Il 25 novembre abbiamo ricordato la GIORNATA INTERNAZIONALE della lotta alla VIOLENZA DI GENERE. E dopo pochi giorni, vediamo oltre 200 “like” per un post in una bacheca di Facebook che dice : ”Sei morta troia”. Scritto da un uomo che ha ucciso la ex moglie. Da notare che la maggior parte dei “like” risulta successiva alla notizia del femminicidio (che girava ovunque).
A che serve proclamare giornate di lotta alla violenza di genere? A che serve se poi vediamo dilagare un odio, una misoginia, una cultura della violenza, un implicito (o esplicito) incitamento al femminicidio? Like. Gente a cui piace la violenza o la minaccia di violenza o l’idea della violenza di genere.
L’ho detto e ridetto: c’è da lottare ogni giorno. L’ho detto e ridetto: non dobbiamo farne passare mezza. Perché lo schifo te lo ritrovi ogni giorno sotto il naso. E nessuna di noi, oggi, può permettersi di dire “non mi riguarda”.
La VIOLENZA DI GENERE riguarda tutte: dalla prima all’ultima, dalla più anziana alla più giovane, senza distinzione di etnia-cultura, di appartenenza politica, di titolo di studio, di professione-lavoro. Tutte. Ci riguarda tutte.
E non solo perché NESSUNA DI NOI E’ AL SICURO dalla violenza di genere (l’azione violenta capita in famiglia, capita per strada, capita ovunque), ma anche perché ciascuna di noi deve sentire l’OBBLIGO MORALE DI INTERVENIRE, aiutare, sostenere le altre donne in pericolo. Non importa essere psicologhe o operatrici di centri antiviolenza: certo, le professioniste fanno il loro lavoro e lo fanno bene. Ma qui si tratta, come DONNE, di dire “basta” nel quotidiano, ogni volta che vediamo o sospettiamo situazioni di violenza di genere. Dalla vita reale a quella virtuale (che è reale pure quella, molto reale).
L’OBBLIGO MORALE. Già, quello. Quello che deve farci ribollire il sangue quando vediamo o veniamo a sapere che una nostra sorella subisce VIOLENZA. E questo “ribollire il sangue” lo dobbiamo sentire tutte. Per forza. E’ un nostro dovere di esseri umani, donne, sorelle, madri, figlie, amiche. LE UNE PER LE ALTRE.
Sì, certo. So che ci vorrebbe una legge idonea sul femminicidio (e non quella attuale). So che servirebbe un’educazione e rieducazione dei generi. So che servirebbe un’evoluzione culturale. Ma nel frattempo? Crediamo che tutto questo si possa ottenere ora? Subito? Non è così. Non raccontiamoci favole.
E allora, nell’attesa che si fa? Cosa facciamo noi donne? Noi normalissime donne?
Abbiamo solo una possibilità: dobbiamo cercare di vivere, applicare, diffondere una CULTURA della NON VIOLENZA DI GENERE. Ciascuna di noi: con le proprie possibilità, con i propri mezzi, con le proprie capacità. Sì, almeno noi donne cerchiamo, una volta per tutte, di essere unite e combattere lo schifo dilagante della VIOLENZA DI GENERE e del FEMMINICIDIO.
Non facciamoci prendere dal timore di essere considerate bacchettone, femministe, rigide-frigide, rompipalle.
Interveniamo. Parliamo. Contrastiamo. Diciamo “no!”: anche di fronte a una sola frase. Certo, condannare-criticare una frase violenta non risolve la VIOLENZA DI GENERE, ma certo ne ostacola il cammino, l’evolversi, la capacità di contaminare e diffondersi. La violenza di genere è un male pericoloso, radicato e sempre più forte e presente: contrastarla è nostro diritto e dovere.
Poniamoci il problema di essere sempre in prima linea: perché questa, care donne, è una guerra e va combattuta con tutta la forza, la rabbia e la dignità che abbiamo in corpo.
LE UNE PER LE ALTRE. E’ l’unica ancora di salvezza.
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