Magazine Diario personale

La vie est ici nous écraser

Da Paride

Aspettando il giorno più freddo dell’anno per poi cedere alla Primavera, l’Estate arriva dopo, preferisco l’Autunno, più fraterno che amico, meglio l’Autunno, che le foglie cadano, che il vento le soffi pure via, che importa, con generosa impazienza, non aspettano che quello, i motivi vengono poi, per quelli c’è sempre tempo, per quelli, il tempo, non basta mai. Preferisco l’Autunno, l’Inverno è così freddo, l’Estate troppo calda, con le sue ambizioni, e la sua grinta, quando tutto finisce la nostalgia regna sovrana,e si avvinghia, e ci costringe in una morsa stretta, serrata c’attanaglia, per seguirci ovunque, cornuta e coccolona, come le gran donne di una volta, dalle quali i mariti fuggono, con le quali i figli invecchiano, per poi riscoprirsi giovani in un’età dove le articolazioni si fanno fragili, e il cuore debole. Quanto è triste tornare giovani senza essere mai stati adulti, trapassando la vecchiaia per tornare all’amore, o alla morte.
Non è del tempo che temo la stretta, come potrei!? Puoi forse tu toccarlo il tempo!? Puoi forse fabbricarlo!? O compatirlo!? Puoi tu dominarlo!? No, il tempo non è mio affare, del tempo non ho mai percepito la presenza, sono i ricordi quelli che fuggo, e il loro accatastarsi, come legna, a costruire una struttura piramidale, per poi generare fuoco, e fumo, in un euforico falò che nulla ha di felice. Quelle che vedi non sono lacrime, quello che senti non è il mio cuore, ne il suo battito, troppo debole per spegnerne l’incendio. E allora brucio, e che dunque bruci. Lontani i passanti ne vedranno le fiamme, nel dubbio tra lo scottarsi e il passar oltre, leveranno gli occhi, per un momento, alla fiamma, ma sarà il fumo a prenderli, passeranno oltre, come tutti del resto, tranne noi. Perché legarsi ai ricordi è come perdersi in mare aperto, nella nebbia, su di una zattera, senza remi o con che importa!? Cosa cambia!? Puoi tu sapere dove andrai!? Puoi tu puntare all’obbiettivo!? no, non è una storia quella che mi appresto a narrare, ma una ricca concatenazione di eventi nei quali il caos regna sovrano. Non c’è un lui, una lei, o un noi, ma solo foglie che cadono senza troppa resistenza e vento che va a spazzarle via. Adesso, potrete sentirvi foglie o vento, cosa cambia!? Per chi la differenza!? Di chi la vittoria!? Siete solo un flusso caotico nella testa di un folle, forzate pure la vista, inquadrate pure la scena, immortalatela se più v’aggrada, ma non vi troverete, ne troverete l’io narrante, perché a nessuno appartiene, di nessuno fa parte, eppure abbraccia tutti, e lo fa con sfigurato e smisurato amore, tanto da morire, per trovare in voi l’inizio, ed in lui …
la fine.
Avrei potuto amarvi, fermarvi, pilotarvi in un vicolo cieco, parcheggiarvi in un passo carraio ed aspettare, che qualcuno vi portasse via, e facesse pulizia nella mia sconclusionata strada; sarà il tempo si dirà un giorno, sarà stato lui, ma mi lascio al caos, mi butto dentro, in un pensiero, e resto li, senza neanche più il dolore o la tristezza, forse melanconia, forse le sue braccia al collo,o i suoi baci in fronte, ma non fatevi trarre in inganno, non scambiatelo per amore, è solo compensazione, affinità dell’io, che quel peso non a tutti abbraccia, a qualcuno stringe, ad altri stritola, e quelle labbra così tenere ed inoffensive, di quanti ne hanno morso il collo, per affondarne i denti nella giugulare.
Esangue, estenuato, come la prima volta che scioccamente feci per gioco all’amore, eppur mi illudevo che di quel respiro ne percepissi l’animo, o l’essenza. Mai ferito, eppure già ero li pronto a sanguinare, e a fingermi leso, come tutti del resto, e forse più.
Si torna vecchi ogni giorno per poi riscoprirsi coglioni. Chi senza motivo vive, senza motivo muore.
Preferisco l’autunno, che l’Estate troppo da, e troppo chiede, meglio l’autunno, pacato e quieto, più fragile dell’Inverno, più dolce della frizzantina e vivace primavera. Nell’inamovibilità di un caos mite, che del quieto fa aggettivo, che dell’estate sparge le ceneri, quasi a celebrare il ricordo ormai tardivo di un sole che troppo a fatto per non essere paragonato ad un solitario e malpagato Dio. Non ci son più, eppur ricordo, ed in quegli attimi seppur mi vedo con personalissimo tratto,  ormai constato la mia distanza da quelle notti, e forse più che un sono mi stimola un ero, ma anche di quest’ultimo inganno sento la paura. Possiamo andare o fuggire, ma ricordate, ovunque siate,piaccia o meno, la vita è li a schiacciarci, ed è per tutti così.


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