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Ma è arte?

Creato il 28 gennaio 2011 da Stukhtra

Se lo è, non si capisce perché

di Marco Cagnotti

Ma è arte?
Io sono una persona semplice. Neanche tanto intelligente. E men che meno colta. Perciò a me le cose bisogna spiegarle in maniera semplice.

Da persona semplice, di fronte all’arte contemporanea mi scopro sempre a pensare: “Lo potevo fare anch’io!”. Sicché, quando ho beccato un libro con questo titolo preciso preciso, il sottotitolo “Perché l’arte contemporanea è davvero arte” e lo scopo esplicito di spazzar via i miei pregiudizi con un linguaggio semplice e piano, gli sono zompato sopra ben contento di poter capire.

Beh, non ho capito.

Lo potevo fare anch’io è un libro scorrevole, di brevi capitoli da piluccare veloci… anche se, purtroppo, non rispettano l’ordine cronologico degli autori descritti. E fin qui passi. Ma è scritto male e ogni 3 per 2 strizza l’occhio al lettore con battute che s’illudono di essere ironiche ma di fatto sono banali e fuori luogo. Ma passi, va’. Stendiamo poi un velo pietoso sul fatto che un libro d’arte non contenga neppure uno straccio di illustrazione. E passi anche questo. Eppure…

…eppure tutto ciò sarebbe il meno (perché l’ordine cronologico non è un dogma, sulla cattiva scrittura si può sorvolare e Google aiuta a pescare nel Web le immagini che servono), se solo Francesco Bonami riuscisse a raggiungere il proprio scopo, ossia farmi comprendere perché certe autori contemporanei sono artisti e altri invece no. Ma, ahimè, non ci riesce né punto né poco.

Forse tutto dipende dal successo delle opere? Pare proprio di no. Secondo Bonami, se l’artista è un genio lo prova il fatto che le sue opere sono contese da grandi gallerie, mostre, musei e collezionisti. Tuttavia, sempre secondo Bonami, se l’artista è un cane è un mistero che le sue opere siano contese da grandi gallerie, mostre, musei e collezionisti. Quindi il criterio discriminante dev’essere un altro. Ma quale?

Ecco… il significato! Vuoi vedere che il segreto sta nel significato? Bonami riconosce significati penetranti, originali, finanche rivoluzionari nelle opere dei grandi artisti. E proprio lì, nelle pensate profonde e nell’innovazione rispetto alla tradizione, si annida il senso della vera arte, che arricchisce il pensiero e suscita moti nel cuore. Purtroppo però Bonami non dissipa il sospetto che quei significati, quelle idee, quei concetti invece che ispirare l’opera siano stati trovati a posteriori, dall’artista stesso o dai critici… dentro opere in realtà prodotte a cazzo di cane, senza alcuna riflessione precedente. Voglio dire: qualsiasi crosta, volendo, può essere interpretata e rivelare significati reconditi che esprimono intuizioni rivoluzionarie. Ma allora perché certi artisti sono dei geni e altri sono delle chiaviche? Francesco Bonami non lo spiega mai. Mai. Dopo aver interpretato le opere dei grandi geni sviscerandone il significato, stronca gratuitamente, sempre senza argomentare, quelli che lui considera artisti sopravvalutati. Forse che le opere di questi ultimi non potrebbero rivelare profondità stupefacenti? Scommettiamo che, con un po’ di fantasia, trovo vagonate di significati e di novità anche in Guttuso e Botero? Però, secondo Bonami, Koons è un grande artista e Guttuso no. Perché? Non si capisce. O, meglio, lo capisce solo lui. Sarà.

A me rimane l’impressione che qualsiasi scarabocchio potrebbe diventare “arte” se trovasse un critico o un gallerista segaiolo capace di inventarsi qualche pippa mentale che lo renda unico, straordinario, rivoluzionario. Ovvero: “Lo potevo fare anch’io”. Grazie, lo sapevo già.

F. Bonami, Lo potevo fare anch’io, Mondadori

Piace: Lo stile scorrevole e colloquiale. I capitoli brevi.

Non piace: Le battute insulse e fuori luogo. Il fallimento nello scopo prefisso: aiutare a capire “perché l’arte contemporanea è davvero arte”.

Voto: 4/10


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