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Otto anni fa sedevo indietro, mischiato a tanti altri e intimorito da questo posto che una volta era una chiesa e adesso è l'aula magna dell'università, un posto cupo e solenne, con l'abside coperto da un pannello e il crocifisso sostituito da quadri raffiguranti i Grandi dell'Università, ritratti nella loro espressione più arcigna e negli abiti più elaborati dei loro guardaroba. Otto anni fa mi chiedevo chi fossero i tizi che con tanto ardore decantavano la grandezza dell'ateneo di cui ambivo a far parte. Alcuni di loro stanno seduti davanti a me, avvolti in toghe rosse e nere con i pompon dorati come richiede la cerimonia. Qualcuno indossa la sua espressione più concentrata e intensa, qualche altro si guarda intorno come non avesse mai visto prima quel posto. Uno, in fondo a destra, parla al telefonino coprendosi un orecchio. Penso alla veste con cui ho imparato a conoscerli nel corso di questi otto anni e mi scappa da ridere, perché l'aura mistica con cui molti professori universitari amano avvolgersi è una cosa potentissima, ma che appena viene incrinata si sbriciola come vetro di pessima qualità. A volte, al termine di una lezione che è stata solo un guazzabuglio di opinioni discutibili accompagnate da slide disposte senza alcuna parvenza di criterio, mi sono chiesto quale possa essere stato il talento nascosto che abbia condotto quell'individuo a uno dei mestieri più difficili e prestigiosi, quello dell'insegnamento della professione medica. A volte mi sono chiesto per quale motivo un professore emerito e rispettato, autore di meravigliose e profondissime dissertazioni che afferrano la tua attenzione e non la mollano per un'ora e mezza, debba smentirsi in maniera così spudorata nel reparto che dirige davanti agli occhi attoniti dei tirocinanti, che si chiedono se sia la stessa persona di cui hanno seguito la lezione il giorno prima. Le risposte a queste domande possono essere tante, ma nessuna ha molto significato. Alla fine il risultato è sempre lo stesso, e ciò che rimane quando crolla l'immagine platonica che tutte le matricole hanno davanti agli occhi è un sistema in cui gli obiettivi più nobili ed elevati — quelli per cui si inizia una strada così lunga — vengono scacciati dalle più svariate tecniche di sopravvivenza, in cui il desiderio di fare bene per se stessi diventa cosa da poveri ingenui di fronte allo spirito di competizione che anno dopo anno si fa più sfrenato, perché c'è il rischio di rimanere indietro, di essere sorpassati e di vedere sfumate le proprie possibilità di carriera. E così compaiono "compagni" che distribuiscono dispense a pagamento, e "compagni" che scappano in bagno quando un prof cattivo li chiama a sostenere l'esame, per poi sbucare con l'aria innocente subito dopo. Homo homini lupus.
Per questo adesso rido, guardando quel professore che parla al telefono e che una volta mi ha bocciato in circa quindici secondi. Rido pensando alla volta in cui mi ha promosso e a quando sfilerò davanti a lui e gli stringerò la mano, e lui dirà "complimenti" a una faccia che non terrà a mente nemmeno per un istante. Rido pensando a quanto tutto questo — i professori con la toga, le presentazioni dei candidati, le domande dei relatori e dei controrelatori — sia tremendamente ridicolo e allo stesso tempo così autentico, perché autentica è la fatica con cui ci sono arrivato e autentico il risultato. Centodue su centodieci. Era quello che mi spettava. Non mi è stato regalato nulla e nulla mi è stato tolto. È autentico, come lo sono le persone che mi festeggeranno tra poco, e tante altre che non hanno potuto esserci, ma che in qualche modo ci sono. Rido pensando a loro, alle cose che ho rastrellato in questi anni, ai compagni che sono diventati amici (perché non ci sono solo lupi), e rido pensando a quanto mi faccia sudare il colletto rigido della camicia. Perché in fondo l'importante non è semplicemente esserci arrivati, ma esserci arrivati rimanendo, in qualche modo, se stessi, e di questa cosa sono davvero tanto, tanto, tanto contento.
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