Lontani dieci dita di chilometri - alice ginevra incontra athena giada - saute' di cozze e vongole con crostini

Da Saporidivini
 Quella notte ci ha separati e portati altrove, disegnando quadretti a sé stanti, lontani dieci dita di chilometri. “Uno, dui, quatto, otto, deci” direbbe Alice Ginevra, allargando a dismisura le braccia, così da rendere concretamente fisica la dimensione della distanza.Io in ospedale stringo tra le braccia un piccolo bellissimo bocciolo, miracolo di vita e di un altro milione di cose, un fagottino rosa che se ne sta raggomitolato sul mio petto respirando a lungo il mio profumo. Le mani piccole e intirizzite come l’uva passa stringono con decisione le mie dita mentre sfioro le sue labbra a cuore, di un rosa vivo, il suo viso ovale e gli occhi grandi, tendenti smaccatamente al grigioverde. Dagli angoli della bocca le scende una minuscola goccia di latte. Segue la delicata linea del suo mento e si perde sul polpastrello del mio dito.Alice Ginevra invece si è svegliata in un altro letto, a casa della nonna, da lontano cerco di captare le sue sensazioni, si sarà guardata intorno, si sarà fatta domande e si sarà tenuta tutto dentro, avrà visto che su un angolo del divano c’è il suo bagaglio: vestiti, pannolini, creme, un pelouche e alcune note scritte a mano da me. Avrà aspettato l’ora di pranzo, certa del fatto che sarei tornata a prenderla per riportarla a casa. Avrà aspettato senza sapere che a me in quel lungo frattempo mi si annodava, contorceva lo stomaco.Mi si appannano ancora gli occhi se penso al momento in cui le ho preparato la valigia, cercando di non dimenticare nulla, soprattutto il superfluo, cosa molto da me. Meglio abbondare è un po’ il mio motto perché nell’abbondanza c’è sicuramente posto per tutto l’essenziale del mondo. Avevo impilato magliette e pantaloncini in quantità sufficiente perché si potesse cambiare anche cinque, sei volte al giorno, pigiami lunghi e corti, felpe e maglioncini per non farci prendere in contropiede dai capricci del tempo.Se penso poi, che le avevo preparato il ragù come piace a lei, che poi è lo stesso che mangiamo Luca ed io, inoltre il pesce e le confortanti zuppe della sera, sistemando ordinatamente in un altro borsone tutte le cose che preferisce a tavola. Solo per farle sentire la mia presenza e farle capire che sarei tornata presto.Se penso che non l’avevo mai lasciata sola, senza di me, se non per qualche ora, lei che mi segue persino in bagno, lei che vuole tutti riuniti nella stessa stanza per renderci partecipi del suo fare e disfare, soprattutto disfare.Due giorni passano in fretta, mi ripetevano tutti e io ci credevo solo per metà. La conosco intimamente da dentro, lei e la sua radicata, innata sensibilità.Due giorni in cui ho cercato di immaginarla indaffarata, ora davanti al laghetto della nonna, con il retino in mano a smuovere l’acqua e con il verde fluttuante dell’erba tutta intorno, ora presa a rincorrere i vivacissimi cugini e a giocare a nascondino, ridendo a crepapelle appena avesse visto spuntare la testa bionda di uno di loro da sotto il letto o da dietro un mobile. Poi, non paga, la immaginavo sudata, a tirare fuori dalla casetta di legno biciclette, palloni, tricicli, dinosauri, pattini e giocattoli di ogni sorta. Tutta presa a sporcarsi felicemente le mani ed i piedi, a spargere calzini in giro per il giardino come se fossero coriandoli, ad aspettare l’arrivo del papà per gettargli le braccia al collo e stampargli un bacio sulle labbra.A dieci dita di chilometri di distanza avrei voluto che mi dimettessero subito, a una manciata di ore dal parto. Avevo in qualche modo recuperato tutte le mie energie e complice questo e il fatto che non provassi alcun dolore, né limitazioni di sorta, sono stata sul punto di firmare perché mi mandassero a casa subito. Luca mi aveva informata che Alice Ginevra, la notte che siamo corsi in ospedale, si era svegliata dopo poco cercandomi e piangendo tanto fino a vomitare. Che il giorno dopo non aveva mangiato nulla, che appena aveva visto rientrare il papà aveva chiesto di me ed era scoppiata a piangere correndo via. E la notte successiva era stato l’ennesimo calvario, lei non riusciva a prendere sonno e se ne stava inebetita e singhiozzante sul divano.Ma Luca è riuscito a tranquillizzarla e a farla addormentare, quella sera l’aveva convinta a sedersi anche a tavola tentandola con una pizza e portandola alla festa del paese, la sera successiva. Passandomela al telefono un attimo perché potessi farle sentire la mia voce “Ciao amore mio” e lei dall’altra parte “Maaammaaa!” e questo mi è bastato per farmi scendere tante di quelle lacrime da non riuscire ad aggiungere altro. La voce rotta dalle lacrime ingoiate in silenzio, dal sussulto provato nel sentire, a dieci dita di chilometri di distanza, la sua dolcezza.“Ha mangiato una crescentina con il prosciutto” mi ha detto Luca per farmi sorridere, lasciando trapelare una punta di entusiasmo “So che non è molto sano, ma se l’è mangiata tutta e visto che sta rifiutando il cibo….”.Evviva le crescentine, allora, ho pensato. Asciugandomi le lacrime con il dorso della mano.La mia piccola Alice Ginevra, sempre pronta a cogliere di sorpresa come l’alta marea, lei che cammina e corre persino dentro ai sogni, che ama la vita fin dentro al midollo e che sorride, sorride, sorride e non smette mai di farlo. Dolore più grande non potevo sentire tra pelle e cuore. Lacerante.A chi dice che il dolore del parto è il più terribile da sopportare io rispondo che il dolore più forte per me è stato sapere che la mia piccola stava soffrendo. La nonna ha fatto di tutto per lei, riservandole attenzioni ogni singolo secondo della giornata, ma appena scendeva la sera la malinconia si impossessava di lei, che diventava assente, irraggiungibile, chiusa dentro ad un guscio di singhiozzi ora liquidi, ora trattenuti. Ho contato le ore, ho passato l’ultima notte sveglia, ad osservare Athena Giada dormire beatamente accanto a me, aspettando che facesse giorno, che la mia Pupattola si svegliasse e venisse a prendermi insieme al papà. Aspettando che i suoi occhi incontrassero quelli della neonata sorellina e che lo stupore le si incollasse sulla faccia.Un esseemmeesse di Luca fa vibrare il telefono. Stanno arrivando. Mi ripeto ad alta voce che stanno arrivando. Per un lungo attimo temo che Alice Ginevra possa essere arrabbiata con me, ma questo pensiero svanisce appena sento la sua voce correre lungo il corridoio, arrampicarsi sui muri, fare le capriole, appena vedo che il suo sorriso tende le braccia e vola ad abbracciarmi, le sue mani intorno al collo, le sue gambe che spiccano un salto e mi cingono i fianchi. Non ci diamo nemmeno il tempo di osservarci, strette in un abbraccio carico di scambi e di implicazioni. Mano nella mano le faccio strada fino al letto che sto per lasciare. Luca le dice “Vieni a conoscere la sorellina?” e lei risponde “ti, ti” con quella dolcezza che le appartiene e che ci lascia sempre senza fiato.La stanza d’ospedale la intimidisce e la incuriosisce, è una scoperta. Si avvicina al letto e scorge la sua sorellina. Mi guarda, ci guarda. Sul viso un’espressione che non può essere tradotta in parole, perplessa, impacciata, sorpresa. Uno, due, tre, quattro. Quattro secondi e poi sorride e si arrampica sul letto. Sfiora i capelli di Athena Giada e posa la testa accanto alla sua. Teneramente. Cosa che continua a fare ogni giorno, stampando baci dolcissimi all’indirizzo della sorellina. Accarezzandola e dicendo “No, no” con fare protettivo ogni volta che la sente piangere. Invitandola a fare la nanna. Ricordandomi di spalmare le cremine e l’olio sulle gambe di Athena Giada. Premurosa, affettuosa, commovente.Su quel letto bianco rimane a lungo ad osservarla e si distrae giusto il tempo necessario per scartare il regalino che Athena Giada le ha fatto in quei due lunghissimi giorni d’assenza. Una piccola Hello Kitty da stringere al petto e da aggiungere alla sua collezione.La abbraccio e la riabbraccio, poi raccogliamo i bagagli, le due lettere di dimissioni e mano nella mano ci avviamo tutti insieme verso la luce del secondo sabato di giugno.

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SAUTE' DI COZZE E VONGOLE CON CROSTINI
Questo è un piatto che Luca ed io amiamo tanto, ottimo tutto l'anno, ma che a noi richiama alla mente le sere d'estate, le vacanze...

Ingredienti per 4 persone:
1 kg di cozze fresche1 kg di vongole frescheolio extravergine d'oliva2 peperoncini essiccati2 spicchi grossi di aglio (consigliato quello di Voghiera)prezzemolovino bianco seccofette di pane (noi abbiamo usato uno sfilatino o baguette del giorno prima)

La prima cosa da fare è lasciare a bagno le vongole in acqua fresca leggermente salata per qualche ora, in modo da lasciare che spurghino la sabbia. Altra cosa importante è pulire accuratamente le cozze, sotto acqua fresca corrente, aiutandosi anche con una spugnetta di acciaio, in modo da rimuovere tutte le impurità presenti sul guscio della conchiglia.Una volta che cozze e vongole sono entrambe pulite si può procedere alla preparazione del nostro sautè. Abbiamo utilizzato due diverse padelle perchè i tempi di cottura ed apertura sono diversi. In entrambe le padelle abbiamo versato un filo generoso di olio extravergine d'oliva e una volta caldo, abbiamo unito le vongole e le cozze ognuna nella rispettiva padella. Abbiamo aggiunto uno spicchio d'aglio finemente tritato e del prezzemolo sminuzzato in entrambe le padelle e poi messi i coperchi per favorire l'apertura dei molluschi. Dopo un paio di minuti circa, abbiamo aggiunto una bella spruzzata di vino bianco secco e il peperoncino sminuzzato. Abbiamo lasciato evaporare il vino e spenta la fiamma, riunendo cozze e vongole in un'unica padella, mescolando i succhi di cottura rimasti sul fondo di entrambe le padelle. Abbiamo servito caldo insieme a dei crostini di pane che abbiamo ottenuto tostando sulla bistecchiera, delle fette di pane tipo baguette, che ci erano avanzate dal giorno prima.

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