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Le mie letture – On writing di Stephen King

Creato il 03 giugno 2011 da Marcofre

Se intendete scrivere in totale onestà, i vostri giorni come membro della buona società sono comunque contati.

Non appena questo libro è tornato disponibile, l’ho acquistato. Di King in passato avevo letto “Misery” e “Dolores Clairbone” (niente titoli davvero truculenti quindi), e mi erano piaciuti. C’è mestiere, capacità di prendere per mano il lettore e condurlo lontano lontano (in realtà vicino vicino, a tu per tu con le paure più terribili).

Adesso questo sul mestiere di scrivere.

Perché acquistare libri del genere? Per vedere il dietro le quinte. Ci si può sedere al buio di un cinema e gustarsi la pellicola. Oltre a questo, si può decidere di saperne di più, e recarsi su un teatro di posa, per conoscere il lavoro dei fonici, dei truccatori, degli operatori delle luci, eccetera.

In questo libro King fa qualcosa del genere, compresa una parte dedicata all’incidente che quasi lo ammazzò, e una dedicata all’infanzia, al “come sono arrivato qui”. Il risultato che si ottiene (se si legge davvero), è la consapevolezza della fatica che occorre, e di come non esiste pianificazione, marketing, strategia alcuna per arrivare a ottenere certi risultati. Talento, e duro lavoro, nient’altro. È come scalare il Monte Bianco a mani nude: se qualcuno cammin facendo, si avvicinerà (non chiedetemi come), e ci fornirà corde, ganci, piccozze, zaino eccetera eccetera, probabilmente arriveremo in cima. Non è detto che accada.

Da King ci si aspetta per esempio, che abbia scientificamente deciso di diventare lo scrittore che sappiamo. A parte che nemmeno si ricorda di aver scritto “Cujo” (era strafatto di droghe). Niente di tutto questo. Talento e duro lavoro. Basta.

Quello che balza agli occhi è l’onestà che costui dimostra. Al di là dei consigli pratici (niente forme passive, l’avverbio è uno dei nemici di chi scrive), King preferisce indicare quali sono le motivazioni che ogni giorno lo spingono a sedersi davanti a un Mac, e scrivere ancora.

Non è detto che debbano essere le medesime anche per gli altri che si cimentano con la scrittura. Lo scopo è indurre l’aspirante scrittore a interrogarsi sul perché lo fa. In fondo, là fuori ci sono un milione di buone ragioni per NON scrivere. Una giornata di sole per esempio, ne contiene almeno 752.000.

Non solo sul perché. Anche sul metodo di lavoro, che come ciascuno sa, non è mai uguale per tutti. Si tratta di indicazioni che hanno il vantaggio di indicare, in un’epoca dove con un clic si pubblica tutto con facilità, la fatica della scrittura.

La figura di scrittore che ne esce è un po’ diversa da quella che siamo abituati a conoscere: che crediamo di conoscere. King viene considerato un caterpillar, uno che sforna capolavori a getto continuo.

La verità? Lui stesso giudica severamente alcuni suoi libri. Si intravede un uomo pervaso da dubbi, perplessità, che ha bisogno di lettori esterni (la moglie prima di tutto), di un editor (all’inizio ringrazia il suo, Chuck Verrill: quanti scrittori italiani lo fanno? Quanti sono disposti ad ammettere pubblicamente di aver bisogno di questa figura?).

Stephen King di oggi non è molto diverso dallo Stephen King degli esordi. Non è meraviglioso? La scrittura resta sempre un apprendistato, e anche se hai venduto milioni di copie e hai nella sede della casa editrice un paio di uffici a te dedicati (sto fantasticando, ma non credo nemmeno troppo), ogni volta che ricominci, sei un esordiente che devi re-imparare tutto.

“On writing” merita il posto accanto a “Nel territorio del diavolo” di Flannery O’Connor, oppure “Il mestiere di scrivere” di Raymond Carver. Non perché racchiudano segreti e strategie di marketing per il successo garantito. Al contrario, indicano come talento e fortuna siano spesso due compagni che non amano frequentarsi troppo. È terribile, ma è tutta la verità di cui uno scrittore esordiente ha bisogno.

On Writing. Traduzione di Tullio Dobner.


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