Magazine Diario personale

Merry Crisis & Happy New Liver

Da Abattoir

giovedì 22 dicembre 2011 di

Merry Crisis and Happy New liver

Addobbato di lucine intermittenti, babbi natale arrampicati sui balconi come la Banda Bassotti e presepi in cui San Giuseppe e Maria sono alti 15 cm e i pastorelli sono più piccoli delle loro pecore, film cult a iosa, è malauguratamente giunto anche quest’anno il Natale.
La religione cattolica ci ha gentilmente offerto molte festività e il Natale è senza dubbio la più attesa… con terrore dagli adulti e con tanta avidità dai bambini.
Quando ero piccola, il rito di addobbare l’albero aveva un qualcosa di emotivamente coinvolgente. Adesso, guardando quell’albero storto, arricchito da quel tocco di tasciume che solo mia madre è in grado di dare alle cose, credo che lui voglia solo essere vero per seccare all’istante.

La magia, ahimè, spiccò il volo, insieme alla slitta di Babbo Natale, quando scoprii che i pacchi sotto l’albero contenevano già i giocattoli e non venivano riempiti la notte di Natale e che non c’era nessun summit genitori-elfi per consegnare le letterine multicolor scritte da noi bambini. E, per vendetta, pensai bene di rivelare l’atroce verità a mia sorella più piccola che porta tutt’oggi i segni di quel trauma.
 C’era anche un altro momento della preparazione al Natale che provocava un’esplosione di creatività in ogni famiglia: la costruzione del Presepe. Si comprava la cartapesta color tuta mimetica per fare le montagne, si prendeva il sughero per fare la grotta o stalla (a seconda delle preferenze) e si acquistavano nelle bancarelle i personaggi, perché alla Standa erano troppo cari. A casa mia, venivano sfruttati per l’occasione i miei micro-animali di plastica. Infatti, accanto alla mangiatoia dove giaceva un bambinello ricoperto dalla bambagia, che si toglieva solo alla mezzanotte del 24 dicembre, potevate trovare anche un grizzly

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o un brontosauro. Un Natale ricordo di aver messo in coda ai re Magi Puffo Burlone solo perché, avendo un pacco dono in mano, mi sembrava a tema. Non so se a Betlemme ci fossero ruscelli o pastorelle vestite col costume tradizionale del Südtirol, ma nelle riproduzioni casalinghe ci sono eccome. Nel mio presepe, ovviamente, il fiumiciattolo era di alluminio (riciclato magari, ancora sporco di frittata del giorno prima), mentre in quelli di gente che poteva c’era addirittura un motorino che faceva scorrere della vera acqua. Le neve poi era di polistirolo sminuzzato. La bomboletta spray era troppo cara. La ciliegina sulla grotta era la stella cometa, appiccicata col biadesivo e presente in due versioni: argentata e dorata e rigorosamente glitterata. E non poteva mancare lo “scantato” del Presepe, con i suoi capelli tesi e
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l’espressione di stupore sul viso che, in genere, stava in piedi con le braccia spalancate su un ponticello microscopico di fronte alla scena centrale.

Con il passare degli anni e con la continua scomparsa dei personaggi principali, ritrovati regolarmente a Pasqua tra gli accessori di Barbie di mia sorella più piccola, abbiamo rinunciato a fare ‘sto benedetto Presepe, sostituendolo con una versione sintetica posta ai piedi dell’albero di Natale. Ancora oggi credo che la gente faccia delle gare d’appalto per il proprio, chieda sovvenzioni ai Comuni di appartenenza e, in certi casi, sia capace di svuotare da mobili e persone intere stanze pur di fare spazio a una riproduzione quasi a grandezza naturale della Natività.

Natale tuttavia è ancora di più.

Tocchiamo il tasto dolente dei regali. Non si sa per quale ragione, i miei parenti siano sempre stati totalmente inetti nell’acquisto di un dono compatibile con la mia persona. Ho ricevuto cose che voi umani non potete neanche immaginare. Dal pigiama di pile color diarrea di chiuaua che ad ogni movimento notturno, complici le lenzuola di flanella di Winnie the Pooh tarocco regalatemi l’anno prima, mi davano delle scariche elettriche che illuminavano la stanza, alla lampada a forma di delfino senza un occhio, fino ad arrivare ai maglioni dalle caratteristiche decorazioni alla Pino dei Palazzi, il balordo delle case popolari1.

Simbolo indiscutibile e obiettivo principale di tutto questo teatrino triste è il pranzo di Natale (e annessi). Presso le poche famiglie rimaste unite prendervi parte è davvero un piacere per il palato e per la psiche. Il pranzo di Natale dai miei nonni paterni è un’altra storia. Da 28 anni c’è lo stesso menù, gli stessi posti a sedere assegnati e un Babbo Natale che aleggia su di noi imperturbabilmente ciondolante dal lampadario.

Da qualche anno è ‘misteriosamente’ scomparso. Quando le pance sono piene e l’abbiocco2 è inevitabile, si

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passa ai giochi di società. La tombola con la smorfia napoletana e i fagioli per segnare i numeri è una vera e propria chicca (soprattutto quando il tuo vicino muove il tavolo facendo spostare tutti i fagioli e si comincia con “il 28 è uscito?” e così via per ore), talmente divertente che alla fine un pezzo di te muore al grido di “Tombola!”. Senza contare i continui “E to pa’ è diuno” o “Scacci i purci a uno a uno”3 quando esce un numero che finisce per uno. Immagini che riconciliano con la morte, appunto. E non toccherò il tasto del Mercante in Fiera e di quella maledetta e sfigata carta del ‘lattante’ che mi perseguiterà a vita.

Il bello del Natale forse sta proprio nell’oscenità delle sue sfaccettature, nella depressione che ti coglie davanti al tuo portafogli vuoto, mentre la gente intorno a te si dà allo shopping sfrenato. O magari nella malinconia che ti fa indugiare nei ricordi felici dell’infanzia.
Si potrebbero scrivere delle vere e proprie enciclopedie sul Natale e tutti i rituali annessi, sul modo particolare di festeggiare che solo in Sicilia assume dei caratteri comici e al tempo stesso grotteschi. Potremmo filosofeggiare a lungo sulle ansie e la follia scatenata da una festività mutuata dal mondo pagano e diventata sacra per comodità di un imperatore paraculo.

Ma anche no. Ça suffit!

God bless us, everyone! diceva Dickens nel suo “A Christmas Carol”.
Abattoir, più profano, vi augura semplicemente un buon pistìo e… che il Gaviscon sia con voi.

 

1 Personaggio interpretato a Zelig da Giancarlo Kalabrugovic.
2 trad. : cedimento strutturale dell’organismo dovuto all’eccessiva quantità di cibo ingurgitata con relativa sonnolenza.
3 trad.: “Tuo padre è digiuno” e “Schiacci le pulci ad una ad una”. Espressioni colorite utilizzate nel tentativo di creare rime goliardiche per rallegrare un gioco soporifero qual è la tombola.



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