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La Valtellina del berlusconismo

Creato il 24 novembre 2010 da Casarrubea
La Valtellina del berlusconismo

storia d'Italia

Quando nell’aprile 1945 i fascisti decisero, con i loro più fidati gerarchi e ministri di Salò, di tentare l’ultima battaglia contro i partigiani e le forze del Cln in Valtellina, erano probabilmente consapevoli che quelli erano gli ultimi giorni della loro vita. Il duce ebbe il privilegio di avere dalla sua parte un’agguerrita pattuglia di fedelissimi, che in quel “ridotto” estremo dell’Italia, vollero dare esempio di come, sfegatati com’erano e senza altra via di scampo, potessero dare agli italiani l’ultima prova del loro coraggio, della loro capacità di morire. Fu, questo, il momento più drammatico e alto dell’intero regime durato vent’anni. Quasi una redenzione o l’espiazione di una grave colpa cronicizzatasi per vent’anni. Il momento di un disperato suicidio collettivo.

Non la stessa cosa possiamo dire dell’auspicabile uscita dalla scena politica italiana di Silvio Berlusconi che non ha avuto la possibilità di celebrare il suo quindicennio di governo come invece poterono fare Benito Mussolini, la sua compagna Claretta Petacci, e Alessandro Pavolini a conclusione del ventennio fascista. Quando ogni forma di opposizione poteva dirsi estinta e il ricambio al vecchio regime poteva essere assicurato solo dagli stessi fascisti. Un fascismo senza Mussolini.

Da qualche anno a questa parte nella destra si respira aria di disfatta. Non sappiamo come meglio definirla. Un senso di disfacimento, di insofferenza, di smarrimento della propria identità, o ricerca di un futuro possibile, a misura delle nuove esigenze, dei vecchi ideali smarriti. Tali sono, infatti, alcuni valori entrati in crisi da tempo: la Patria, lo Stato, la Nazione, l’italianità, il buon costume, il senso della misura delle cose, l’arte, la memoria e via dicendo. A rintracciarli, dentro il fare quotidiano dei partiti, si fa fatica da un pezzo, se non per spirito di parte, per un rimando retorico a una memoria che non si ha più, quando non si ha persino vergogna a richiamarla. A destra come a sinistra. E’ il sonno della ragione che genera mostri. Siamo nella fase rem di questo sonno  collettivo profondo.

Il torpore ha prodotto l’obnubilazione dei sensi e i dormienti, come sonnambuli, girovagano mettendo le mani avanti, per darsi un equilibrio, per una sorta di autoconservazione. Non hanno una direzione e i loro movimenti sono di piccolo cabotaggio. Tengono a vista la costa per approdarvi in caso di emergenza. Non abbiamo davanti una destra liberale, né tanto meno una dialettica positiva tra individui e Stato. Abbiamo uno Stato occupato e devastato, come dopo un bivacco di orde barbariche al tempo agonizzante della decadente civiltà romana del V° secolo dopo Cristo. Pale meccaniche tra cristalli e maioliche.

L’unico rimedio è che si ritirino in buon ordine trovando la strada migliore per fare il minor danno possibile. In assenza di queste orde, il cui centro è lo stomaco di ciascuno che le compone, non resta il vuoto, ma  l’incubo di un brutto sogno. Oggi la politica è surrogata dagli showmen, da qualche sparuto intellettuale che si muove tra generosità e incoscienza dentro la grancassa del mondo virtuale dove tutto si comprime come sotto una pressa, in un sistema da ecoimballaggi. Con proprietari che giocano a seconda dei ruoli che recitano. Recite che si confondono, si combinano, si invertono nel rumore di fondo del senso perduto delle cose e delle parole. Fino al gergo da cortile.

Accade un frastuono che bisogna ascoltare con orecchio addestrato. Non ci sono più né il direttore né l’orchestra. Il primo è sprofondato nella scorza del suo apparire, nella negazione del suo essere. La sua umanità si è ridotta a un programma edonistico-sensuale. L’orchestra è un insieme di strumenti che vanno per conto loro. Come suonati da fantasmi. E ciascuno, seguendo gli istinti del suo stomaco, va inseguendo solo la sua voracità.

L’autodifesa previene l’attacco e così dominano il tecnicismo retorico, la finzione, l’esaltazione del potere univoco, lo spirito di clan, l’orgia, il privato e la cialtroneria. E noi tutti nel mezzo, rintronati dalla bolgia infernale.

Giuseppe Casarrubea


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