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“Lettera da Roma”

Creato il 19 gennaio 2011 da Fabry2010

di Luigi Preziosi

da qui

Nella primavera del 1849 il tenente Iacopo Marchetti, volontario nei Bersaglieri lombardi, partecipa con il suo reparto alla difesa della Repubblica Romana. Poco prima dell’alba del 3 giugno, l’esercito francese sferra il suo attacco sul Gianicolo, e la battaglia si protrae per l’intera giornata tra la Porta san Pancrazio e i parchi di alcune ville poste oltre la cinta muraria della città, tra cui Villa Corsini, il Vascello, Villa Valentini, Villa Pamphili. Questa che segue è la parte finale della lettera che il tenente Marchetti scrisse al fratello quella stessa sera.

Roma, 3 giugno 1849
… Il silenzio del fuoco sia amico sia nemico prosegue ancora per qualche attimo, rotto solo dai lamenti e dalle imprecazioni dei feriti di ambo le parti che giacciono dispersi pei giardini; poi dalla nostra destra si ode lo squillo di una tromba. Mi volto, e credo che, per quanto vivrò, non dimenticherò mai quel ch’io vedo e quel ch’accade nei pochi minuti che seguono: uno squadrone di cavalleria risale in pieno galoppo il vialone dei bossi di accesso alla villa. E’ l’unico reparto di cavalleria della Legione italiana: i quaranta lancieri del Masina, impiegati in qualità di dragoni ed armati di moschetto. Viene su rapido, come se nulla al mondo ci sia di più facile, e silenzioso: s’ode solo lo zoccolio dei cavalli sulla ghiaia del viale. A mano a mano che si avvicinano, si possono distinguere pur confusamente i volti di quegli uomini, impassibili e come chiusi in una terribile concentrazione dell’animo, nello sforzo di fondere il proprio volere in un’unica volontà più grande, e nella consapevolezza di un compito decisivo per sé e per tutti quelli con cui combattono assegnato loro dal destino. Riconosco alla testa della carica il colonnello Masina, lo sguardo irrigidito su un punto remoto di fronte a sé, la bocca atteggiata a smorfia dolorosa. Ha il braccio sinistro al collo, per una ferita toccatagli qualche giorno fa, e con la mano che fuoriesce dalla fasciatura candida regge le redini: con la destra rotea sul capo la sciabola. A tre quarti del viale, scatta avanti il busto quasi ad abbracciare il collo del cavallo, e, abbassando la sciabola e puntandola in avanti, frantuma il silenzio sospeso sul giardino, urlando l’ordine: – Caricat! -
Nello stesso istante, un gruppo di francesi esce frettolosamente trepestando sulla balconata del secondo piano, e fa fuoco disordinatamente sugli italiani. Capisco che è giunto il nostro momento, e ordino alle prime due squadre più vicine a me di aprire il fuoco. I bersaglieri sparano tutti contemporaneamente, e ne sortisce una specie di raffica che incide di sbieco tutta la parte di facciata superiore alla balconata e fa indietreggiare i francesi ivi appostati.
Ma in un attimo da ogni finestra, balconata, pertugio o breccia spalancata nelle mura di Villa Corsini è tutto un riluccicare d’armi e nuvoleggiare di spari. Non per questo la carica ha un solo ondeggiamento, anzi pare ricavarne nuova energia. Volano i cavalleggeri di Masina sopra il basso muricciolo degli aranci, volano oltre masserizie sparse dai francesi a riparo di un’abbandonata postazione avanzata, il tiro francese si fa più fitto, una gragnuola di palle si scarica su di loro, uno due tre cavalieri s’accasciano sulla sella, un cavallo stramazza in rovinosa caduta schiacciando il cavaliere, è tutto un rintronare di spari, un inseguirsi di urla, e la carica prosegue, è sotto la scalinata e cozza per la prima volta contro la linea di fanti nemici che viene rotta usando i moschetti imbaionettati come lance, la breve mischia non imbriglia che per un attimo l’impeto ed ecco il Masina che, dopo essersi voltato come a contare i suoi, dando di sprone imbocca risoluto la scalinata, ondeggiando la sciabola su alcuni francesi in fuga, e la carica irrefrenabile ed infrenata prosegue su per gli scalini. A metà della scalinata, il cavallo del colonnello pencola, sbalza su un fianco e poi s’impenna, ed è subito sopravanzato dagli altri che lo seguono, il cavaliere s’affloscia sull’arcione, scivolando, la sciabola ancora protesa in avanti, verso il collo dell’animale. La balaustra m’impedisce di vederlo accasciarsi al suolo.
Ed ecco altre trombe s’odono e su per il viale dei bossi e per i giardini adiacenti si slancia a passo di carica la legione italiana, preceduta dal suo drappo nero dei reparti d’assalto, con i suoi ufficiali in sgargianti camicie rosse. Davanti a tutti, su un cavallo bianco, il generale. Ed accanto sul lato destro, il colonnello Manara guida l’assalto del primo battaglione bersaglieri, che procedono di corsa, come a voler sopravanzare i garibaldini in una gara di ardimento nobile quanto assurda, i piumetti al vento e le baionette puntate.
Non ho dubbi: adesso o mai più. Sguaino la sciabola e urlo anch’io, per la prima e forse ultima volta della mia vita: – Carica! – in un grido che non vuole finire mai, con voce che certo non è la mia. Scattiamo come un sol uomo verso la scalinata, correndo tra statue e cespugli, scavalcando siepi e macerie, saltiamo gli scalini a due a due, evitando voragini e feriti abbandonati ai loro lamenti e siamo sulla terrazza quasi insieme alle prime camicie rosse. Le tempie mi rimbombano come tamburi, avverto gli occhi spalancarmisi come non mai nell’ansia tremenda di tutto vedere, di prevenire ogni offesa, che da ogni lato sento può giungere, il fiato è grosso, ma le forze mi si moltiplicano ed ogni senso mi pare ingigantito e mai come ora mi pare di essere dentro, al centro di tutte le sensazioni possibili di un’intera esistenza, nel cuore pulsante della vita.
Entriamo nelle stanze della villa, ed è una fiumana, più che una carica. La fucileria è, per qualche interminabile minuto che mi sembra non finire mai, intensissima e rimbomba paurosamente sotto le volte. Poi si passa all’orrore del corpo a corpo, ma quando ci sei non desideri altro che vivere e respirare ancora e sorridere di nuovo e sei disposto a tutto per farlo: baionette trapassano petti un attimo prima ferocemente urlanti, penetrano e sventrano corpi in atroci rigurgiti di sangue che fiotta su giubbe e buffetterie di chi s’accascia e di chi colpisce. Io stesso tocco di punta con tutta la forza possibile il braccio di un ulano francese che mi brandisce addosso il fucile animato dalla daga: fugge urlando gettandolo a terra. Il cozzo è tremendo ed il frastuono indescrivibile: qualche sparo isolato ed urla senza significato ed imprecazioni e bestemmie e: – Avanti, avanti – e un isolato ma fortissimo – Viva l’Italia – ancora.
E lo sforzo supremo, il tentativo estremo di una piccola armata, povera di armi, di uomini e cavalli, senza mezzi, disprezzata come improvvisata e raccogliticcia alla fine riesce! Il francese ripiega e tenta lo sganciamento dal violentissimo corpo a corpo in cui si trova aggrovigliato: usciamo correndo dalla parte della villa opposta a quella in cui siamo entrati e siamo ancora ad incalzarli alla baionetta ed alla punta di spada, quasi preda di inusitata foga omicida. Sono i comandanti nostri a frenarci, ad impedire insensate avanzate in terreno scoperto verso la Villa Pamphili. Il generale Garibaldi instancabile percorre a cavallo l’intera fronte, facendo vorticare la sciabola insanguinata, per fermare l’attacco e iniziare subito i preparativi per la difesa dall’immancabile contrattacco. Mi presento al colonnello Manara al quale riferisco dell’azione del mio plotone. Veniamo aggregati alla prima compagnia, e fatico non poco a radunare gli uomini, che nell’ultima carica si erano sparpagliati su tutta la fronte nord del nostro schieramento. Il bersagliere Palmiotti e il furiere Doglio mancano all’appello. Ronco mi guarda, scuote la testa e non dice niente. Poveri fratelli nostri a cui il fato negò anche solo di poter continuare a sperare in un’Italia una e libera! Li conoscevo da poco, essendosi aggregati al mio plotone solo qualche giorno fa, eppure mai potrò scordare il loro viso acceso di entusiasmo quando ci radunammo ansanti dopo la prima carica. Quanta pena per loro, corsi incontro alla morte in un luogo così lontano dalle loro case e dai loro affetti più cari per rispondere alla chiamata del più sacro degli ideali!
Ma non c’è tempo per cercarne le povere spoglie, disperse certo tra i ruderi della Villa. Con un groppo in gola, ci attestiamo secondo gli ordini dietro ad un gruppo di arbusti, sdraiati a terra, a cercarvi precario riparo. Davanti a noi, larghi prati in leggera pendenza, illuminati dal sole tiepido del tardo meriggio romano, intervallati da boschetti di pini marittimi. Più lontano una forra boscosa e poi Villa Pamphili. Ed è di là che si indovina, prima ancora di udirlo distintamente, un cupo rumoreggiare. Ci guardiamo, senza capire. Poi a Ronco sfugge una bestemmia. Su dalla strada che aggira la forra escono dal bosco, preceduti ciascuno da una fila di tamburi, in perfetto ordine di battaglia i reggimenti del generale Oudinot, e risalgono per i prati, fra i pini che gettano le loro ombre lunghe nella luce vanente del giorno.
Resistemmo, Enrico mio, oh sì che resistemmo! Ma il loro numero aumentava sempre, continuavano ad avvicinarsi, e noi in breve esaurimmo i residui colpi disponibili. La posizione non era più difendibile se non con altri corpo a corpo, ma i francesi gettavano nella mischia tutte le loro riserve, e la sproporzione era eccessiva. Venne l’ordine di ritirarsi ordinatamente: non dimenticherò il – No! – detto come in un gemito disperato da un bersagliere quando lo udì. Sgombrammo la Villa sparando tutti gli ultimi colpi. Ripiegammo sul lato opposto a quello che da cui avevamo attaccato la mattina, ed in breve fummo dentro il Vascello. Il generale, scuro in viso, fu l’ultimo a varcare la soglia della villa: il colonnello Manara sbarrò il portone dietro di lui.
Sono qui da qualche ora ormai, e solo adesso, per averli riordinati come potevo sulla carta, i fatti di cui sono stato testimone o protagonista incominciano a parermi davvero vissuti. Per quanti anni la Provvidenza mi riservi, nessuna giornata sarà mai più densa di accadimenti di questa, ma questo non credo avvenga solo per la mia individuale esperienza. La giornata di oggi resterà nella memoria di un popolo che vuol diventare nazione, e certo fra cinquanta, cento o centocinquant’anni la nazione unita che l’Italia sarà ricorderà questi eventi tragici e grandiosi come l’inizio del proprio riscatto.
Ti farò giungere questa mia nel modo che sai, e cercherò di scrivere ogni volta che mi sarà possibile. Compiegata a questa lettera ce n’è una per nostra madre, che ti prego di farle avere senza far cenno a questa, che mi par contenga brani che la getterebbero in ambasce ancor maggiori di quelle in cui già si trova. Sta sereno e non preoccuparti – non troppo almeno! – per me, che come vedi riesco a scapolarla. Tieni allegra la mamma, e dille che presto tornerò. E se mai no’l dovessi, abbine cura, e, nei momenti in cui sarà più cupo il vivere, confortala con il pensiero della nostra causa santa.
Addio.
Ti abbraccio mille volte e sono
tuo fratello Iacopo.

(*) Il racconto è una fedele ricostruzione della giornata del 3 giugno 1849, dal punto di vista di un ufficiale del secondo battaglione Bersaglieri lombardi, quale risulta dalle testimonianze di alcuni memorialisti risorgimentali. Sono stati in particolare consultati: “I Lombardi alle guerre italiane: 1848 – 1849” di Caloandro Baroni, “Giornale delle cose di Roma nel 1849” di Gustav von Hoefstetter, “Garibaldi e la difesa della Repubblica Romana” di George Macauley Trevelyan, “Volontari e bersaglieri lombardi” di Emilio Dandolo.



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