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“Le due zittelle”: l’irriverente trattato teologico di T. Landolfi

Creato il 01 aprile 2014 da Annalina55

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Sat, 22 Mar 2014 20:42:04 GMT
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Tommaso Landolfi

Tommaso Landolfi

“Le due zittelle” è un racconto breve che trae in inganno sin dal titolo: non solo per la curiosa doppia t, ma anche perché il titolo non rispecchia in pieno quello che poi è lo sviluppo del racconto.
La doppia t è giustificata dallo stesso autore, Tommaso Landolfi, in una nota al testo, dove ammette di aver cercato, con questo escamotage, di spostare la semantica del nome verso il concetto di “zitta”, che è appunto il concetto chiave che caratterizza le due solitarie sorelle.

Landolfi ci presenta le due sorelle unitamente al contesto “polveroso” e nebbioso del paese in cui vivono: i primi due capitoli traggono in inganno su quello che poi sarà l’effetto argomento del libro.
Sì perché le due zittelle, Lilla e Nena,  offrono solo uno sfondo su cui prende vita un teatro molto più complesso: il silenzio esistenziale e anche fonico delle due (Landolfi ribadirà spesso i loro “versi”, fatti da brevi esclamazioni di sussulto) sono il tappeto su cui si muoveranno i veri protagonisti. Una “scimia” e due preti, uno anziano e uno giovane, oltre che la presenza-assenza della loro servitù, la cameriera Bellonia.

Landofi non giustifica il perché della scelta di scrivere “scimia” al posto di scimmia, afferma soltanto di scrivere zittelle con due anche per compensare quella mancanza:  lo scrittore, d’altronde, è stato uno dei maggiori sperimentatori della lingua nel romanzo del novecento. Giustificazioni linguistiche a parte, la scimmia che hanno in caso le due zittelle, è la vera protagonista della vicenda, la miccia che farà esplodere la trama, se di trama si può parlare. La scimmietta è un ricordo del loro fratello, partito per la guerra e morto in battaglia: quella scimmietta fu portata dal fratello al ritorno da una missione e da allora le due sorelle la avevano adottata, facendola vivere in una gabbietta.

A sconvolgere la quiete di quella casa, in cui fanno capolino soltanto pochi altri personaggi, che di tanto in tanto recano le loro visite alle sorelle, ci si mette un evento inaspettato. Vicino alla casa delle sorelle si trova un convento di suore: verrà fuori che la loro scimmietta ruba le ostie consacrate.
Le due zittelle sono convinte che non può essere la scimmietta la colpevole di quegli atti, ma nei giorni a seguire, arriva anche un’ altra suora, mandata dalla madre superiora, a segnalare che il furto sacro si era ancora una volta compiuto. Allora scattano le contromisure: le due zittelle , a turno, sorvegliano per due notti la scimmietta, ma non accade nulla. La terza sera, quando si erano ormai convinte dell’innocenza della bestiolina, accade l’evento: la scimmietta con una incredibile destrezza riesce a liberarsi dal collare e a forzare la serratura della gabbia, ad aprire la finestra e scappare tra i campi, fino a raggiungere il convento. Nenia  assiste alla scena, ma senza dare l’allarme: scruta quasi avidamente  i gesti della scimmietta, non avverte la sorella  per renderla testimone dell’eccezionale avvenimento, perché, giustificherà lei stessa “occorre una certa indulgenza con gli animali”.

In un’altra occasione, le due sorelle, non contente della prova raccolta, che effettivamente poteva essere non acnora schicciante, si recano anche al convento per controllare se effettivametne la scimmietta andasse in quel luogo: qui si assiste a un altro colpo di scena. La scimmietta non solo ruba le ostie, ma fa pipì sull’altare e “dice messa”, ovvero fa i consueti gesti che il parroco fa quando si benedicono le ostie e si alza il calice: insomma le due e la suora, che, acquattate spiano la curiosa bestiolina, convengono che stesse imitando qualcosa che avesse già visto.

Ormai le prove sono inconfutabili. Il problema è cosa fare con la scimmietta: un problema non da poco, che le due zittelle non sanno affrontare. Punirla? Lasciar passare? Abbandonarla? Così chiedono aiuto a don Alessio, giovane prete e a don Tostini, che invece è un anziano frate.
Da questo momento il racconto si trasforma in un trattato di filosofia-teologia: si scontrano due visioni contrapposte di Dio e della Chiesa, degli uomini, degli animali  e del peccato, da parte di don Alessio e don Tostini. Si arriva addirittura  ad affermazioni nietzschiane (“Dio è morto”, sembra leggersi in filigrana, da parte di don Alessio): d’altra parte don Tostini si sentirà male fisicamente nel sentire le affermazioni di don Alessio, al quale risponderà con una inequivocabile frase ma siete pazzi, cosa state discutendo sul libero arbitrio”, che rende l’idea dell’esplosività del dibattito che si consuma tra i due esponenti della chiesa.

Il dibattito vede don Alessio assumere  caratteri quasi demoniaci, il sacerdote  è costretto ad andare via dalla casa e con la conclusione che la scimmietta deve essere uccisa: conclusione a cui è giunto don Tostini, in virtù della sua visione cristiana del peccato, applicato agli animali.

La scena dell’uccisione  potrebbe collegarsi  ai frequenti fratricidi che accadevano nelle tragedie greche: Lilla, vedendo  il coltello trafiggere il corpo della povera bestia, si lascerà andare a questa esclamazione: “Per un attimo è stato come uccidere nostro fratello”. In effetti quella scimmia  rappresentava ormai  il loro fratello morto in battaglia: era diventata una sorta di reincarnazione, a cui le sorelle davano affetto e, appunto, indulgenza. Soltanto in quell’ atto estremo le due sorelle rinsaviscono e si rendono conto di cosa stavano facendo: il loro gesto non è stato spontaneo, ma indotto da don Tostini.

Il racconto si chiude con una panoramica, quasi cinematografica, con una inquadratura che dall’alto si restringe verso il basso, ed evidenzia i particolari del cimitero in cui erano state sepolte le due zittelle, operando un salto temporale non specificato e quasi ineffabile: si chiude così il cerchio della storia, aperto appunto con la presentazione delle due strane donne.

Tutto l’ irriverente racconto è pervaso da uno strisciante surrealismo: la scimmietta, i discorsi di don Alessio. Il momento dell’uccisione della scimmietta assume quasi i tratti di un rito pagano, di un sacrificio al dio per purificarsi dai peccati. Oltraggiosamente geniale.

Gli animali commettono peccato?Il dibattito teologico è aperto.


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