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LMBR presenta...D'AMORE E DI VENTURA di Elisabetta Bricca - con un'intervista all'autrice

Creato il 05 luglio 2010 da Francy
E' un'amica del nostro blog e una delle scrittrici romance italiane rivelazione LMBR presenta...D'AMORE  E DI VENTURA di Elisabetta Bricca - con un'intervista all'autricedegli ultimi tempi. Ha esordito nel 2009 con un romanzo ambientato fra l'Irlanda,l'Inghilterra e la Francia del XVII secolo, Sangue Ribelle, che ne ha messo in luce le doti narrative, e ritorna ad agosto con una storia tutta italiana ( evviva!), la cui trama, ma soprattutto il cui protagonista, già da mesi sta creando curiosità e attesa tra le lettrici romance sul web.
Lei è Elisabetta Bricca e il suo nuovo romanzo, che uscirà nella collana Grandi Romanzi Storici della Harlequin, si intitola D'AMORE E DI VENTURA
LA STORIA
Italia, 1438.
Cesare Mocenigo
è un capitano di ventura, nobile, scaltro e affascinante come un angelo nero. Viola Ripamonti Sforza è la bellissima e coraggiosa nipote del suo peggior nemico. Eppure, benché il dolore lo abbia reso un uomo tormentato e pericoloso, quando la incontra Cesare comprende di avere ancora un'anima. E insieme a lei, sullo sfondo dell'aspra guerra tra Venezia e Milano, tra le battaglie, gli intrighi e lo splendore del Rinascimento, sarà protagonista di una struggente storia di passione e redenzione, in una lenta risalita verso la luce durante la quale tutto può accadere, se a comandare è il cuore.
In attesa di poter avere presto il libro fra le mani (e che bella copertina una volta tanto!) , abbiamo chiesto ad Elisabetta Bricca di darci qualche anticipazione , giusto per cominciare a 'salivare' dietro al suo affascinate, ombroso e sofferto protagonista, Cesare Mocenigo, capitano di ventura nell' Italia del XV secolo.
L'INTERVISTA ALL'AUTRICE
LMBR :Elisabetta, finalmente esce D'AMORE E DI VENTURA, il tuo atteso secondo romanzo, questa volta ambientato nell'Italia del Rinascimento. Una scelta un po' controcorrente visto che molte scrittrici romance sono spesso costrette ad ambientare le loro storie nei paesi anglosassoni per uniformarsi al trend (che pare quasi intoccabile) tutto nostrano che prevede per i romance storici soprattutto un'ambientazione anglosassone. Cosa ti ha ispirato questa storia?Elisabetta Bricca:Ciao Francy e grazie per ospitarmi nel tuo bellissimo ed elegante salotto.
Finalmente esce, sì! Se ci penso, sono così emozionata…Non è facile rispondere a questa domanda, nel senso che non riesco esattamente a focalizzare da dove io abbia potuto prendere l’ispirazione per “D’amore”. La storia è venuta da sé, anzi è arrivato prima il titolo sul foglio bianco e poi tutto il resto.

Per cercare di rimanere in tema, la scelta di ambientare questo libro nel Rinascimento è stata, probabilmente, dettata dal fatto che amo la storia del mio paese e che sono cresciuta a “pane e storia”. Sono nata a Roma e passavo le estati in Umbria, in un borgo medievale turrito. L’Umbria è stata una regione madre per molti capitani di ventura: Andrea Fortebraccio da Montone, il Gattamelata, Boldrino da Panicale… ecco, forse sono stata ispirata da questa terra e da queste figure, di cui ho visitato i palazzi e i borghi. La vicenda era già dentro di me e aspettava solo di trovare una via di espressione… Se aggiungi che il Rinascimento è stata un’epoca di splendori, conquiste, di amori cortesi e d’arme, eccoti “D’amore e di ventura”. E, poi, amo andare controcorrente.
LMBR : Puoi farci qualche anticipazione sul romanzo al di là della scarna trama nella quarta di copertina? Cosa pensi coinvolgerà di più le lettrici? Elisabetta Bricca:La storia d’amore e la passione tra Cesare e Viola, l’approfondimento psicologico che ho cercato di dare a Cesare. Insomma, non è stato facile cercare di immedesimarsi nella mente di un uomo del 1400, per di più capitano di ventura, sfregiato nel corpo e nell’anima. Sono dovuta scendere all’inferno con lui e risalire. Mi auguro che le lettrici apprezzeranno il tentativo di aver creato, da parte mia, personaggi a tutto tondo, umani con le proprie debolezze, coerenti con la propria natura, che si muovono in un’epoca storica che unisce la crudeltà dell’uomo al suo anelare verso la bellezza assoluta e la perfezione. Ho tentato di scrivere per le mie lettrici un romance che non sia solo - lui ama lei e tutti vissero felici e contenti-, perché sono convinta che i gusti siano cambiati e che ci si sia stufate di leggere sempre le solite storie… spero di riuscire ad emozionarle, così come io mi sono emozionata nello scrivere le vicende di questi personaggi.LMBR : Il periodo storico in cui hai ambientato questa storia è denso di avvenimenti. Come ti sei comportata con l'ambientazione storica? L'hai lasciata sullo sfondo come semplice backdrop funzionale o hai fatto anche di lei una protagonista ?
Elisabetta Bricca
:Francy, se ci ripenso mi vengono i brividi! Ho lavorato tantissimo sulla ricerca storica, scomodando professori di storia ed esperti di ardaldica, risalendo all’aspetto dei palazzi e dei castelli nel XV secolo, ricercando i blasoni delle famiglie nobili… E devo ringraziare i miei editor in Harlequin Mondadori per aver lavorato tanto quanto me per garantire l’accuratezza storica del romanzo. Da qui puoi sicuramente dedurre che la storia non è un semplice backdrop, ma parte fondamentale di “D’amore e di ventura” che è essenzialmente un romanzo storico con una storia d’amore.
LMBR : La copertina che la Harlequin ha realizzato per il tuo libro è una delle più belle viste negli ultimi tempi. Semplice, elegante, incisiva. Fa già capire alle potenziali lettrici che il romanzo è soprattutto incentrato sul suo protagonista: Cesare Mocenigo. Un personaggio che, come l'epoca in cui si trova a vivere, è fatto di luci e ombre. Un uomo del Quattrocento più avezzo ai campi di battaglia che hai salotti, è quindi logico aspettarsi un personaggio duro, violento, eroe Alpha all'ennesima potenza, fino forse all'antipatia. Il classico tipo d'uomo che fa impazzire una parte di noi e che l'altra parte di noi odia. Come sei riuscita a rendere questo personaggio, pur con tutte le sue logiche asperità, un eroe romantico ? Ti sei ispirata a qualcuno in particolare per costruire il personaggio?
Elisabetta Bricca
: Cesare è un antieroe, poco romantico se non dalla metà del libro in poi, fatto più di ombre che di luci. A tratti, è quasi folle ed è spietato. E’ un personaggio “ingombrante” che ha rischiato di rubare la scena a tutti gli altri, Viola compresa. Per questo, ho dovuto dilazionarlo un po’ lungo il romanzo… insomma, farlo sorbire a piccole dosi . Temo che, come dici tu, Francy, sarà molto amato o molto odiato. Io l’ho amato e lo amo alla pazzia, ma non faccio testo…essendo la sua procreatrice. Come sono riuscita a renderlo? Cercando di immedesimarmi nella sua psiche, facendo viaggi interiori allucinanti nella mente traumatizzata di un giovane uomo che ha subito un massacro e cercando di capire quale potesse essere la via d’uscita per questo suo anelito alla speranza. Viola è stata la risposta.
Ho letto le biografie dei capitani di ventura, visto dove e come vivevano, quale fosse il loro codice di comportamento (perché strano a dirsi, l’avevano!) e i valori a cui davano importanza. Insomma, mi sono documentata per cercare di dare vita a un personaggio che fosse esattamente dentro la sua epoca storica.
LMBR: E l'eroina? Puoi dirci qualcosa in più di questa Viola Ripamonti Sforza? Dobbiamo aspettarci che rimanga in ombra rispetto al carismatico Cesare o saprà anche lei rubare la scena quando sarà il momento?
Elisabetta Bricca
:Lei è una donna molto giovane, innamorata di Cesare sin da bambina… ne subisce il fascino, il carisma, ma sa tirare fuori gli artigli al momento opportuno. Insomma, è anche lei una tosta.
LMBR : Oltre ai protagonisti, la tua storia prevede anche plot secondari o è focalizzata solo sulla coppia principale?
Elisabetta Bricca
: La storia tra Sigismondo Malatesta e Isotta degli Atti, ad esempio, è stato un amore maledetto di cui hanno molto parlato le cronache dell’epoca. Sigismondo innalzò per Isotta il famoso Tempio Malestiano, dove lei è sepolta.

LMBR : La scelta di un'ambientazione rinascimentale per questo romanzo è a mio avviso una novità da accogliere con piacere. Così come è positivo il fatto che a scriverla sia un'autrice italiana, che mantiene il suo italianissimo cognome in copertina. Le lettrici di romance in Italia, inutile negarlo, sono abituate allo stile e alle ambientazioni delle autrici anglosassoni, che leggono da anni. Cosa ci può essere invece di più interessante per una lettrice italiana nel libro di un'autrice italiana?
Elisabetta Bricca
: Il piacere di leggere e cogliere le sfumature e la musicalità delle lingua italiana, di immergersi in storia dove il dettaglio storico è accurato, così come l’ambientazione, di scoprire personaggi più sfaccettati e psicologicamente approfonditi. E poi le italiane hanno un grande dono rispetto alle autrici anglosassoni: possono descrivere qualsiasi cosa, anche un mucchio di letame, e farla sembrare poesia.

LMBR : Quando scrivi una storia ti interroghi sul genere di protagonisti che potrebbero piacere alle tue lettrici o proponi eroi/eroine che piacciono a te, sperando che poi possano piacere anche a chi ti legge? Da quello che hai potuto capire nella tua attività di autrice e di membro fondatore di Officina Italiana Romance, l'organizzazione che ha come finalità la promozione delle autrici romance italiane, c'è il genere di eroe che piace di più alle lettrici al momento o i canoni dell'eroe rosa sono sempre gli stessi?
Elisabetta Bricca
: Non sono un’autrice “addomesticata” dal mercato, non amo scrivere ciò che la moda del momento impone. Scrivo le storie che sento, che mi piacciono, e creo protagonisti che possano calarsi perfettamente nella parte che decido (ma solo all’inizio la decido!) per loro. Naturalmente, spero poi che anche le lettrici approvino le mie scelte narrative. L’eroe che va per la maggiore è sempre il maschio Alpha, c’è poco da fare… certo, il Beta ha guadagnato terreno, ma ne ha ancora di strada da fare! LMBR : Il tuo prossimo romanzo non sarà più ambientato in Italia, ma in Irlanda. Come mai questa scelta? Puoi anticiparci qualcosa? Pensi che avrai di nuovo l'opportunità di poter scrivere altre 'storie italiane' in futuro?
Elisabetta Bricca
:Ne ho due in preparazione. Il primo “Il falco di maggio” è ambientato in Irlanda, la mia grande passione, (ho una vera fissazione per la storia celtica e irlandese, ne sono una studiosa dai tempi della primissima adolescenza) durante la Grande Carestia. E’ una storia di passione e ideali, all’alba della nascita dei movimenti indipendentisti e di liberazione irlandesi (siamo nel 1862). Il secondo “La legge dell’Angelo” è un historical crime, ambientato nella Londra Vittoriana, un intreccio con due protagonisti molto sopra le righe: un investigatore strampalato e una pittrice dalla metà del volto sfigurata. Sì, scriverò storie italiane in futuro, ci puoi scommettere… amo cambiare, sperimentare, affrontare nuove sfide narrative.


LMBR:
Siamo in estate, che libri hai deciso porterai con te in vacanza?
Elisabetta Bricca: Sicuramente “Ritratto di un assassino” di Patricia Cornwell, un’indagine su Jack lo squartatore da un nuovo punto di vista investigativo, un saggio illustrato sulla Venezia rinascimentale e poi una bella storia d’amore, che però devo ancora decidere!
Ringraziamo Elisabetta per aver risposto alle nostre domande e non vediamo l'ora di poter conoscere il suo Cesare Mocenigo!
Francy

E per farci venire ancora più voglia di leggere il libro, Elisabetta Bricca ci ha regalato un estratto che descrive un momento clou del romanzo, da leggere tutto d'un fiato...
L'alba rischiarava ormai timidamente la laguna e accarezzava i canali con le sue dita impalpabili, poggiandovi sopra il proprio manto opalescente che conferiva all'acqua i colori del miraggio. Cesare si sfilò la maschera che gli copriva il volto e scosse leggermente il capo. La fiamma tremolante delle torce, ancora accese lungo le calli, fece rilucere di bagliori bluastri il nero corvino dei suoi capelli. Palazzo Mocenigo si ergeva a ridosso del Canal Grande e vi specchiava l'armoniosa e appuntita facciata moresca. Cesare affrettò il passo e il tappert, il corto mantello ornato di zibellino che portava gettato con noncuranza sulle spalle, ondeggiò lungo il dorso dritto e ben modellato. Di lì a breve, si sarebbe riscaldato al tepore dei bracieri posti nella sua camera da letto fino a sprofondare in un sonno pesante, per svegliarsi solo al vespro, momento in cui sarebbe sceso per cenare nel salone. Affrettò il passo, pregustando la soffice carezza dei cuscini e il frusciare delle coperte di seta, mentre sentiva sempre più pressante il dannato bisogno di ritrovarsi nell'intimità dei propri appartamenti e di chiudere il mondo fuori. La testa gli pulsava in maniera dolorosa e fitte acute gli dilaniavano le tempie; aveva bevuto tanto, troppo vino e quel malessere diffuso, concluse tra sé, era il pegno da pagare per la sbronza. Quello dagli Ariani era stato l'ennesimo ballo della stagione, sfarzoso e scabroso quanto bastava per attirare la gioventù dorata di Venezia. Cesare sorrise tra sé: essere un Mocenigo aveva molti vantaggi, essere Cesare Mocenigo ne aveva innumerevoli. A diciotto anni, era considerato il più bel giovane della città, tanto che perfino il maestro Pisanello lo aveva quasi implorato di posare, nelle vesti di un dio greco, per una serie di affreschi nel Palazzo Ducale. E Cesare, vanesio com'era, aveva accettato solo per il piacere di concedere un favore all'artista più in voga del momento. Pochi attimi dopo, arrivò davanti al portone del palazzo e lo trovò spalancato. Forse, qualche servitore era già uscito per recarsi al mercato del Canal Grande e aveva dimenticato di richiuderlo alle proprie spalle, ma a quell'ora i banchi erano ancora chiusi e, poi, lui conosceva bene l'accortezza della servitù del padre. Di colpo, si era alzato un vento sferzante che spirava nella calle con un fischio sinistro. Cesare indugiò, scosso dal terribile presagio che cominciava a farsi strada nella sua testa. L'antro, appena illuminato, gli apparve come una bocca infernale pronta a divorarlo. Un latrato ruppe il silenzio: un lamento inquietante, sofferto, straziato. Cesare sobbalzò e portò d'istinto la mano al pugnale. Poi, con timore, oltrepassò il portone aperto. Un fascio di luce penetrava dall'apertura nella volta del soffitto e rischiarava la corte interna del palazzo. Tutto taceva. «Giove! Marte!» Cesare chiamò i suoi cani, senza accorgersi che stava urlando, ma l'unica risposta che ottenne fu quella del sibilo di Eolo che faceva sbattere gli scuri delle finestre. «Giove, Marte! Dove siete, belli? Venite qua!» gridò ancora, il cuore in gola. Fu in quel momento che li vide. I due mastini si trovavano nel vano semibuio del sottoscala, immersi in una pozza di sangue. Cesare corse e si inginocchiò al loro fianco. Chiuse gli occhi, senza riuscire a trovare il coraggio di guardare lo scempio che ne era stato fatto, poi li riaprì. Giove presentava uno squarcio aperto sul fianco sinistro, ma respirava ancora; il ventre di Marte era stato squartato fino alla gola e gli intestini erano sparsi sul pavimento. Cesare inspirò forte e strinse i pugni. «Mio Dio, chi vi ha fatto questo... perché? Perché?» urlò, disperato. Allungò una mano e li accarezzò un'ultima volta. Poi estrasse il pugnale e, con la morte nel cuore, recise la gola a Giove, ponendo così fine alla sua sofferenza. Si rialzò, le gambe che gli tremavano, e lanciando intorno a sé occhiate guardinghe imboccò la rampa di scale che conduceva al piano nobile. L'aurora ammantava le grandi vetrate del portego, avvolgendo gli affreschi sul soffitto di un chiarore lattiginoso. Cesare si avvicinò alla rastrelliera d'armi e prese uno spadino. Quel silenzio assoluto gli feriva le orecchie, peggio di una confusione di suoni. Se i nemici si fossero nascosti da qualche parte, li avrebbe stanati e ammazzati senza alcuna pietà, così come loro avevano fatto con i suoi cani. Scandagliò con occhio vigile ogni anfratto e nicchia, senza riuscire a scorgere anima viva. Dov'era la servitù? E dov'erano le donne di sua madre? Il silenzio continuava ad annidarsi ovunque. Una sensazione opprimente gli pesava sul cuore, facendogli presagire una terribile verità. In preda a quel tipo di furore dettato dalla disperazione, raggiunse la camera d'oro e si fermò. Un respiro, poi un altro più profondo, infine poggiò entrambe le mani sul doppio battente e lo spalancò con violenza. Sangue. Un fiume di sangue. Sangue ovunque. Sul pavimento, sulle mura affrescate, sui mobili. Sangue scuro, sangue amato: il sangue della sua famiglia. Panico. Dolore. Follia. Cesare si sentì soffocare. Si sentì morire. La sua mente captò a tratti la scena del massacro: la madre con le gonne sollevate e il viso sfigurato e Beatrice, l'adorata sorella minore, inchiodata al tavolo da uno spadone. I corpi delle donne del seguito e dei servi, trucidati e squartati senza alcuna pietà, avevano assunto posizioni scomposte e innaturali e formavano uno scenario grottesco, partorito dal peggior incubo. Cesare vacillò e si portò una mano al petto, mentre una fitta acutissima lo dilaniava dall'interno. Una forte nausea gli attanagliò lo stomaco e un conato di vomito gli riempì la bocca. Il giovane si accasciò a terra e rigettò, le viscere che si contraevano come a squarciarsi. Le ore cadevano lente nella penombra: uno strazio implacabile che dilatava il tempo e gli perforava la mente. Rimase immobile, estraniato, in silenzio, prigioniero del suo stesso orrore. Tornò ad alzarsi, avvertendo dentro di sé quella freddezza che solo una pena inclemente sa donare, e con gesti attenti e premurosi si occupò delle sue donne. Le depose composte sul pavimento, le coprì con il proprio mantello e si inginocchiò accanto a loro. Una lacrima gli solcò il viso e con rabbia l'asciugò con il dorso della mano. Deglutì cercando di ingoiare il nodo che gli serrava la gola, ma le lacrime continuavano a scendere, suo malgrado. Una vita di ricordi felici gli attraversò la mente, una vita che per lui non aveva più alcun senso. La luce tremolante delle torce, ancora accese, rendeva la camera tetra, simile a una bocca demoniaca. E tutto quel sangue... No, non poteva essere reale. Di lì a poco si sarebbe svegliato e sua madre lo avrebbe accolto con un dolce sorriso, accarezzandogli i capelli con gesto lieve, sfiorandogli la fronte con le labbra, come quando era bambino. Ma uno sguardo al corpo straziato di Beatrice lo trascinò di nuovo tra i demoni crudeli della follia. Un grido scoppiò nella sua testa, un furore cupo, che non aveva nulla – nulla! – di umano. Piegò la testa di lato e le scostò una ciocca di capelli dal viso. Beatrice, la sua dolce Beatrice... Si chinò su di lei e le prese una mano, piccola e candida, tra le proprie, portandosela alle labbra. Com'erano state abili quelle dita nel ricamo, quante ballate avevano suonato con il liuto per lui e con quale amore solevano rammendargli le camicie di bisso... Oh, Beatrice... In quel momento, nel suo campo visivo apparve una macchia rosso vivo. Cesare lasciò andare dolcemente la mano della sorella e si alzò. Raccolse il pezzo di stoffa dal pavimento e un brivido lo scosse davanti all'aquila coronata dei Montefeltro che, poggiata sull'elmo piumato, lo fissava grifagna. Strinse forte nel pugno il tessuto e vagò ferocemente con gli occhi alla ricerca dell'ipotetico colpevole. Dove sei, bastardo? Dove sei, assassino di donne e bambine? Un grido roco, animalesco, gli fuoriuscì dalla gola, mentre con violenza scaraventava lontano da sé il mantello con lo stemma della famiglia urbinate. Inspirò per inalare aria, percependo l'odore acre, ferroso, del sangue, sollevò il viso e vide la propria immagine riflessa nel grande specchio chiazzato da mille rivoli rossi. Chi sei tu per esserti salvato? Dov'eri, quando imploravano il tuo aiuto? Se fossi stato qui, non sarebbe successo. Quell'ultimo pensiero lo trapassò come il colpo di una spada. Afferrò un vaso, lo scagliò contro lo specchio e il prezioso cristallo esplose in schegge lucenti; poi si avvicinò e ammirò di nuovo la propria immagine scomposta, quasi grottesca, nei frammenti rimasti. Un sorriso amaro gli alterò i lineamenti. Cosa ne farai della tua faccia d'angelo? Dov'eri, Cesare? Dov'eri, maledetto? La mano scese a stringere l'elsa del pugnale alla cintura e il braccio fece ciò che la sua mente aveva già deciso. Portò l'arma al viso, la puntò all'altezza dello zigomo e conficcò la lama nella carne, poi con un unico taglio deciso si squarciò il volto sino al mento. Il coltello aprì un orribile sfregio, ma Cesare non fiatò, non si lamentò, non gemette. Raccolse il mantello con l'insegna dei Montefeltro, ne strappò un pezzo e lo intinse nel proprio sangue e poi in quello delle due donne, legandoselo stretto al polso. Vendetta era giurata. Rimase seduto a lungo alla tavola dei banchetti, a scrutare i corpi della madre e della sorella, allargando la visione sullo scempio delle decine d'altri cadaveri sparsi. Non si mosse, quando il sole rosseggiò sulla laguna né quando dei passi risuonarono per le scale e una figura si stagliò contro lo stipite della porta. Cesare sollevò appena gli occhi neri e vide Filippo Ariani. Vacillando come un ubriaco davanti a quella carneficina, l'amico fece un passo indietro, poi crollò a terra, sconvolto. «Mio Dio, Cesare...» farfugliò, scosso dai singhiozzi, rialzandosi a fatica e avvicinandosi a lui con passo malfermo. Lo abbracciò, in lacrime. L'odore dolciastro, terribile, di carne viva e di sangue gli dava il voltastomaco. Cesare non reagì, limitandosi a fissare un punto lontano. Filippo si scostò da lui, impressionato. Lo guardò negli occhi e non lo riconobbe: quello non era Cesare, il suo compagno d'infanzia; quel volto stravolto e orribilmente sfregiato non poteva appartenere al suo migliore amico. E quello sguardo! Non aveva più la scintilla vitale che lo aveva fatto brillare. Era cupo, duro, spietato e faceva paura. «Filippo...» Cesare scorse il viso dell'amico, come se fosse stato quello di un estraneo. «Devi fuggire, Cesare, prima che tutta Venezia lo sappia, prima che il Consiglio dei Dieci apra un'inchiesta e mandi le sue truppe. Devi fuggire, nasconderti.» Cesare scattò in piedi. Appariva controllato, ma Filippo lo conosceva troppo bene per non sapere che sotto l'apparente padronanza si celava una violenza distruttiva. Era solo una questione di tempo: Cesare era un sanguigno, un istintivo, un passionale e alla fine sarebbe esploso in maniera dirompente e devastatrice, lasciandosi dietro una scia di sangue e di cadaveri. Filippo lo osservò mentre si chinava sulla madre e le posava le labbra sulla fronte, poi lo vide prendere un pezzo di stoffa dal tavolo e portarselo al volto. «C'è sopra ancora l'odore del sangue della mia famiglia.» Glielo lanciò e il giovane trasalì alla vista dello scudo dei Montefeltro. La voce irriconoscibile, cavernosa e stentorea, Cesare giurò sull'altare del suo strazio e della sua rappresaglia: «Oggi mi sei testimone, Filippo. Non avrò pace finché non avrò ottenuto la mia vendetta». Ariani serrò forte tra le mani il mantello. «Montefeltro manderà di nuovo i suoi uomini per ucciderti.» Il giovane Mocenigo staccò dal muro una delle spade del padre e se la infilò nella cinta. «Aiutami a dare sepoltura ai miei cari, poi andrò in Valle Imagna a cercare mio padre.» «Verrò con te.» Filippo gli posò una mano sul braccio. «E sia.» Cesare Mocenigo era morto. Era morto allora, in quel maledetto giorno.

A
D'AMOR
E DI VENTURA Elisabetta Bricca ha dedicato anche un sito, da visitare assolutamente per le notizie relative al periodo storico descritto nel romanzo e ai suoi personaggi:

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