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Modernità di Menandro

Creato il 05 luglio 2010 da Sulromanzo
Modernità di MenandroDi Adriana Pedicini
Menandro e la comicità
SECONDA PARTE
Nell’Atene di Menandro, come si evince da documenti letterari giunti fino a noi, la donna comincia ad avere maggior consapevolezza di sé, è perfettamente cosciente dei suoi diritti e del ruolo che svolge all’interno della società. Più emancipata delle sue antenate e delle sue coetanee contadine, può perfino costruirsi, nel seno di una famiglia tranquilla, la vita con un amante. Nel “Duskolos” Menandro fa notare in modo evidente il divario tra la cultura della città e l’arretratezza della campagna: emerge in modo radicale la differenza tra il polites e lo idiotes, cioè tra il cittadino colto e raffinato e lo zotico, il rozzo, la persona intrattabile, che vive in campagna, lontano dai centri di cultura. Sostrato, infatti, il giovane innamorato che Pan ha provvidenzialmente mandato per premiare la pietà della ragazza, ha i caratteri propri del cittadino, mentre Cnemone quelle tipiche del campagnolo, dell’uomo, che, sfornito di cultura, anche minima, trascorre la sua vita unicamente a contatto con la terra. La ragazza, del resto, se si eccettua un innato senso religioso, per il quale è gratificata dal dio Pan, è rozza ed ignorante quanto il padre, con il quale vive e del quale sopporta le asprezze del carattere, non escluse le violenze. Il dio Pan, infatti, nel prologo dice:
“La ragazza, grazie all’educazione ricevuta, ignora totalmente il male”.
Questo inatteso e solo in apparenza poco comico aprosdoketon posto in forte rapporto contrastivo con l’elogio di Gorgia ed il biasimo di Cnemone, fa emergere un conflitto de facto: porre la virtù della ragazza in rapporto alla sua educazione. In queste poche parole pronunciate da Pan, in realtà, Menandro vuole affermare il principio secondo il quale l’educazione della donna si compie unicamente nell’ignoranza, e l’asocialità di Cnemone assicura alla ragazza un’ignoranza pressoché totale. Cnemone, già chiuso di per sé, vive solo nei campi, il cui duro lavoro ha plasmato ed esasperato a tal punto il carattere dell’uomo, da renderlo scorbutico, intrattabile e scostante. Egli, pur di non aver contatti neppure con gli eventuali passanti, aveva lasciato incolto un buon tratto di terreno che costeggiava la via. Inoltre la nascita della figlia, più che rallegrarlo e renderlo felice, contribuisce a rattristarlo ancor di più: una bambina era fonte di non poche preoccupazioni, soprattutto per il padre. 
Ancora oggi, laddove sia rimasta pressoché intatta l’antica cultura contadina, la nascita d’una bambina viene accolta con dispiacere per gli svantaggi economici che il suo stato comporta.Sembra di udire le acute e amare considerazioni, che proferisce nell’omonima tragedia euripidea la barbara Medea al civile Giasone: “Di quanti esseri al mondo hanno anima e mente, noi donne siamo le creature più infelici. Dobbiamo innanzi tutto, con una dote consistente, comperarci il marito e dare un padrone alla nostra persona; e questo è dei due mali il peggiore”. 
Allo sposo, secondo un costume ben radicato e lungi dall’essere ancora del tutto scomparso, il padre concedeva la figlia, accompagnata, non senza rimpianti, da una discreta dote, secondo i patti e le possibilità economiche. Una donna povera, come si apprende in Cornelio Nepote, difficilmente trovava un uomo che la sposasse: “Nam (Epaminondas)… cum virgo amici nubilis quae propter paupertatem collocari non posset, amicorum consilium habebat et, quantum quisque daret, pro facultatibus imperabat”. (Nepote, Epamin.5)”.“Epaminonda,… quando la figlia di un amico fosse da marito ma non potesse accasarsi per la povertà, radunava i suoi amici e stabiliva, secondo le loro facoltà, quanto ciascuno dovesse dare”. È più che ovvio sottolineare come la nascita della bambina abbia contribuito non poco ad inasprire il carattere del protagonista menandreo nei confronti della moglie, mentre, nella realtà, il padre accetta solo il rapporto con la figlia:
“Per lo più quando lavora tiene con sé la figlia. Parla solo con lei; con nessun altro si comporterebbe così volentieri”.
Cnemone, e in questo consiste la sua comicità, tiene d’occhio la figlia, per motivi che ben si comprendono, in un ambiente retrivo e nello stesso tempo spietato, come quello della campagna. Abbandonato dalla moglie, è l’unico che può e deve prendersi cura e sorvegliare la ragazza: non è da escludere, infatti, che nelle attenzioni guardinghe del padre, come primo timore, ci sia anche quello di una gravidanza indesiderata. Questo comportamento, unito alla soggezione della figlia, per uno spettatore ateniese era motivo di comicità: in città le donne, soprattutto quelle da marito, erano certamente più emancipate e i genitori più permissivi, i quali, anche se non forniti di maggiore cultura, sapevano adattarsi alle mutate condizioni del tempo. Il divario, quindi, fra la campagna e la città, oltre ad evidenziare due mondi opposti, con forti contrasti nel loro interno, doveva costituire, almeno per la scelta effettuata da Menandro, un argomento di assicurata comicità e di successo.

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