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Le raccomandazioni a proposito dell’incipit

Da Marcofre

“Nell’accingermi a descrivere i recenti e tanto strani avvenimenti, svoltisi nella nostra città, in cui finora non è mai accaduto nulla di speciale, sono costretto, per la mia inesperienza, a cominciare un po’ da lontano, e precisamente da certi particolari biografici sul molto rispettabile e dotato di talento Stepan Trofimovič Verchovenskij.”

 
Tanto per cambiare, ci troviamo a che fare con Dostoevskij. Questo è l’incipit del romanzo “I demoni”. Certo, è stato scritto in un periodo dove non c’era tutta questa attenzione per gli incipit come c’è adesso. Forse adesso un editor convincerebbe il buon Fedor a riscriverlo, chissà.

Basta fare un giro su Web per rendersi conto delle decine di “raccomandazioni” che si rivolgono a quanti vogliono scrivere. Il filo rosso che le unisce tutte recita, più o meno, “Cura l’incipit! Deve catturare il lettore!”. Tutto vero, però…

Succede sempre (sempre) di trovare opere anche recenti, che hanno un incipit che contraddice questa regola.
Non voglio dire che l’incipit debba essere ignorato o che non ci debba essere grande attenzione per questa parte della storia.

Ma da un pezzo esiste questa tendenza, a credere cioè che scrivere una storia voglia dire applicare una serie di formule.
E la prima di queste riguarda proprio il celeberrimo incipit.

Forse è ora di rilassarsi. Leggere, e prima ancora scrivere, dovrebbe essere un piacere. Non che la storia debba essere divertente, anzi. Però il lettore dovrebbe entrare nell’opera dello scrittore con la certezza di trovarsi alle prese con qualcosa di preciso e curato anche nei dettagli più minimi. Non deve essere perfetto, quello no.
L’incipit folgorante capita, succede, ma a volte no. Spesso interviene l’editor che convince l’autore a fare di meglio e questi, magari imprecando, accetta di riscriverlo.
Spesso, si finisce l’opera, la si rilegge per l’ennesima volta e allora ecco che si aggiungono all’inizio quelle due, tre righe che saranno l’incipit.

Occorre curare l’incipit, e non solo quello, si capisce. L’essenziale è comprendere che le regole che valgono per uno, spesso non valgono per un altro. E che le regole migliori sono quelle che indicano che cosa NON devi fare. Le altre, sono da prendere con le dovute cautele.

Siccome non siamo uguali, quello che vale per Tolstoj non vale per Sempronio.


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