un attimo:

 

“Sognavo un bagno caldo!”

 

Non sono necessarie troppe parole (in un film poi, sarebbe deleterio). Nella narrativa ci sono troppi generali prigionieri di istituzioni, e nessun lettore ha voglia di appassionarsi a essi. È disposto a correre il rischio sono se l’autore è capace di rendere “palpabile” l’umanità dei personaggi. Altrimenti la storia e il suo autore, resteranno come intrappolati sulla banchisa polare. E nessuno muoverà un dito per andarli a vedere.


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