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Le buone storie hanno un odore

Da Marcofre

Dopo oltre tre settimane di attesa, ho acquistato “Se hai bisogno chiama” nell’edizione di Einaudi, invece di “Da dove sto chiamando” (editore Minimum Fax). Sapevo che c’era da attendere, però alla fine mi sembrava evidente che quell’edizione probabilmente non sarebbe più arrivata. Da qui, l’annullamento di quell’ordine e sotto con un altro!

L’autore poi è sempre lui, il buon Raymond Carver.

Il libro propone alcuni racconti rimasti nelle carte dello scrittore statunitense, ma di fatto finiti, e altri che invece erano stati pubblicati all’inizio della sua carriera su diverse riviste. Non ho ancora iniziato a leggerli, però c’è poco da fare. Il solo leggere il titolo, e l’introduzione della sua seconda moglie, Tess Gallagher, proietta il lettore (vale a dire: io) in quella dimensione.

Quando si comincia a frequentare un autore con assiduità, diventa difficile resistere al richiamo di un suo libro. Quello che si sta leggendo (“Qualcuno con cui correre” di David Grossman), rischia di essere superato e perciò messo in un angolo per un po’.

Ma se anche Grossman si rivelasse irresistibile? Vedremo.

Non è questo l’argomento del post di oggi. Parlavo prima del richiamo di un autore, l’odore che le sue storie emanano: perché le storie di un bravo autore profumano, vero?

La Londra di Charles Dickens, la Mosca di Tolstoj, la Parigi di Simenon o Zola, San Pietroburgo e Dostoevskij… E quando senti il profumo (a volte però può essere più un odore, un pessimo odore, ma che importa?) comprendi al volo di essere a casa. Di aver fatto ritorno dopo un viaggio più o meno lungo: leggi, leggi questo o quello, poi un bel giorno il braccio si stende, la mano abbranca qualcosa: ma guarda che sorpresa! Mi ritrovo a guardare la copertina de “Il sosia”. Oppure “Il pazzo di Bergerac”. E sono a casa.

Non si tratta di illusione, e chi lo pensa sbaglia di grosso. Nemmeno di miraggi o di un inizio di malattia mentale. È la buona narrativa, e basta. Il tabacco della pipa del commissario Maigret. La Londra dei sobborghi sudici, bui, di Dickens. Il freddo di San Pietroburgo e il tè dei samovar. Il profumo dei capelli delle contessine di Mosca, l’odore della Senna, l’alcol e le sigarette di Carver…

Difficile spiegare come si riesce a ottenere tutto questo. Non credo sia sufficiente conoscere bene quei luoghi, forse è necessario uno sforzo ulteriore: amarli. Magari odiarli pure, detestarli con forza e cordialità, eppure è necessario un poco di amore per quelle vie, le piazze e le minuscole stanze dove il protagonista patisce il freddo, la fame.

Se vuoi che i lettori si ricordino di te, devi creare dei personaggi memorabili, ma pure l’ambiente deve essere reale. Si parla di macchina narrativa non a caso, proprio perché si è alle prese con un insieme di elementi, parti e meccanismi, che quando sono messi in moto, devono produrre un viaggio. E deve essere capace inoltre di parlare ai sensi di chi legge, di imprimersi come uno schiaffo, mentre alcuni quando scrivono, si limitano allo spostamento d’aria di quello schiaffo, perché hanno paura.

Temono i lettori, e si buttano nelle braccia del successo, ed è da questo che dovrebbero stare alla larga.


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